“Quella volta che sono morta”, racconto lungo di Cetta De Luca, recensione di Daniela Domenici

cetta de luca

Sono stata attratta già dal titolo assolutamente originale e infatti questo racconto lungo di Cetta De Luca, della quale ho già letto altre opere, è pervaso nella prima parte da un’ironia leggera che provoca continui sorrisi e nella seconda da una fantasia surreale che riesce a essere credibile, il tutto narrato grazie a un ininterrotto, e perfetto, “stream of consciousness”, il flusso di coscienza di Woolf e Joyce.

Bravissima De Luca a immaginare la storia di questa donna di cui non ci viene detto alcunché in termini biografici, né nome né età, scelta perfetta perché sono fattori ininfluenti rispetto al nocciolo delle questione: la protagonista sa di essere morta per 12 minuti ma di quel momento non ricorda alcun dettaglio e per saperne di più cerca di farsi aiutare da una psicanalista sui generis.

Vorrei concludere con le riflessioni finali dell’autrice che mi trovano pienamente concorde “…nulla si perde quando è ben ancorato dentro di noi. Basta non darlo mai per scontato. Alimentare quella fiamma che è la fonte vitale. Energia pura. Istinto. Cercare di non imbrigliarla mai. Lasciarla libera. Il mio amico, la mia passione. Me stessa. Mi sono data per scontata e sono morta. Ho dovuto ritrovarmi laggiù per rinascere. Ho dovuto salvarmi. Recuperare la fiducia negli altri. E in me stessa. E restituirmi le ali…Volare è accettare il rischio di vivere, senza avere il controllo. Solo la direzione…”

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