accadde…oggi: nel 1928 nasce Francesca Sanvitale, di Laura Lilli

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/02/10/francesca-sanvitale-borghese-selvatica.html

2011 – Francesca Sanvitale, scomparsa ieri a Roma a 82 anni dopo una lunga malattia, era una scrittrice borghese. «Una borghese selvatica», avrebbe specificato lei in un’ intervista. E subito, aggiustando il tiro: «In realtà ho lavorato molto e ho fatto sempre scelte molto arrischiate, altro che borghese». In ogni caso, aveva fatto solidi studi a Firenze, come si conviene a una ragazza della buona borghesia (Alberto Asor Rosa scriverà nel 2000, recensendo la sua Camera ottica, che «è una scrittrice che poggia la propria invenzione su di una solida armatura di cultura e di realtà). Inoltre, il suo primo romanzo, (Vallecchi 1972) si intitolava precisamente Il cuore borghese. E lei stessa era una signora elegantee gentile, sempre ben pettinata, che parlava senza accento e aveva una grande casa zeppa di tappeti, in cui ospitava volentieri molti scrittori. Amava anche frequentare il ristorante Cesaretto in via della Croce, in cui chiunque entrasse si sedeva al primo tavolo dove c’ era un posto libero, e prendeva parte alla conversazione. Tutto questo non diminuisce il suo valore letterario. Valore peraltro riconosciuto dal Presidente della Repubblica, che il primo giugno 2001, di sua iniziativa, la nominò Ufficiale dell’ Ordine al merito della Repubblica italiana. Nel 2008 ricevette il premio Viareggio ed ha diretto Nuovi Argomenti e MicroMega. In realtà Francesca Sanvitale è stata una delle più importanti scrittrici italiane del secondo Novecento – o forse bisognerebbe dire “scrittori” per non imprigionarla nell’ etichetta di “genere”, come tanto ha sempre temuto Doris Lessing? In ogni caso, però, un occhio attento sulla scrittura femminile lo ha sempre tenuto. Ad Asor Rosa, quando questi recensì la sua Camera ottica, disse che «ciò che per lo scrittore è difficile, per la scrittrice lo è molto di più: perché la libertà interiore dello scrittore maschio ha alle spalle la storia della letteratura». Ma poi fece ben altro: dedicò una ponderosa antologia con un bel saggio introduttivo alle scrittrici del Risorgimento: da Giustina Renier a Eleonora De Fonseca Pimentel. Titolo: Così si spiega il silenzio. Silenzio in cui le scrittrici sono state ricacciate già a partire dall’ epoca di Carlo Cattaneo, la cui eredità (in questo senso) fu prontamente raccolta dal nuovo secolo. La Sanvitale era molto legata al mondo letterario romano, ma era nata a Milano nel ‘ 28. Durante la guerra, i genitori si trasferirono a Firenze, dove lei trascorse un’ infanzia solitaria. I ragazzi fiorentini la snobbavano e la deridevano per via del suo accento milanese. Si rifece all’ Università, dove studiò con De Robertis, Longhi e Garin. Suoi compagni furono Luigi Baldacci, Carlo Cattaneo e Giuseppe Lisi, figlio dello scrittore Nicola. Collaborando alla Nazione, fece le prime prove nel giornalismo. Che però non è mai stata la sua attività più importante, anche se per 27 anni è stata una funzionaria della Rai. Fu importante per la nascita del secondo canale. «Bei tempi, quelli», ebbe a dire ancora, «c’ erano Umberto Eco, Furio Colombo, La Capria…». Fu proprio la moglie di La Capria, Fiore, a insistere perché venisse a Roma, dove “sbarcò” nel ‘ 59. Per rimanerci, ed entrare sotto la pelle della città (letteraria). «Ma non dopo morta», disse. «Voglio essere sepolta a Parma, dove si trovano il Palazzo Sanvitale e la nostra tomba di famiglia». È una frase un po’ sibillina, questa. Nella sua storia, Parma, fino a questo momento, non è stata nominata. Come mai? Troviamo la risposta – sia pure criptata – nel suo romanzo forse più bello e drammatico, uscito nell’ 80 da Einaudi, come tutti quelli che seguiranno: Madre e figlia (1980). È un romanzo lacerante e straziante a sfondo autobiografico. La scrittura è fluida, come se scivolasse sull’ acqua. A tratti il testo è realistico, ma nell’ insieme è allucinato, grottesco, scritto come in sogno. Si va e si viene di continuo dalla prima alla terza persona, dal passato al presente, si alternano ricordi reali a frutti dell’ immaginazione. È scritto in prima persona, e probabilmente questo “io” non è un espediente narrativo. Madre e figlia sono lei e sua madre, la quale di origini nobilissime ma decaduta – si è accompagnata con l’ ancora più nobile Sanvitale di Parma. Sangue blu e un “amore colpevole”, come si diceva una volta. Madre e figlia vivranno da sole, migrando mano a mano da una casa povera a un’ altra ancora più povera. Ognuna sarà un rifugio per l’ altra, ma col tempo questo abbraccio diventerà una prigione. Il padre lo vedranno di tanto in tanto: duro, lontano, seduto gambe accavallate battendo la sigaretta sull’ astuccio d’ argento. È impossibile dar conto in questo spazio delle molte opere di criticae di narrativa che Francesca Sanvitale ci ha lasciato, Limitiamioci ad una, che poteva anche essere particolarmente vicina alla sua sensibilità: Il figlio dell’ Impero, del 1993. È un voluminoso intreccio di narrativa e di storia che mette a fuoco la triste storia del figlio di Napoleone, il “re di Roma” che a soli tre anni, il 29 marzo 1814, deve scappare in fretta e furia da Parigi prima chei nemici di suo padre entrino in città. Giocattoli e soldatini sono incartatati, ma lui si butta a terra, piange e non vuole muoversi, perché il padre gli ha detto che fino al suo ritorno sarà lui a comandare a Parigi. E invece dovrà partire con la madre Maria Luigia d’ Austria e crescerà alla corte di Francesco I. Subirà un crudele processo di contro-educazione: tate, lingua, perfino il nome gli verranno cambiati. Non sarà più Napoleone, il bambino francese dal glorioso avvenire, ma Franz duca di Reichstadt, un perfetto gentiluomo austriaco.

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