Intervista a Maurizio Ternullo, di Daniela Domenici

Maurizio-Ternullo

Non ho ancora avuto il piacere di conoscerlo de visu nonostante sia originario della città in cui ho vissuto per ben 26 anni, Augusta, città natale di mia madre e di mio marito nonché dei miei tre figli. Ma nonostante questo mi sembra di conoscerlo da sempre e mi è venuto il desiderio di rivolgergli alcune domande.

–        Allora, Maurizio, iniziamo proprio da Augusta. Quanti anni ci hai vissuto? Ci torni spesso? Come la vedi oggi con gli occhi di un catanese d’adozione?

–        Cara Daniela, permettimi che prima ancora di rispondere alle tue domande, ti ringrazi per l’interesse che dimostri per me e per i miei \versacci”. Quanto tempo ho vissuto ad Augusta? Dalla nascita, che si colloca nel remotissimo 1947, cioè prima della metà dello scorso secolo, fino a quando mi trasferii a Torino, nel 1973, due anni dopo essermi laureato in Fisica, per prendere servizio in una locale fabbrica di automobili… Già allora nei telegiornali si ricorreva alle più elaborate circonlocuzioni pur di non nominare la Fiat o una qualunque altra impresa. Prima di muovermi per Torino, passai un anno insegnando Fisica e Elettrotecnica; mi è mancato il fatto che in seguito la mia carriera mi abbia escluso dall’insegnamento, e per questo da astronomo mi sono impegnato molto nella divulgazione. A Torino passai cinque anni ricchi di esperienze lavorative e umane. Ci arrivai temendo di dovervi trovare i torinesi conformi allo stereotipo che li vuole freddi, falsi e cortesi e la lasciai con dolore per le splendide amicizie che vi intrecciai. Credo che un paio di anni di permanenza fuori dal proprio nido – e se possibile fuori dall’Italia – siano essenziali per fare uscire le persone dal guscio di tanti pregiudizi. Quando torno ad Augusta, rivedo i tanti luoghi che mi sono cari n da quando ero bambino, rivedo la strada che facevo per andare alla scuola elementare “ai Cappuccini”, mi sembra di dover vedere ancora l’insegna metallica di un negozio di scarpe nella quale, per imperizia di chi l’aveva costruita, il nome del proprietario era reso come un improbabile Micnego [sic], passo davanti a quella che fu la bottega dell’orologiaio Cellura, che vedevo sempre al lavoro, curvo sui suoi orologi e con una lente d’ingrandimento perennemente attaccata a un occhio, al quale ormai si doveva essere saldata facendone una sorta di inusitato essere mitologico, mi sembra di sentire il frastuono della tipografia di Fruciano, dove una macchina gigantesca (e rumorosissima), dalle braccia metalliche simili agli stantuffi di una locomotiva faceva il prodigio di prendere dei fogli di carta bianca e restituirli stampati … e veramente mi si stringe il cuore a veder come tutto al mondo passa e quasi orma non lascia. Sono a Catania dal 1979, quando lasciai Torino per prendere servizio come astronomo all’Osservatorio Astrofisico.

–        Nella vita so che fai l’astronomo a Catania. Non so esattamente in che ruolo, ce lo vuoi raccontare? Quando ti è venuta questa passione per le stelle? Da cosa nasce?

–        Perchè ho scelto questo mestiere? Io mi chiedo piuttosto com’è che non facciano tutti gli astronomi! Cosa ci può essere di più suggestivo dello studio del cielo e degli oggetti che lo popolano? Ma nel mio caso credo che abbia contato molto un episodio della mia infanzia. Credo che non avessi più di cinque anni, quando mio padre mi disse una cosa assolutamente assurda: mi disse che il Sole, che vedevo sorgere e tramontare, era fermo mentre la Terra sulla quale poggiavo i piedi era in perenne movimento. Illustrò il fenomeno con un modellino costituito da un’arancia e un mandarino che teneva nelle due mani. Doveva certamente essere così, perchè me lo diceva mio padre (e i cinque anni sono l’età che “il mio papà sa tutto”), e proprio l’apparente assurdità di quella rivelazione la rivestì ai miei occhi di un che di meraviglioso e fascinoso che mi fece innamorare dell’astronomia. Mi innamorai anche di Galileo che, sempre secondo l’infallibile racconto di mio padre, aveva capito prima degli altri quella cosa tanto assurda e tanto vera. Quindi, imparai una cosa che in prospettiva giudico ancora più importante: che cioè bisogna imparare a dubitare anche delle cose che sembrano le più certe. Credo che con quell’arancia e quel mandarino (o a partire da quell’episodio) mio padre, malgrado la sua modesta cultura, mi abbia educato a quella libertà interiore che fa rifuggire da ogni dogmatismo, che ci induce a essere cercatori instancabili della verità anche quando ci sembra di possederla già, ad ascoltare con rispetto chi dissente da noi: potrebbe avere ragione lui! Per me, la Scienza è stata lezione di libertà, di esercizio del senso critico, di amore per la verità, di tolleranza, di democrazia, di coraggio. Perchè ci vuole anche coraggio per esprimere dissenso da ciò che ci è stato insegnato!

