Bambine ribelli? O editrici ribelli? di Donatella Caione

Storie della buonanotte per bambine ribelli. Qualche considerazione.

Avrei voluto parlarne da tempo di questo libro ma sentivo che sarei stata percepita come invidiosa; poi, attaccare il lavoro degli altri non mi piace e d’altra parte… ognuno è libero di scrivere, pubblicare e vendere i libri che desidera. Dovremmo caso mai parlare della libertà di acquistare di lettori e lettrici, della libertà di poter scegliere, questo sì. Esiste questa libertà, al di fuori di fiere e saloni librari? Nella maggior parte delle librerie è contemplata la bibliodiversità?
Comunque, ho deciso di parlarne non tanto e non solo per formulare delle critiche ma perché via via che la stampa ha cominciato a parlare di questo libro mi sono sempre più sentita coinvolta poichè a ben vedere pare che alla fine il merito quasi unanimemente riconosciutogli è di essere il libro che mancava. Ma se lavori da 15 anni nel pubblicare libri in cui dare visibilità alle bambine, contastare gli stereotipi di genere, dare evidenza alle figure femminili importanti poi ti fa rabbia sentire giornalisti/e e blogger osannare al libro che mancava e non puoi fare a meno di chiederti che libri conoscano questi giornalisti e blogger. Di certo non conoscono i libri che pubblico io ma neanche quelli che pubblicano Settenove o Sinnos o Giralangolo o tante altre case editrici (ribelli?) che da anni lavorano con grande capacità su questi temi. Dunque parlate pure di questo libro, ma non dite che prima c’era il nulla, per favore. E non solo in Italia, ma anche negli Stati Uniti dove il libro è nato e dove c’è una straordinaria letteratura per l’infanzia dalla parte delle bambine (basti tenere d’occhio il sito e pagina FB A mighty girl).

E ne parlo dunque, delle Storie della buonanotte per bambine ribelli. In queste settimane sono abbondati elogi e alcune critiche. Si tratta di un progetto interessante, non lo metto in dubbio, ma è anche un progetto furbo e per molti versi superficiale. Superficiale nella scelta di molte donne, e nel modo in cui le loro storie sono raccontate. Superficiale nel pensare che sia sufficiente dare empowerment alle bambine senza tentare di modificare l’immaginario dei bambini, l’immaginario dei quali è altrettanto importante arricchire; e forse anche di più perchè le bambine, e poi le donne, lo sanno di valere, ma sono gli uomini che creano loro ostacoli. Superficiale nella scelta di quell’aggettivo: ribelli. Io per conto mio non ho insegnato a mia figlia ad essere ribelle ma a perseguire i suoi sogni, con determinazione, acquisendo le capacità necessarie e coltivando i suoi desideri.

Però devo dire che proprio per questi motivi il successo di questo libro mi ha creato un forte disagio. Se questo libro piace, nonostante i suoi difetti, vuol dire che il tema provoca un’urgenza. E se il tema attrae così tanto qualcosa di grosso devo aver sbagliato nel proporre e promuovere i miei libri, così poco conosciuti. E vengo così al nocciolo della questione, quasi come in un’auto psicanalisi! Ecco perchè il successo di questo libro mi ha colpita ed anche un po’ ferita, perché mi ha mostrato la mia incapacità nel promuovere dei libri che per le loro caratteristiche erano attesi dal grande pubblico. Una cosa però devo dire a mia discolpa, io ho sempre pensato che se un libro può affrontare un problema o un tema difficile non debba essere presentato come un libro per affrontare quel problema, ma solo come un bel libro, perchè altrimenti quel libro arriverà solo laddove c’è la consapevolezza di dover affrontare quel problema. Ho sempre pensato che deve essere naturale e spontaneo introdurre alla conoscenza di donne che hanno fatto cose importanti o alla possibilità per le bambine di svolgere ruoli diversi da quelli stereotipati. E questo vale per tutti i temi: non riuscirò realmente a contrastare omofobia o razzismo spiattellando a gran voce che il tal libro è contro l’omofobia o il razzismo! Ma a questo proposito c’è anche da chiedersi perchè si lavora: per vendere libri o per svolgere un ruolo di rilevanza sociale? Lo so che è triste ammetterlo ma le due cose raramente coincidono.

