ingiustamente dimenticata, di Ester Rizzo

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Anche Gianna Manzini fa parte di quella folta schiera di scrittrici ingiustamente fatte precipitare nell’oblio. E il destino ha voluto che, per errore, Joyce, che avrebbe voluto leggere un suo racconto spinto da una recensione entusiastica di uno scrittore francese, nel suo epistolario sbagliasse il nome della scrittrice indicando al suo posto quello della Deledda: un errore che non è stato mai più rettificato.

Gianna nasce a Pistoia il 24 marzo del 1896. Nel 1914 si trasferisce con la madre a Firenze per completare gli studi. Quando sta per ultimare la sua tesi di laurea, conosce Bruno Fallaci, giornalista della Nazione. I due si innamorano e nel 1920 convolano a nozze. Gianna proprio su quel quotidiano inizia a pubblicare i primi racconti.

Dopo ben otto anni esordisce con la sua prima opera, Tempo innamorato. La critica è molto favorevole e il libro viene definito una “ventata di novità” nel panorama letterario di quei tempi.

Le figure del padre e della madre ricorrono spesso nei libri di Gianna Manzini, soprattutto il primo che era stato un anarchico rivoluzionario, morto in un agguato fascista. Questa morte prematura fu sempre vissuta dalla scrittrice come una sorta di “rimorso della memoria”. Quel padre fiero, immolatosi per la libertà, lo ritroviamo nel romanzo Ritratto in piedi pubblicato nel 1971 dove “sul filo di una rievocazione teneramente affettuosa” vengono ricostruiti i momenti più importanti della sua famiglia: l’ambiente anarchico con i compagni di fede del padre, la separazione dei suoi genitori voluta fortemente da sua madre che riteneva pericolosamente utopistiche le idee del marito e quei tanti momenti di incomprensione tra padre e figlia pacificati solo con la morte: “Ma rimasta sola, senza la tua guida, io sbando, finisco col cercare altro, o cerco male. Sola: ho freddo, babbo”. L’opera ottenne nel 1971 il premio Campiello e lei fu la prima donna a vincerlo.

Un suo precedente romanzo edito nel 1956, La Sparviera, fece dichiarare a Giuseppe Ungaretti: “una delle pochissime opere di cui parlerà la gente di domani”. La gente di oggi, invece, neanche sa che è esistita una scrittrice che si chiamava Gianna Manzini.

Tra gli altri suoi scritti: Incontro col falcoCara prigione, Il valzer del diavolo, Sulla Soglia. In quest’ultimo la scrittrice rievoca il rapporto con la madre. L’opera racconta un colloquio tra due donne che avviene nello scompartimento di un treno. Durante l’avanzare di questo treno sui binari, che in fondo sono quelli della vita, si materializzano, in quello spazio angusto e ristretto, la madre e quattro viaggiatori senza bagagli che, come un coro della tragedia greca, discutono i ricordi che hanno condizionato la vita della madre. Quest’ultima era “l’ascolto passivo”, “l’attesa rassegnazione” in contrapposizione a suo padre che rappresentava la fierezza, la libertà da difendere. In fondo le immagini dei suoi genitori altro non rappresentano che i due simboli della condizione umana.

Anche Montale ebbe parole lusinghiere per lei: “Gianna Manzini ha fatto già molto e molto ancora può fare per il romanzo italiano”.

Nel 1930 fu l’unica donna scelta da Elio Vittorini e da Enrico Falqui per l’antologia Scrittori nuovi. E proprio con Falqui nel 1934 iniziò una nuova relazione e si trasferì a Roma, dove si spense il 31 agosto del 1974. Nella città eterna Gianna venne forse contagiata dalla frivolezza degli ambienti e si cimentò come cronista di moda. Diventò inoltre collaboratrice del Giornale d’Italia, di Oggi e di Fiera letteraria, curando anche rubriche fisse ma firmandosi con due pseudonimi: Pamela e Vanessa. Margherita Ghilardi, tracciando il suo profilo, così scrive: “Fu la sola distrazione concessa ad un impegno che fu tirannico e assoluto”.

Un impegno che la portò con le sue opere a fuggire nel mondo dei ricordi e dei sogni per tentare di sottrarsi alla solitudine umana.

Due vie sono a lei intitolate: una a San Benedetto del Tronto (AP) e l’altra a Pistoia, sua città natale. La Fidapa, sezione di Pistoia, ha intitolato a Gianna Manzini la sala della biblioteca “San Giorgio” che ospita la narrativa italiana e straniera.

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