Maria Gabriella Luccioli, prima donna magistrato in Cassazione, di Eleonora Gitto e Stefano Faraoni

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La nomina di Maria Gabriella Luccioli a Presidente di sezione della Cassazione, ha segnato un momento storico: per la prima volta l’Italia vedeva una donna ai vertici della Suprema Corte.
Una vita all’avanguardia la sua. Un cammino in salita, come sempre succede a chi con caparbia ostinazione insegue il sogno di cambiare regole precostituite e modelli ritenuti inamovibili che negano la parità dei diritti. Maria Gabriella non voleva solo fare carriera in un mondo maschile voleva anche costruire un modello diverso di giudice. Sarebbe stato molto più semplice introiettare quello già esistente, ma lei voleva fare la “differenza”.Voleva portare all’interno della sua professione non solo la competenza, la professionalità, la preparazione, ma anche il suo essere donna e , soprattutto, un’altra qualità che è davvero rara nel suo ambiente: l’umanità.

Una vita di primati quella di Maria Gabriella. E’ stata la prima donna ad entrare nella Corte di Cassazione, oltre trent’anni fa. E’ stata la prima a trovarsi tra le mani collegi da presiedere, ed era sempre lei a capo della Prima sezione civile che ha emesso una sentenza su Eluana Englaro destinata a fare storia. Il primo giudice togato che dalla Prima sezione civile negli ultimi vent’anni ha praticamente riscritto il diritto di famiglia a colpi di sentenze. Tra le fondatrici dell’Associazione donne magistrato, che ha anche presieduto per parecchi anni, Maria Gabriella Luccioli ha sollevare la questione di costituzionalità delle norme che prevedono per i figli legittimi l’obbligo del cognome paterno: non è stata ammessa. Ma, non si è arresa, ha continuati a spingere il Parlamento a occuparsi della materia. Sue anche le sentenze sulla tutela del coniuge più debole, sull’assegno di divorzio. E poi l’addebito di separazione: Maria Gabriella Luccioli ha ribaltato una prassi lunga quarant’anni che agevolava gli uomini nella sospensione dell’assegno di separazione.
Poi il salto: dalla famiglia alla vita. Sempre attraverso una donna. Lo scorso ottobre ha affermato il “diritto alla autodeterminazione terapeutica” per i malati terminali nella sentenza sul caso di Eluana Englaro, in coma dal ‘ 92. “Ma sempre e soltanto in nome dei diritti”, puntualizza lei. Spiegando: “Come nella vita anche nella morte esistono diritti insopprimibili e inviolabili che esigono una protezione immediata. Una protezione che non esiste per legge. E per la quale noi abbiamo cercato di dare una risposta”.

Senza quella sentenza oggi la Corte di Appello di Milano non avrebbe accolto la richiesta del padre di Eluana Englaro, ridotta in stato vegetativo da anni. Finalmente, il padre, nel ruolo di tutore, può interrompere l’alimentazione forzata e mettere fine a un lungo calvario. Può ridare dignità alla vita della figlia.

Un altro primato per questa donna-giudice, forse il più importante perché esso segna un passo fondamentale per la crescita civile del Paese per il rispetto dell’autodeterminazione e della libertà delle persone. Un passo che senza una donna, senza questa donna, sarebbe stato ancora atteso a lungo.

da www.loscientista.blog.kataweb.it

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