da Battisti a Shakespeare, nella stanza dell’hospice la magia di un’ode alla vita, di Erica Manna

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Appena sveglia ha chiesto di essere truccata, e di comprare i pasticcini. «Oggi è il mio giorno». La stanza di M., all’Hospice di Bolzaneto, è annunciata da un disegno accanto alla porta, una primula gialla. Dentro ci sono il marito, il figlio e la nuora. E tante sedie, in cerchio accanto al letto. Al muro hanno appeso una locandina, “Ode alla vita”: perché questa camera, per una mattina, sarà un piccolo teatro. Sono due settimane che M., 76 anni, capelli biondi pettinati indietro, lo sguardo acceso come quello di una ragazza, si prepara. Sono le sue stesse parole ad andare in scena: lettere che M. ha scritto per i familiari, e che sono state adattate per essere recitate.

C’è il suo medico, il dottor Iraj Davoodi, che ammonisce di non farla stancare troppo, ma per una mezz’ora si può fare.
C’è Maria Pia Di Pietro, che coordina i volontari della Gigi Ghirotti, e qui è sorella, amica, confidente: racconta che «quando le ho parlato di questo progetto le brillavano gli occhi, ha vissuto questi ultimi dieci giorni emozionata ed entusiasta». Lei batte le mani, ringrazia tutti uno per uno, come da un palcoscenico: “Grazie, sono così felice”. Tiziano Giardini, alla chitarra, intona una canzone di Lucio Battisti, lei muove le labbra, conosce ogni strofa. Poi, è il momento della “sua” ode. «Sono innamorata della vita — interpreta Ivano Malcotti — una donna con l’entusiasmo appiccicato addosso».

Sono parole che traboccano di gratitudine, di pienezza, di amore. Per il marito, su una sedia a rotella, che vive in una casa di riposo ma per oggi è qui, e le accarezza la mano.
Per il figlio, che riprende tutto con il telefonino e ogni tanto si asciuga le lacrime, senza farsi vedere. Per la nuora, che alla fine dello spettacolo non trattiene il magone, esce, cammina per il corridoio abbracciata a Maria Pia.
Giorgio De Virgiliis, attore da una vita, interpreta un pezzo da Amleto, M. applaude, entusiasta. Chiede un’altra canzone, questa volta Lucio Dalla: “Tu corri dietro al vento e sembri una farfalla”.
Farfalla, «proprio così mi chiamava mia nonna», Mancora se lo ricorda.

È la prima volta che i volontari di Teatro DiLetto portano uno spettacolo all’Hospice. Il progetto, partito un anno fa, nasce dalla collaborazione di tre associazioni: la Gigi Ghirotti, la onlus Città di Genova e l’istituto Italiano di Bioetica. «Il nostro ruolo è quello di ascolto attivo: cerchiamo di captare emozioni, desideri. E poi andiamo a domicilio, da persone che non si possono muovere dal letto, prima che le loro condizioni precipitino.
E’ un compito impegnativo: devi farti interprete della loro emotività, leggere i sentimenti. Le reazioni hanno stupito noi per primi: fortissime. Non vedono l’ora che tu vada e porti a termine il lavoro artistico».

Un contesto non facile, anche per professionisti preparati.
«Abbiamo fatto la triennale in counseling e un master in Pnl, programmazione neuro linguistica per rapportarti con le persone nel modo il più possibile autentico. Ma a volte è dura. Senti di essere una spugna piena, infatti una supervisione psicologica è fondamentale». Maria Pia Di Pietro fa strada lungo i corridoi luminosi dell’Hospice, dodici stanze per altrettanti ospiti. «Il nostro motto è che c’è tanto da fare, quando non c’è più niente da fare — spiega — il compito del volontario è di esserci, sempre in ascolto: per cogliere rimpianti e desideri, che cerchiamo di realizzare.
Abbiamo fatto registrare un messaggio vocale di Renato Zero a una sorcina. Fatto sposare due persone, proprio in questa stanza. E’ impegnativo, certo. Ma siamo noi, quelli che riceviamo di più. E poi, non bisogna pensare a un posto lugubre.
Perché alla morte ci arrivi vivo».

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