La paranza dei bambini, al teatro Gustavo Modena di Genova, recensione di Chiara Germak

“Il nome paranza nasce dal mare, il mare delle fatiche, delle partenze, del buio della notte, del silenzio che ti inghiotte…Nella paranza i pesci danno fiducia alla vita, accecati dalla luce, ma la corsa verso la luce è finita.”

Paranza in gergo camorristico è il gruppo criminale. La “paranza dei bambini” allude all’immagine di pesci piccoli, ottimi per la frittura, proprio come quei giovani ragazzi strappati acerbamente alla giovinezza.  I loro eroi sono camorristi che in grado di vivere con sprezzo del pericolo, si meritano la ricchezza raggiunta.

E’ una verita’ che vibra, esplode nelle voci, nei gesti, negli occhi di questi giovani attori. Corvi neri nei loro costumi da rapper firmati 0770, ispirati alle atmosfere cupe dei fumetti di Frank Miller.

A Nicolas, il Maharaja, vibrante performance per l’attore Riccardo Ciccarelli, piace studiare Machiavelli, Il Principe. Lui non ha paura di farsi vedere fumare in giro, le canne se le può fare anche a casa. Ha una famiglia apparentemente normale alle spalle, di Forcella. Capisce che per diventare il sovrano di Napoli deve uccidere qualcuno, perché nella vita puoi scegliere se essere fottuto o fottitore. Per ottenere questo accetta di uccidere su invito del camorrista White, ottima interpretazione per l’attore Antimo Casertano, il suo amico, soprannominato Dumbo, la figura più indifesa all’interno della paranza.

In fondo per il Boss, Don Vittorio, quanto pesa un picciotto? Una piuma persa al vento. Il picciotto dev’essere una sentinella votata all’omerta’. La paranza è sempre stata qualcosa al servizio di altri e la vita è sacrificio.

C’è la maschera che l’uomo costruisce per non essere costretto a percepire “l’inesattezza della vita, il vuoto interno a cui non può affacciarsi se non a costo di morire o impazzire”, scriveva Pirandello. Nicolas incarna la maschera del Male, il Riccardo III di Shakespeare che impazzisce per l’ambizione e la sete di potere. Lo spettacolo è disseminato di citazioni shakesperiane.

Uno sguardo bambino traspare dai volti di questi ragazzi, un bisogno struggente di abbracciarsi, di sentirsi. Un desiderio urgente di trovare un senso alle loro vite, per non sentirsene più schiavi. La famiglia è ai margini dalla scena, la voce di una madre che si raccomanda, un padre il cui volto si cela al pubblico, allude ad una incomunicabilita’ remota.

Interessante regia di Mario Gelardi, direttore artistico del Teatro, con la collaborazione di Carlo Caracciolo . Lo stesso direttore autore anche della drammaturgia insieme a Roberto Saviano.

Lo spettacolo è allestito intorno ai protagonisti, in una scenografia dinamica che cambia continuamente ruolo drammaturgico grazie a due pedane in salita movimentate dagli attori stessi, ora scale per salire su un preciso luogo posto in un piano alto oppure tetti delle case in cui tornano ad essere bambini, i muretti su cui appoggiarsi per tirare la coca.

Performance inappuntabile per il boss ai domiciliari, Ivan Castiglione. Interpretazione funambolesca e a tratti commovente per gli attori Luigi Bignone, Carlo Caracciolo, Mariano Coletti, Giampiero De Concilio, Simone Fiorillo, Carlo Geltrude, Enrico Maria Pacini.

I complimenti vanno a Tommy Grieco per la scelta delle originali musiche elettroniche e a Paco Summonte, per i controluce che irrobustiscono la forza scenica.

Nel cuore di Napoli , dove si tenta di costruire un presente reale e immaginare un futuro possibile bambini e ragazzi seguono corsi di teatro, tutti assolutamente gratuiti. Lì si studia, si impara un mestiere, in un rione che ha una delle percentuali di abbandono scolastico più alte d’Europa.

E’ un miracolo quello portato in scena dal Nuovo Teatro Sanita’ e tutto questo senza alcun contributo pubblico.

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