accadde…oggi: nel 1915 nasce Maria Padula, di Mariadelaide Cuozzo

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Nacque a Montemurro (Potenza) il 12 gennaio 1915 da una relazione fra Immacolata Pascarelli, contadina, e un uomo la cui identità è rimasta ignota, il quale non volle riconoscerla. Accolta sin dall’infanzia da una famiglia in vista del luogo, i Padula, venne ospitata inizialmente dai coniugi Domenico Padula ed Elisabetta Ragona, che tuttavia erano troppo anziani per poterla adottare; fu dunque adottata legalmente soltanto nel 1933 dalla coppia di facoltosi proprietari terrieri senza figli formata da Rosina Padula, figlia di Domenico ed Elisabetta, e Nicolino Padula, cugino e marito di Rosina. Grazie alla famiglia adottiva, appartenente alla borghesia terriera e professionale di matrice liberale e repubblicana (Nicolino era avvocato e Rosina era nipote di Vittoria Albini, a sua volta sorella di Giacinto Albini, governatore garibaldino della Basilicata), la giovane Maria poté ricevere un’educazione culturale di ampio respiro, in una casa fornita di una biblioteca ricca di classici, di testi di diritto e di letteratura europea dell’Ottocento, dove si discuteva frequentemente di temi sociali. La madre adottiva, donna colta ed evoluta, suonava il pianoforte e dipingeva. A contatto con questi modelli Maria andò sviluppando una personalità forte e autonoma, originale rispetto ai canoni tradizionali della femminilità vigenti all’epoca, in specie nell’Italia meridionale rurale. La sua spiccata spiritualità e la sua sensibilità per le problematiche sociali furono inoltre influenzate dall’assidua frequentazione del vescovo di Tricarico, monsignor Raffaello delle Nocche, i cui insegnamenti incisero sulla sua educazione morale. L’interesse per l’arte e, nello specifico, per la pittura, maturò in Maria da adolescente, in particolare durante uno degli inverni trascorsi a Napoli con la famiglia adottiva, quello del 1931, quando Maria, seguendo un impulso nato in lei durante una visita al Museo nazionale di Napoli, cominciò a prendere lezioni private di disegno da una copista del museo che la iniziò alla prassi accademica. Proseguì poi gli studi privati con il pittore Gennaro Luciano,  restauratore di affreschi pompeiani, che le fornì delle solide basi tecniche. Superati gli esami di ammissione al liceo artistico di Napoli, Maria lo frequentò dal 1933 al 1938, studiando con i professori Francesco De Nicola e Luigi Franciosa. Iscrittasi nel 1939 all’Accademia di belle arti di Napoli, ebbe fra i suoi maestri Giovanni Brancaccio ed Emilio Notte, che le aprì gli orizzonti delle avanguardie, da Cézanne a Van Gogh e Gauguin; tuttavia con il  docente di pittura, Pietro Gaudenzi, non entrò in sintonia, tanto che, insofferente verso la sua impostazione didattica coercitiva, lasciò l’Accademia napoletana al terzo anno di studi per iscriversi a quella di Firenze, dove studiò, fra gli altri, con Felice Carena, con il quale si venne stabilire un rapporto di stima e fiducia reciproche.

Durante le estati trascorse a Montemurro, a contatto con l’intensa luce meridionale e con luoghi e persone che le appartenevano profondamente, la pittrice si immergeva completamente nel lavoro, realizzando tele raffiguranti paesaggi lucani e contadini del posto e raggiungendo progressivamente un proprio linguaggio, fondato tanto su rapporti tonali fra colori luminosi, limpidi e trasparenti, dati in stesure leggere sulla tela, quanto su impianti spaziali nettamente definiti attraverso la sintesi geometrizzante, ma non freddamente razionale, delle forme-colore. Ne sono già testimonianza opere giovanili degli anni Trenta e dei primi anni Quaranta, come Bimba che legge, Autoritratto, Le figlie del pastore, Fosso di Libritti, Le case di Gannano, tutte in collezione privata, e La fontana di Gannano, appartenente al Comune di Montemurro (cfr.M. P. La donna, la pittrice, la scrittrice, 1997, pp. 145-152, cui si fa riferimento per le opere citate se non diversamente indicato).

