accadde…oggi: nel 1930 nasce Monique Serf – Barbara, di Giuseppe Videtti

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1997 – E’ morta nella notte di lunedì in un ospedale di Neuilly-sur-Seine, nei pressi di Parigi, Barbara, una delle leggende della canzone francese. Nata il 9 giugno di 67 anni fa con il nome di Monique Serf, era diventata popolare con le sue canzoni da cabaret espressionista.
‘SEULE’ , sola, era il titolo di uno dei dischi più recenti di Barbara, che dai primi anni Ottanta erano diventati sempre più sporadici. In copertina c’ era lei, fotografata in bianco e nero, da lontano, affacciata alla finestra della sua casa di campagna, con l’ immancabile sciarpa nera e gli occhiali scuri. La solitudine e il mal d’ amore avevano alimentato la vena poetica della cantante per tutta la sua carriera, iniziata nei cabaret parigini come interprete, nel 1950. Brel e Brassens furono i suoi primi amori. Del primo incise una versione definitiva, drammatica, asciutta, disperata di Ne me quitte pas. Del secondo riprese La marche nuptiale, trasformandola in un conciso e toccante quadretto familiare, ingiallito dal tempo: il ricordo di un bimbo che accompagna i propri genitori – comunisti convinti – davanti al sindaco per uno sbrigativo matrimonio civile.
“Esistere è di per sé angosciante” rispondeva a chi insinuava che i suoi classici – Mourir pour mourir, Ma plus belle histoire d’ amour – erano messaggi di disperazione. “Non è solo la morte a causare angoscia” disse in una delle sue rare interviste, a un giornalista di Liberation, “ma anche la paura di perdere l’ altro. Per alcuni esiste l’ angoscia della sera che arriva. Per altri quella del risveglio, quando si ode il primo canto degli uccelli. Tutti hanno le loro angosce. Io, se non altro, ho il privilegio di poterle cantare”. Al pubblico francese, che della canzone ama l’ allegria e la tragedia con uguale trasporto, i fantasmi di Barbara non fecero paura. La cantante trionfò nei templi della musica. E’ stata una delle leggende dell’ Olympia. Ma lei preferiva il più intimo e buio Bobino, un locale che oggi non esiste più. Lì, su quel palcoscenico bassissimo intorno al quale si assiepavano i suoi ammiratori, incise uno dei grandi capolavori, dal vivo, con uno scarno accompagnamento strumentale e, nella sua voce, tutte le angosce dell’ alba e del tramonto, e anche quelle del giorno fatto e della notte fonda. Dopo Seule, del 1980, non aveva più inciso dischi fino al ’96. Si era ritirata in solitudine, con qualche concessione per il teatro: Lily Passion con Dépardieu, approdato anche in Italia, e una performance al Metropolitan di New York con Baryshnikov. L’ anno scorso, nel mese di novembre, aveva pubblicato il suo tredicesimo album, Barbara, un altro capolavoro di crepuscolare bellezza, “più vicino a Baudelaire che a Verlaine” sentenziarono i critici francesi, tanto per far comprendere che lei era ormai nell’ Olimpo dei poeti. Il presidente Jacques Chirac l’ ha ricordata “per il suo talento, la sua intensità e la sua passione di interprete”. Il premier Lionel Jospin ha celebrato “la sua voce singolare e i suoi testi che pretendevano attenzione”, mentre il ministro della cultura Catherine Trautmann ha parlato “dell’ ardore e della passione di una donna attenta alle ferite della vita e alle giuste cause”, alludendo all’ impegno che l’ artista ha profuso nella lotta all’ Aids fin dal 1987, quando aveva inciso la canzone ‘Sidamour à mort’ . Per il suo pubblico Barbara rimarrà sempre la “dame brune”, “l’ aigle noire”, l’ aquila nera, il titolo della canzone che era diventata il suo biglietto da visita.
Come la Gréco, non riusciva a tradire il nero, quando sceglieva un abito: “Il nero è un colore di festa, da sera, da notte, di estrema eleganza, di dignità, di pericolo, di seduzione, e certamente anche di dolore”.

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