–        Quando non fai l’astronomo ti diletti come poeta ed è così che ti ho “conosciuto” su FB. Ho recensito la tua silloge “Versacci di un fannullone” “https://danielaedintorni.com/2012/08/19/versacci-di-un-fannullone-di-maurizio-ternullo/ più di tre anni fa e mi sono innamorata della tua formidabile ironia mescolata alla tua straordinaria abilità di versificare in terzine dantesche, altro che versacci e altro che fannullone! Domanda: quando hai cominciato a scrivere versi? cosa ti ha dato lo spunto? quali sono i temi da te prediletti? Perché hai scelto proprio la terzina dantesca che è una delle più difficili e che per te invece non ha segreti?

– I miei versacci nascono da un episodio preciso: quando il ministro Gelmini dichiarò che gli insegnanti meridionali abbassavano il livello della scuola italiana e che sarebbe stato necessario istituire dei corsi di aggiornamento riservati a loro per portarli a livelli di cultura e di sapienza didattica accettabili. Mi aspettavo che i professori meridionali insorgessero contro l’insipienza di quelle dichiarazioni, ma non ci furono praticamente reazioni. E allora, scrissi quella  filastrocca “Gelmini austera, di arroganza cinta” e la mandai a Micromega. Con mia sincera sorpresa, Micromega la pubblicò. Da allora, mi sentii autorizzato a scrivere ancora. Poi, ci fu l’intervento del ministro Brunetta contro gli statali fannulloni, che lui accusava di considerare il proprio lavoro come una vergogna e che prometteva di rieducare con bastone e carota; fu allora che scrissi un altro brano, nel quale ironizzavo su quelle dichiarazioni: “Professori, burocrati, uscieri / impiegati di ruolo al catasto / negan che per un misero pasto / han venduto il decoro e l’onor…” L’immagine grottesca di quell’uomo che minacciava di trattare i dipendenti pubblici come si farebbe con dei cavalli fu per me una scintilla: Forse al circo lavora Brunetta, / come Ettorre lui doma i cavalli / che lasciati riottosi gli stalli / ora corron or devon saltar. / Ma va al circo, va a fare il burlone / non occorre che tu ti travesta / che ti trucchi la faccia o la testa; / come sei, basta t’abbia a mostrar”. Con questi esempi rispondo alla domanda sui temi che preferisco; si tratta in genere di componimenti satirici che aggrediscono gli uomini di potere, in nome di una sensibilità che si reputa offesa dalla loro arroganza, dalla loro ignoranza, dalla miseria che dimostrano in tanti episodi, dalle loro malefatte di ogni genere. E’ questa la nobilissima funzione della satira che “ridendo, castigat mores”, come è stata coltivata dal Parini o addirittura da Aristofane e da Giovenale e, in tempi più vicini, da Fellini, Ettore Scola e tanti altri autori del celebre Marc’Aurelio. Ma ho scritto anche dei brani in dialetto siciliano, come quello nel quale immagino che in un’osteria di Augusta – magari, proprio in quella osteria di “Nasca”, dove mio padre mi mandava a comprare del vino, un popolano racconti al compare le imprese di Berlusconi; anzi, faccio in modo che il mio personaggio citi esplicitamente Martoglio e la sua Triplice alleanza, quando narra di Berlusconi nell’atto di impegnarsi a scendere in politica: “Tunnu tunnu si vota; ‘na taliata / so fa scantari puru l’aria e ‘u ventu./ Cumpari, senza falla esagerata, / parsi Re Umberto, supra o’ bastimentu / ca va a fari la triplici alleanza, / comu cunta lu gran cumpunimentu”.

Mi chiedi come mai io usi la terzina dantesca; perchè l’altro grande amore della mia vita è Dante. Cominciai a leggerlo da bambino, in una antologia di scuola media di mia madre. Non so dire perchè, ma quei versi – che leggevo e perfino imparavo a memoria senza neppure capirli – esercitavano su di me un fascino del quale tuttora non riesco a dire la ragione; forse per la musica di quegli endecasillabi, forse per la suggestione di quel linguaggio fosco, drammatico… o semplicemente per il fatto che chi mi fece conoscere Dante fu mia madre. A differenza di certi amori infantili che si estinguono assieme all’infanzia, l’amore per Dante è rimasto ben vivo dentro di me tutta la vita. Prima ancora che al Liceo cominciassi a studiare Dante, avevo già imparato a memoria diversi canti delle varie cantiche. Comprenderai che quando si sia presa tanta familiarità con quel metro, diventa quasi naturale pensare in endecasillabi. Comunque, la mia predilezione per l’endecasillabo non mi ha impedito di esprimermi anche con altri metri: nel mio ultimo brano, che ironizza sulle statue del Campidoglio coperte per non “\disturbare” Rouhani, ho usato l’ottonario, che crea un ritmo vivace da filastrocca; non per niente è il metro delle famose storie di Rodari “\Qui comincia l’avventura / del signor Bonaventura”.

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