“La maestra” di Adele Libero

 la maestra

 

Era l’insegnante di quinta elementare. Marta – nome di fantasia –  alta e bionda, sulla cinquantina, credo, con occhi azzurro ghiaccio, taglienti e privi di vita. Un po’ grassottella, appena arrivava in classe si sedeva dietro la cattedra e solo raramente veniva in mezzo a noi alunni, quasi a mantenere in ogni istante un senso di distacco.

 

Era il primo anno per me. La mia famiglia aveva traslocato più volte ed ero abituata a cambiare docente. Avevo avuto anche due suore alle elementari, una dolcissima e l’altra severa e fredda come la neve del suo abito.

 

Marta, invece, insegnava in una scuola vip, proprio nel cuore di Napoli, in un ambiente che per lo più vedeva ragazzi provenienti dalla cosiddetta zona “bene”: Via Chiaja, Via dei Mille, che malvolentieri si mischiavano ad altri allievi che abitavano in vicoli scuri, in condizioni di povertà.

 

Al quinto anno le ragazze erano legate tra loro  – era una classe tutta femminile –  e molte erano le “cocche” della docente. Venivano da famiglie facoltose, che non mancavano di inondare la maestra di regali nelle feste comandate ed al suo onomastico. Lei accoglieva fiori e cioccolatini con un largo sorriso e guardava gelidamente le allieve che non avevano ottemperato a tale “dovuto” omaggio.

 

Per farci capire ancor meglio la nostra misera condizione, interrogava sempre, sempre le stesse. Io rientravo in questa rosa, e più mi interrogava con asprezza e meno riuscivo a parlare. Una volta scoppiai addirittura a piangere perché avrei dovuto parlare della penisola del Labrador, un nome non difficile da pronunciare. Tuttavia mi ero letteralmente bloccata e lei, anziché aiutarmi, ben sapendo che ero studiosa, se la rideva con il resto della classe.

 

Studiai male, quell’anno. E all’esame di quinta resi pochissimo. Ma me la cavai, naturalmente. Fu l’unica volta che mi guardò con finta compassione, dicendo al membro esterno che ero un po’ emotiva, tanto per non sfigurare.

 

Devo dire che ricordando quel periodo difficile, che rese un po’ più chiuso il mio carattere, ho sempre pensato che la scuola dovrebbe scegliere meglio i suoi docenti. Non basta un’abilitazione di nessun genere se non si possiede anche un po’ di cuore.