accadde…oggi: nel 1862 nasce Virginia Reiter, di Donatella Orecchia

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Nacque a Modena il 16 gennaio 1862, da Carlo, di origine tedesca, tappezziere, e da Clarice Formiggini, di origine ebraica, poi convertitasi al cattolicesimo assumendo il nome di Teresa Deodati, massaia.

A Modena, dopo avere frequentato come educanda esterna la Scuola di carità delle monache figlie di Gesù, si avviò alla professione di sarta e iniziò a coltivare la sua passione per il teatro e a muovere i primi passi sul palcoscenico nella Società filodrammatica Cuore ed Arte, di cui era presidente onorario Felice Cavallotti. Qui la contessa Chiarina Pullè le fece da guida per i primi rudimenti nell’arte della recitazione, e qui iniziò a distinguersi per il suo talento, per lo più frequentando un repertorio comico e leggero, in italiano e in dialetto, in parti da amorosa e ingenua.

Con il passaggio di Giovanni Emanuel da Modena nel 1882, la sua vita cambiò all’improvviso: scritturata dal capocomico come prima attrice giovane, per sostituire Bianca Ferrari (gravemente malata e che morirà dopo pochi mesi, nel 1883), entrò finalmente nel mondo teatrale professionista. Nella compagnia di Emanuel portò a compimento il suo percorso di formazione, ampliò la sua conoscenza dei repertori recitando al fianco di attori come Ermete Zacconi (primo attore giovane della compagnia a partire dal 1885), Graziosa Glech e Virginia Marini (prime attrici della compagnia, la prima dal 1884 e la seconda dal 1886). Nel 1886 il felice successo come protagonista di La figlia di Jefte di Cavallotti le aprì la strada verso la sua piena affermazione: e così, nel febbraio del 1887, divenne prima attrice assoluta accanto a Emanuel, succedendo in quel ruolo a Marini.

Seguirono anni di intensa attività all’estero, in tournées che toccarono Londra, Parigi, New York e Sudamerica e che la videro protagonista di un repertorio condiviso dalle più importanti prime donne italiane: Fedora, Fernanda, Odette di Victorien Sardou, La signora dalle camelie e Dionisia di Alexandre Dumas figlio, Frou-Frou di Henri Meilhac e Ludovic Halévy, Il padrone delle ferriere di Georges Ohnet, cui si aggiunsero alcuni suoi più antichi successi, come la parte di Emma nella Figlia di Jefte o di Ofelia in Amleto di William Shakespeare. Quando nel 1893 lasciò la compagnia di Emanuel, il suo percorso di formazione poteva dirsi concluso e la sua fama ormai affermata, anche grazie all’eco che ebbero in Italia i resoconti dei suoi successi all’estero.

Scritturata come prima attrice nella compagnia Virgilio Talli – Enrico Reinach, ebbe l’occasione di confrontarsi, accanto al consueto repertorio, anche con alcune pochades francesi (fra le quali Champignol suo malgrado e L’albergo del libero scambio di Georges Feydeau e Maurice Desvallières, Ma camarade di Henri Meilhac e Philippe Gille) che confermarono un’identità attoriale duttile e versatile anche nel genere comico e brillante. Quindi, nel 1895, fu prima attrice nella compagnia Flavio Andò – Claudio Leigheb, primo attor giovane Luigi Carini, con il quale l’attrice iniziò allora un lungo sodalizio. Fra le novità per Reiter, La seconda moglie di Arthur Pinero, La lupa di Giovanni Verga (prima assoluta), Casa paterna di Hermann Sudermann, L’infedele di Roberto Bracco. La compagnia presto si sciolse lasciandola socia del solo Leigheb, fino al 1900. La maggiore novità di repertorio per la compagnia fu certamente Zazà di Pierre Berton e Charles Simon, mentre come attrice si misurò con La dame de Chez Maxim’s di Feydeau, già cavallo di battaglia di Leigheb.