Conclusi gli studi accademici nel 1941, la pittrice rientrò a Napoli in piena guerra e all’inizio del 1943 si sposò con Giuseppe Antonello Leone, artista che aveva conosciuto durante la frequenza dei corsi all’Accademia di Napoli e che era stato richiamato al fronte nel 1942. Il 17 settembre del 1943 nacque a Montemurro il primo figlio della coppia: Nicola Giuliano. Ritiratasi nel suo paese natale, la pittrice vi dipinse in quegli ultimi anni di guerra alcuni intensi ritratti, come Norina e Ritratto di Leonardo Sinisgalli, una delle figure intellettuali più interessanti del dopoguerra italiano: ingegnere, critico d’arte, disegnatore, poeta, responsabile dell’Ufficio tecnico di pubblicità della Olivetti di Milano e nativo anch’egli di Montemurro, era amico di famiglia e fin dalla giovinezza sostenitore di Maria. A metà degli anni Quaranta l’artista iniziò in varie città italiane la sua carriera espositiva. La sua prima mostra personale fu in coppia con il marito e si tenne nel 1944 presso il circolo Larussa di Catanzaro, città in cui Leone svolgeva il servizio militare, mentre nel 1945 i due artisti si occuparono della decorazione pittorica della chiesa madre di Pietradifusi, in provincia di Avellino, per la cui volta Maria dipinse in un limpido stile neoquattrocentesco la grande tela La nascita della Vergine. L’impresa decorativa suscitò l’interesse della critica d’arte Eva Tea, residente a Firenze, la quale nel 1946 le dedicò un articolo elogiativo sulla rivista Art Notes. Il 21 dicembre del 1946 nacque a Montemurro, dove i coniugi Leone – Padula risiedevano, il loro secondo figlio: Silvio Domenico. In questo periodo Leone incominciò a svolgere un’attività didattica a Potenza, dove entrò in contatto con intellettuali e artisti autoctoni e non, di cui la Basilicata era ricca in quegli anni densi di eventi e cambiamenti sociali e culturali – dalla pubblicazione del Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi allo svuotamento dei Sassi di Matera in seguito agli studi sociologici di Frederic Friedmann, con il conseguente riassetto urbanistico materano – che focalizzarono l’attenzione nazionale e internazionale sulla regione. Nel clima culturale surriscaldato del secondo dopoguerra, caratterizzato in arte dalla polemica fra realisti e astrattisti, con il suo portato ideologico, e nei drammatici anni delle lotte per la riforma agraria, si formò in Basilicata un nucleo di artisti e intellettuali accomunati dall’attenzione alle problematiche sociali della terra lucana e del Mezzogiorno in genere. I coniugi Leone-Padula allacciarono rapporti durevoli con diversi personaggi appartenenti a quel milieu, come Rocco Scotellaro, Raffaele Nigro, Michele Pergola, Mauro Masi, Michele Giocoli, Francesco Ranaldi, oltre che con lo stesso Levi e con il meridionalista Manlio Rossi Doria. Dunque fu in questo contesto che si andò a inserire l’opera di Maria Padula e di altri protagonisti, negli anni Cinquanta, dell’emigrazione intellettuale lucana verso centri come Napoli, Roma, Firenze, Milano. Nel 1948 si tenne a Potenza, presso il salone della Camera del lavoro, la seconda mostra personale della coppia, presentata da Sinisgalli, che ebbe un buon riscontro, con acquisti di opere anche da parte di istituzioni pubbliche come il Comune di Potenza. L’anno successivo la pittrice espose alla IX Biennale nazionale calabrese di Reggio Calabria e il 15 novembre le nacque il terzo figlio, Bruno. Nel 1950 partecipò ad altre mostre, fra cui la Mostra del San Giovannino di Firenze (M. P. 1915-1987, 2007), e vinse il premio nazionale Città di Melfi, con il dipinto Piazza del mio paese. In quello stesso anno si trasferì con la famiglia in una casa nei pressi di Potenza e il 31 ottobre del 1951 dette alla luce a Montemurro l’ultima figlia, Rosa Maria. Nel maggio dello stesso anno Maria e il marito, entrambi desiderosi di riavvicinarsi a Napoli, inaugurarono una doppia personale presso la galleria La Tavolozza della città partenopea, presentata in catalogo da Sinisgalli e recensita da noti critici napoletani come Paolo Ricci, Carlo Barbieri e Alfredo Schettini. L’anno seguente, grazie a un incarico di docenza a Salerno ottenuto da Leone, tutta la famiglia si trasferì a Vietri sul Mare, dove avrebbe risieduto fino al 1956, continuando a trascorrere le estati a Montemurro.

Nel periodo vietrese la tavolozza di Maria andò schiarendosi ulteriormente, in paesaggi e ritratti pregni d’intensa luce mediterranea, di un sintetismo d’impronta cézanniana e dalle accensioni cromatiche fauve (Vietri sul mare; La nonna). Incominciò in quegli anni anche la sua attività da scrittrice, che da quel momento in poi avrebbe affiancato a quella pittorica. A Vietri scrisse infatti la prima stesura del romanzo autobiografico Il vento portava le voci, che, nonostante il giudizio positivo di Sinisgalli, il quale le aveva consigliato di pubblicarlo subito, fu invece da lei lungamente rielaborato nel tempo.

