vuoto a perdere, racconto breve di Nuccia Isgrò

Guardo il soffitto e penso… penso a quante altre volte ho osservato le crepe del soffitto, ho contato le macchie, ho pianto…

Oggi ho preso una decisione, devo parlare, aprire il mio cuore, rivelarmi. Lo so non è facile, non sarà facile, ho bisogno però di essere onesto. Non posso continuare nella lacerazione del mio essere.

Immagino le reazioni, forse mia madre abbasserà il capo e piangerà, mio padre urlerà, sbatterà violentemente la porta, magari mi arriverà uno schiaffo per averlo deluso…

Ed io cosa farò?

Andrò via? Riempirò lo zaino, prenderò il treno e via a Roma da chi mi aspetta da sempre?

O resterò e continuerò come se non fosse successo nulla? Domani a scuola, poi a pranzo nel silenzio più assoluto con il telegiornale che sciorina le vergogne italiane e non, di pomeriggio in giro con gli amici?

L’incertezza dell’ immediato futuro mi terrorizza. Sono giovane, da parte ho pochi spiccioli, non lavoro, forse sono un “bamboccione” come qualcuno pontifica! Ho solo diciassette anni come posso decidere della mia vita? Non ce la faccio!

Da sempre la sicurezza delle braccia materne mi ha difeso dal male, adesso comprendo che non posso ancora continuare a nascondermi.

Da quando ho capito, mi faccio seghe mentali che mi prostrano. Compongo confessioni, le ripeto, le so a memoria, le recito nella mia solitudine e poi…non ho il coraggio di rivelarle a chi mi potrebbe aiutare.

Ho pensato anche di scrivere una lettera ma, mi accorgo, che un cosmo di parole scritte sono semplicemente vuote, spesso ciò che verghi su di un foglio di carta è limitante, non contiene il tutto ma solo una parte dell’universo che tieni nel cuore.

Ho strappato carta su carta, fogli su fogli, un oceano di carta, eppure… tutto era un niente.

Oggi mi sono deciso, chiamerò mamma e papà e parlerò, schiuderò me stesso, il mio animo sarà nudo davanti ai loro occhi!

Forse per la prima volta sapranno chi sono veramente! Comprenderanno in toto il mio agire, le mie scelte, il perché delle mie sfuriate, forse capiranno… forse!

Eppure sento ancora dentro di me dell’incertezza, la voce mi trema, le gambe sembrano dissociate dal corpo, il coraggio viene meno…

Come rimpiango l’età dell’infanzia, quando le decisioni erano delegate ad altri. Sì, qualche moto di ribellione, ma la tua vita camminava su binari precisi e sicuri, invece … l’inferno dell’adolescenza ti debilita. Non è vero che i ragazzi sono forti e decisi, oh no! Sono deboli, non sanno realmente cosa vogliono, è come essere su di un autoscontro! Combatti contro tutto e tutti solo per affermare di esserci, di essere vivo! In realtà la paura ti attanaglia le viscere, il timore di essere ti fa compiere azioni assurde che da piccolo mai avresti immaginato di fare o addirittura pensato.

Il mondo ovattato dell’infanzia si scontra improvvisamente con quello dell’età adulta, tutto va in frantumi, le certezze non esistono più vi è solo l’incertezza della tua età!

Mi sale una grande rabbia dentro quando ti urlano “ Ma cosa ti manca? Hai tutto! Perché quell’eterna insoddisfazione? Alla tua età io… ”

E iniziano a parlare di se stessi delle privazioni, sofferenze bla, bla, bla…

Non hanno capito o non vogliono capire il vuoto di oggi, per noi!

Vuoto di valori, una volta c’era Dio, oggi le chiese sono deserti senza acqua… una volta la società rispettava gli anziani, i bambini, le donne, i disabili… oggi sono loro le vittime privilegiate.

Apparire e non essere, ecco il diktat cui obbedire.

Sono sicuro che se esordissi con queste parole mi direbbero “E tu vuoi cambiare il mondo? Sei ancora un ragazzo! Pensa a crescere!”

