La bellezza dell’acqua, di Alberto Bellavia, Adriana Iacono e Lia Lo Bue, edizioni Leima, recensione di Daniela Domenici

Alla mia ormai lunga “carriera” di recensora di libri mancava un libro come questo, di scrittura collettiva; in “La bellezza dell’acqua” un autore e due autrici agrigentino/e partecipano a un corso di scrittura creativa durante il quale vengono chiamati dall’insegnante Betta a osservare due delitti, avvenuti ad Agrigento nel marzo 1960, quello del commissario Tandoj e di Ninni, un giovane colpito casualmente, “da una nuova prospettiva e finiranno per tracciare tre personaggi così reali da sembrare veri. La scrittura, catartica e chiarificatrice anche nei loro stessi confronti, diventa un viaggio nel quale non saranno soli: qualcuno, a loro insaputa, muove i fili della storia e guida i loro passi. Chi sarà? E per quali ragioni li avrà spinti a scrivere?”.

Ecco, in sintesi, la trama di questo libro che avvince, affascina e commuove non solo per lo stile narrativo di Bellavia, Iacono e Lo Bue, splendidamente ricco, originale e variegato ma, soprattutto, per lo straordinario pathos che ci regalano grazie ai tre personaggi da loro creati: un sacerdote, don Calò, un uomo muto per un incidente di guerra, Giullà, e una ragazza, Cetti, la fidanzatina di Ninni, uno dei due uomini uccisi quella sera di marzo ad Agrigento.

Queste tre storie sono abilmente inserite in uno schema più ampio la cui soluzione arriverà solo nei capitoli finali quando si riannoderanno i fili che lo muovono, come in un vero giallo che , in questo caso, è profondamente siciliano; anche le carte dei tarocchi, che vediamo in copertina, hanno un ruolo importante nel disvelamento conclusivo di questo formidabile esempio di scrittura collettiva “dove il racconto e il vissuto hanno confini labili”: complimenti di vero cuore a Bellavia, Iacono e Lo Bue.

 

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