Dunque il successo di questo libro da una parte indica che questo tema attira ma soprattutto che chi ne parla non conosce i libri esistenti (e non mi riferisco solo all’Italia e solo ai miei libri). Il successo di questo libro a ben vedere evidenzia un problema ben più importante: la scarsissima conoscenza della letteratura per l’infanzia di qualità. Alla fine viviamo in un mondo ristretto, fatto di fiere di settore, di festival di settore, di riviste di settore, di blogger brave/i ma lette da pochi/e. Fanno parte di questo mondo ristretto un po’ di librai/e, un piccolo gruppo di bibliotecari/e, un piccolissimo gruppo di insegnanti ed un ancor più piccolo gruppo di genitori. Insomma, come si suol dire, noi ce la cantiamo e noi ce la suoniamo. Chi più chi meno… io probabilmente canto e suono meno di altri visto che neanche la rivista Andersen prende il considerazione il mio lavoro nell’articolo Le bambine vogliono contare, del mese di maggio 2017.

Questo libro, diventando il libro più venduto del mese, ha superato le barriere, è arrivato a fare numeri da libri “di cassetta” vendendo anche nelle belle librerie e non solo nei supermercati o negli autogrill. Si è collocato proprio nel mezzo dei libri della libreria di qualità e di quelli delle librerie non specializzate. Sono felice per le autrici però vorrei ricordare loro che forse se il loro libro ha avuto un tale successo è stato anche perchè c’è chi lavora da anni sul tema. Ho ammirato la loro capacità nel perseguire questo progetto, la capacità di raccogliere fondi (il crowfunding l’ho tentato anche io con Rossella Grenci per La leggenda di Tin Hinan ma abbiamo raccolto non più di un migliaio di euro, utilizzati per lo più per realizzare la bella mostra sui Tuareg!), l’abilità nel trovare un editore forte ma avrei apprezzato se invece di dire che prima del loro libro c’era il nulla avessero ringraziato chi da anni preparava la strada al loro successo, facendo opera di sensibilizzazione, di sollecitazione alla crescita…

Chiudendo, torno all’importanza della libertà di poter scegliere, che spesso manca. Legata alla possibilità di trovare nelle librerie, in tutte le librerie, la varietà, la qualità, la differenza. Certo, per chi è abituato a conoscere solo un certo tipo di libreria di catena (non tutte, ma tante) e a vedere libri di principesse rosa e principi azzurri, a conoscere insomma solo la solita minestra, capisco che questo libro faccia effetto, segni comunque una differenza. E poi è un libro facile, da mediare, da spiegare e che permette di assolvere in modo facile ad una prescrizione genitoriale… mai sia che la propria bambina non è brava in matematica perchè non ha letto le storie delle donne ribelli. E dunque oltre alla palestra per fare ginnastica, allo studio delle lingue che sono importanti e ad una sana alimentazione è il caso di fornirle un po’ di empowering di genere che è bello pronto in un libro che spazia da Serena Williams a  Michelle Obama, da Rita Levi Montalcini a Frida Kahlo, da leggere giusto prima di andare a letto perchè si sa gli impegni della giornata sono tanti e il tempo per leggere… ah, ad avercelo!!!

Beh… speriamo che sia un punto di partenza, magari non per una buonanotte ma per una sveglia. Una sveglia dal sonno della ragione!

Donatella Caione, Matilda editrice

PS. Per chi sia incuriosito dal mio percorso editoriale con Matilda (e Mammeonline prima) consiglio la lettura di Stereotipi e arzigogoli, in cui parlo dei libri che ho pubblicato e delle motivazioni che mi hanno portato a pubblicarli.

https://danielaedintorni.com/2017/04/18/stereotipi-e-arzigogoli-di-donatella-caione-matilda-editrice-recensione-di-daniela-domenici/

http://www.matildaeditrice.it/bambine-ribelli-o-editrici-ribelli

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