Dal 1900 al 1903 fu socia di Francesco Pasta. Con Carini fu protagonista nel 1900 di Madame Sans-Gêne di Victorien Sardou ed Émile Moreau a Napoli, che resterà una delle specialità dell’attrice, accanto a un repertorio in larga misura francese già da lei frequentato, ma che comprendeva anche I mariti di Achille Torelli, Messalina di Pietro Cossa, La fine dell’amore di Bracco e che registrò l’inizio della collaborazione con Alfredo Testoni (Quel non so che, Fra due guanciali, Duchessina).

Dal 1903 al 1906 Virginia Reiter fece compagnia a sé, affidando però la direzione a Giuseppe Pietriboni, con Carini come primo attore e Ugo Piperno e Antonio Gandusio, fra gli altri. Risale al 1905 una nuova tournée in Sudamerica e Cuba con un ritorno in Italia che raccolse i successi di oltreoceano.

Al termine del triennio, tuttavia, l’attrice scelse di allontanarsi dalle scene per un periodo di riposo, il primo di una serie che da quel momento in poi scandiranno la sua carriera artistica, fra l’altro d’ora in avanti sempre più concentrata su un repertorio ristretto e tournées lontane dai grandi centri urbani. Ritornata alle scene nel settembre del 1906, affidò la direzione della compagnia prima ad Angelo De Farro (1906-09), poi a Luigi Lambertini (1909-11). A un nuovo ritiro dalle scene, seguì, a partire dall’ottobre del 1911, un periodo di maggiori entusiasmi accanto a Carini, che si protrasse fino al 1915: repertorio consueto e qualche novità (fra le altre, Il ferro di Gabriele D’Annunzio).

Nel 1915 si ritirò nuovamente dalle scene con una serata d’addio celebrata il 19 febbraio al teatro Dal Verme di Milano e si stabilì a Firenze dove rimase per i successivi cinque anni, fino a quando, nel 1920, annunciò il suo rientro. La tournée, organizzata dall’impresario Alessandro Romanelli, si propose come una sintesi concentrata in cento giorni del suo percorso artistico, con pochi cavalli di battaglia, di cui Madame Sans-Gêne con scene di Caramba (Luigi Sapelli) fu il momento più significativo. Fu un addio alle scene, questa volta definitivo, in grande stile.

Se si eccettuano poche recite eccezionali, non tornò più sui palcoscenici.

Nel 1925 si trasferì a Modena, dove morì il 22 gennaio 1937, a settantacinque anni.

Attrice dotata di esuberanti talenti naturali (una voce estesa, duttile e un po’ metallica, il volto di una plasticità e di una mobilità capaci di realizzare sorprendenti metamorfosi, un fisico non perfetto, ma florido e potente nella sua forza seduttiva), Virginia Reiter si inserì, in modo personale ma senza violente rotture, all’interno della tradizione del teatro italiano di fine Ottocento.

A partire da un temperamento impetuoso e un’indole versatile e istintiva, trovò la via per affermare la propria identità attoriale, tanto nelle vigorose passioni delle parti drammatico-sentimentali, quanto, e forse soprattutto, nell’espressività pittoresca e ardita, briosa e scoppiettante, di quelle comico-brillanti. Confrontandosi con un repertorio per lo più contemporaneo, seppe dare forma, se non alle inquietudini del tempo, certamente ad alcune delle sue trasformazioni. In particolare, testimoniò il passaggio dalla società teatrale ottocentesca a quella primonovecentesca e interpretò quella trasformazione del modello di donna e di cultura del femminile, non solo scenica, che stava trovando spazio nella produzione drammaturgica e nei percorsi di alcune delle attrici del tempo. In questa direzione, Reiter lavorò fra l’altro sull’assottigliamento delle rigide distinzioni dei ruoli e dei generi tradizionali: da un lato, sull’efficace compenetrazione fra il ruolo di prima donna e quelli di prima attrice giovane e seconda donna – e a tratti anche dell’amorosa e della servetta, nonché, della brillante; dall’altro, sull’erosione dei confini fra pochade, commedia brillante e dramma sentimentale.

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