Nel corso degli anni Cinquanta l’artista maturò ulteriormente una sua peculiare forma di realismo, «sempre intriso di una vena metafisica, assorta e sfuggente» (E. Pontiggia, in Volti paesaggi territorio, 2002, p. 55); si vedano, ad esempio, Vicolo montemurrese e Tettoia di zinco. Al linguaggio raggiunto in quegli anni la pittrice si sarebbe mantenuta sostanzialmente fedele nel tempo, aggiornando solo sporadicamente i soggetti, come nel caso dei dipinti Agip a Potenza e Lavori in corso sulla Basentana (1968). Nel 1953 partecipò a Roma, presso il Palazzo delle Esposizioni, alla mostra L’arte nella vita del Mezzogiorno d’Italia. Trasferitasi nel 1957 con la famiglia a Napoli, nel quartiere Vomero, in quello stesso anno partecipò nella città all’esposizione della Società promotrice di belle arti Salvator Rosa, presso la quale sarebbe tornata ripetutamente a esporre negli anni seguenti, e alla Mostra dei pittori lucani, svoltasi alla galleria del Ponte e presentata in catalogo da Carlo Levi.

La collettiva metteva a confronto le opere di Padula con quelle di altri artisti della sua terra e con alcuni dipinti leviani di soggetto lucano, evidenziando, pur nelle differenti inflessioni individuali, un filo di continuità definito dal rapporto con il luogo di appartenenza.

A Napoli i coniugi Leone entrarono in contatto con diversi artisti e intellettuali, fra i quali Vasco Pratolini, Domenico Rea, Luigi Compagnone, Ugo Piscopo, lo scultore Giovanni Tizzano, e in quel periodo Maria incominciò a collaborare a vari periodici pubblicandovi scritti di carattere critico, letterario e politico-sociale, attività che avrebbe proseguito fino agli anni Ottanta. Nel 1966, essendo stato Leone nominato direttore dell’Istituto statale d’arte di Potenza, lui, Maria e la figlia Rosa Maria, lasciati a Napoli i tre figli maschi che lì studiavano, si trasferirono a Potenza, dove Maria avrebbe insegnato disegno dal vero presso il medesimo istituto, interpretando il suo ruolo di docente con passione e dedizione e preoccupandosi anche della promozione dei suoi allievi attraverso l’organizzazione, in Basilicata, di mostre di giovani artisti lucani.

Maria seppe inoltre conciliare la pratica della pittura e della scrittura e i compiti di docente e madre con l’impegno sociale e politico, rivolto in particolare alle problematiche della condizione femminile, occupandosi attivamente, fra gli anni Sessanta e Settanta, della difesa dei diritti delle donne, attraverso la sua militanza nell’ambito della Sinistra parlamentare e dei gruppi di base cattolici. Il riflesso delle sue posizioni ideologiche si coglie esplicitamente nel soggetto del dipinto Manifestazione, del 1970, raffigurante una protesta operaia.

In quegli anni, fra le altre occasioni, tenne due personali nel 1964, una al circolo lucano Giustino Fortunato a Napoli e l’altra alla galleria Brutium di Reggio Calabria; venne invitata a Firenze alla XVI Mostra nazionale premio del fiorino del 1965, anno in cui inoltre vinse, con il libro Il paese è paese d’inverno, il primo premio per la letteratura a un concorso indetto dal circolo La Torre di Atella, la cui casa editrice avrebbe pubblicato il testo nel 1973; nel 1967 partecipò a Potenza al premio Basento, vincendo il primo premio con medaglia d’oro del presidente della Repubblica, prese parte alla IV Mostra nazionale d’Arte FIDAPA (Federazione Italiana Donne Arti Professioni e Affari) al Palazzo delle Esposizioni di Roma e pubblicò il libro Il traguardo. Nel 1970 una sua importante personale venne allestita a Roma, presso la galleria del Vantaggio.

Nel 1974, con il marito e la figlia, ritornò nuovamente a Napoli, dove ottenne la cattedra di disegno dal vero presso il I Istituto d’arte, mentre Leone assunse l’incarico di direttore del II Istituto d’arte. Nel quadro del suo impegno politico-sociale, la pittrice fondò insieme ad altri artisti il Collettivo Giotto, che fra il 1975 e il 1976 promosse iniziative artistiche in scuole pubbliche e in altri luoghi della città; inoltre nel 1976 fu tra le fondatrici del movimento femminista Nuova Identità, la cui attività venne documentata nella mostra Napoli anni ’80,organizzata da Padula a Napoli, presso la Casina dei Fiori, nel 1980. L’anno successivo, al circolo della Stampa di Napoli, si svolse il Convegno «La Lucania nei racconti di Maria Padula», dedicato all’attività letteraria dell’artista e comprendente anche una mostra dei suoi dipinti, ma soltanto nel 1986 Maria dette alle stampe due suoi testi da lei lungamente rielaborati nel tempo: il romanzo autobiografico Il vento portava le voci. Storia di una ragazza lucana e L’uovo del cuculo, scritti molti anni prima. Fra le ultime mostre cui partecipò vanno segnalate, nel 1975, una collettiva presso il Centro regionale ligure d’arte e cultura ‘Gruppo Acquasola’a Genova, e nel 1982, a Napoli, Napoli 82. Quasi una situazione, svoltasi al Castel dell’Ovo, e una personale presso l’Accademia Pontano.

Morì a Napoli il 10 dicembre 1987 e venne sepolta nel cimitero di Montemurro.

Il 22 maggio dell’anno successivo fu insignita in Campidoglio del premio postumo Olympus, indetto dal Corriere di Roma.

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