Non è facile ottenere attendibilità in famiglia, anzi credo che sia il luogo in cui è più difficile conquistarla. E la scuola? Ecco il luogo dove creare squilibri sociali! Spesso, se ripeti a pappagallo la lezione, se non disturbi, se sei sempre presente con il corpo e la mente magari è altrove, ebbene… sei bravissimo! Guai a esprimere giudizi o critiche! Chi sei per farlo? Niente e nessuno, ricorda che sei solo un alunno che giustifica lo stipendio del prof!

Mi piacerebbe rivoluzionare tutto, cambiare tutto, forse bruciare tutto!

Ma non sono un piromane, sono un pavido che spesso preferisce il silenzio in cambio del quieto vivere!

Oggi potrebbe essere il giorno del riscatto!

Oggi il giorno della mia resurrezione!

Giù la maschera, sii uomo!Me lo dico da solo, chissà se riuscirò a esserlo!

E’ meglio che mi alzi dal letto, non vorrei innervosire i miei prima ancora di parlare.

Mi faccio una veloce doccia, indosso i fedeli jeans sdruciti, la maglia extralarge

che copre i muscoli appena accennati. Si faccio poco sport! Lo so! Il mondo dei palestrati non mi attira. Mi sembrano tanti fantocci gonfiati a elio e di reale e consistente c’è proprio poco.

Sono nervoso.

“Francesco vieni, il pranzo è pronto!”

E’ mia madre che mi chiama, guai farla aspettare, la pasta si fredda, papà s’innervosisce, e bla, bla, bla…

Mi siedo a tavola, guardo mio padre, mugugna, è chiuso in se stesso, gli occhi fissi sul piatto, chissà cosa pensa? La televisione accesa, Dio come la odio, riempie il nulla delle famiglie. Mia madre si affanna attorno al tavolo, scodella la pasta nei piatti, versa l’acqua, manca qualcosa? E’ lei che la prende! Sembra una serva! Povera donna, ma che vita fa? Ha anche lei attese, sogni, desideri? E’ felice con mio padre?

“Devo dirvi qualcosa?” E’ mio padre che parla. Lo guardo attonito, per la prima volta lo vedo davvero, è preoccupato, nuove rughe sulla fronte e sotto gli occhi delle occhiaie scure.

Ma quando sono apparse? Non le avevo mai viste! Un moto di affetto mi palpita improvviso, gli prendo la mano abbandonata sul tavolo, gliela stringo!

Mi guarda sorpreso, sono anni che non lo abbraccio o lo bacio anche di sfuggita. Chissà perché divenuti adolescenti pensiamo inutili le manifestazioni d’affetto? Diamo tutto per scontato!

Gli scende una lacrima sul volto scavato, si schiarisce la voce. Mia madre si è fermata, gli si avvicina e gli stringe la spalla.

Attendo…

“Scusatemi ma ho qualcosa da dirvi. La fabbrica mi ha messo in cassa

integrazione e tutti dovremo fare altri sacrifici. Mi dispiace!” Termina con un singhiozzo.

E’ come un colpo allo sterno, un pugno improvviso, mi sento un verme.

Penso all’ ennesimo paio di pantaloni che ho voluto a tutti i costi, alla paghetta settimanale che invariabilmente spendo per stupidaggini!

Improvvisamente mi rendo conto della loro difficoltà di vivere, di nascondermi gli affanni quotidiani.

Come posso parlare delle mie incertezze, delle mie esigenze, dei miei dubbi, dei miei problemi? E’ come se le parole di mio padre li avessero ridimensionati!

Tutto può attendere, per me c’è tempo, avrò modo di chiarirmi! Mi sento adulto, responsabile … mi avvicino a mio padre, lo abbraccio.

“Papà ti voglio bene, io ci sono, insieme si supera tutto!” Mi sento forte, ho solo una certezza nel cuore, amo la mia famiglia!

Il mio vuoto a perdere si è riempito d’affetto!

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