accadde…oggi: nel 1926 nasce Elisabeth Kübler Ross, di Silvia Ceriani

“Non c’è nulla da temere nella morte. Questa può essere l’esperienza più straordinaria della vita. Tutto dipende da come si è vissuto”. Nel giorno del suo compleanno, festeggiamo Elisabeth Kubler-Ross ripercorrendo la sua teoria sulle cinque fasi del dolore.

109_1EKR_Photo__98L’anno scorso ho letto il profilo dei nati l’otto luglio su un libro che si chiamava qualcosa come Personality. Da qualche anno in qua io sulla mia data di nascita ci scherzo, e dico che sono nata lutto luglio. Poi Personality mi ha detto che è proprio una caratteristica dei nati in quel giorno pensare alla morte, parlarci insieme, farne anche una ragione di vita. Ma io, da sola, non sono una testimone adeguata. Provo a stilare un elenco dei nati lutto luglio e, di primo acchito, sono galvanizzata dal nome di Donatella Rettore. Pensando a lei e la morte, però, l’unica attinenza che mi veniva in mente è dammi una lametta che mi taglio le vene, un po’ poco, così ho pensato che dovesse esserci altro, ma non ho indagato oltre. Poi, qualche giorno fa mi sono accorta che lutto luglio è nata un’altra persona, ed è lei che voglio ricordare nell’articolo di oggi, perché il suo contributo agli studi sulla morte e sul lutto è stato fondamentale: Elisabeth Kübler-Ross.

Kübler-Ross nasce a Zurigo, l’8 luglio del 1926 e muore il 24 agosto del 2004 a Scottsdale. Il suo nome è molto noto in quanto è una delle esponenti più conosciute dei near death studies e ha dato un impulso fondamentale allo sviluppo di questa disciplina. Oggi una fondazione che porta il suo nome sta continuando il suo lavoro e contribuisce al radicamento del suo pensiero a livello internazionale. Mettendo a frutto la propria esperienza di psichiatra con i malati terminali nel 1969 pubblicò un testo importantissimo, La morte e il morire (On Death and Dying) dove per la prima volta era esposta la teoria delle cinque fasi del dolore. Anche se molti di voi probabilmente le conoscono e ne hanno ampiamente sentito parlare le riassumo qui di seguito.

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Se ci viene comunicato che stiamo per morire o se muore una persona a noi cara – ma come vedremo anche in altre situazioni –, a livello emotivo attraversiamo fasi diverse, non necessariamente nello stesso ordine e non necessariamente separate l’una dall’altra.

La prima fase è la negazione o rifiuto (denial). Il paziente a cui viene diagnosticata una malattia si chiede se le analisi siano state fatte bene, che forse c’è un errore; se ci viene comunicata la morte di qualcuno di primo acchito possiamo pensare che non sia vero. In modo analogo, si comportano i bambini di fronte a un evento traumatico come il divorzio dei genitori, o noi adulti quando finisce una storia importante. Siamo impreparati al dolore e allontanando quella prospettiva è come se stessimo prendendo tempo per organizzarci ad affrontarlo. La nostra mente fa scattare un meccanismo di protezione, di difesa, che poi tenderà a indebolirsi.

A seguire, viene la rabbia (anger), che con più o meno violenza investe chi ci circonda: il dottore che ci sta comunicando una notizia tragica, i famigliari, Dio che ci ha dato il dono della sfiga più terribile di tutte sulla faccia della terra. Tua madre o tuo padre, responsabili del fallimento del loro matrimonio. Il tuo fidanzato, amante, compagno, che non ha saputo comprendere la grandezza del vostro amore… Non è possibile che mi stia accadendo tutto questo.

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Poi c’è la contrattazione o patteggiamento (bargaining). Credi che la negoziazione possa portarti a invertire lo stato delle cose. Che se prendi le medicine e ti curi forse il male passerà. Che se smetti di fumare i tuoi polmoni torneranno candidi e puri. Che se diventerai un bravo bambino mamma e papà torneranno insieme. Che se lui o lei ti concederà ancora del tempo, un’altra possibilità, avrai modo di mostrargli che siete fatti per vivere insieme, che il vostro amore è eterno.

Quindi arriva la depressione (depression). Qui inizia a esserci una presa di coscienza chiara delle perdite che si stanno per subire o si sono subite. Il livello di sofferenza si acuisce, aumenta, di solito in corrispondenza dell’acuirsi della malattia. Il bambino si accorge che non può fare nulla per salvare il matrimonio dei genitori. Se si è stati appena lasciati, è il momento più difficile, quello in cui si perde ogni fiducia in se stessi.

E infine c’è l’accettazione (acceptance) di quanto sta per accadere o è accaduto. Sto per morire, è il caso che saluti tutti quelli che amo, che metta a posto le cose. È morto qualcuno che amavo. Mamma e papà si lasceranno. Lui mi ha lasciata. Basta.

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Volutamente ho parlato anche di altre situazioni che non siano una malattia terminale, perché il lutto lo si porta anche per altro, per perdite che sentiamo come gravissime, definitive e la cui irrimediabilità è paragonabile alla morte. Però in qualche caso si può davvero intervenire per modificare lo stato delle cose, e a me è capitato.

Fermiamoci qui. Con qualche consiglio di lettura, se gradite: oltre a La morte e il morire, pubblicato in Italia nel 1976, La morte è di vitale importanza. Riflessioni sul passaggio dalla vita alla vita dopo la morte (1997) o ancora Impara a vivere impara a morire. Riflessioni sul senso della vita e sull’importanza della morte (2001). E ancora con una dimostrazione concreta di quanto Kubler Ross sia nota e popolare…

Nata lutto luglio – Omaggio a Elisabeth Kübler-Ross

https://it.wikipedia.org/wiki/Elisabeth_K%C3%BCbler_Ross

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