accadde…oggi: nel 1801 nasce Felicie de Fauveau, di Marica Guccini

Chi entra a Palazzo Pitti, nell’infilata di sale che custodiscono i tesori della Galleria d’Arte Moderna, difficilmente noterà, travolta com’è da così tanti capolavori dalle dimensioni abbondante maggiori, una piccola scultura irta sul suo piedistallo che se ne sta timidamente addossata ad una parete in prossimità della finestra. Silente e dimessa, non chiede nemmeno di essere guardata, salvo poi mostrarsi quasi con imbarazzo una volta che un occhio fortunato la intercetta. Quella piccola acquasantiera che ritrae san Luigi seduto su di uno scranno e con lo sguardo verso terra, oggetto e soggetto di certo inconsueto per la scultura ottocentesca che immaginiamo, tradisce in quella morbidezza che la caratterizza una mano femminile. Nel 1840 fu Félicie de Fauveau a cavarla dal marmo. Ma chi era Félicie de Fauveau?
Ary Scheffer, Ritratto di Félicie de Fauveau, 1829
Era una donna per noi non avvenente, come ci racconta il ritratto di lei dipinto da Ary Scheffer quando Félicie aveva 28 anni. Tuttavia non doveva mancare la fierezza a quella fanciulla che non teme di farsi ritrarre senza fronzoli, con un abito austero e severo che ha ben poco di femminile, mentre i capelli sono lasciati liberi di stagliarsi contro il fondo neutro della tela. Questa, del resto, doveva essere l’attitudine vigorosa di chi “decise di dedicarsi al marmo”, un mestiere pesante che difficilmente pensiamo come arte  femminile.Félicie de Fauveau, Autoritratto con il levriero Sablé, 1846Nemmeno quando è Félicie stessa a ritrarsi l’immagine di lei che abbiamo appena abbozzato viene meno; l’abito così come lo sguardo non si ammorbidiscono. La giubba, sbottonata sul davanti, mentre lascia intravedere il doppiopetto, crea ulteriore scompiglio a un’immagine che tutt’è tranne quella di una fanciulla compita.Stupisce, in parte, leggere invece come Félicie fosse ritenuta persino una ragazza avvenente, tanto che Giovan Pietro Vieusseux scrisse: “è venuta per fare un monumento a Dante – 27 anni, piuttosto bella.” In seguito “la sua sincerità e il suo spirito veramente molto brillante” non poterono non essere colti nemmeno da una donna, Madamme Allart, l’autrice di Settimina scesa nella nostra Penisola per predicare l’indipendenza delle donne.Félicie era nata a Livorno nel 1801 da una famiglia provata dalla Rivoluzione, ma ben presto tornò in patria dove “orientatasi precocemente verso la scultura, maturò interessi specifici per gli stili, i simboli, le tecniche del medioevo che entrarono a far parte del suo caratteristico mondo figurativo e culturale” e in particolare “volge la propria ispirazione soprattutto a un Medioevo diverso dal sogno estetizzante di un’epoca reinventata che avrebbe caratterizzato buona parte dell’Ottocento. Un Medioevo vissuto come dimensione complessa, moralmente impegnativa, ove trovare il senso profondo della propria ricerca umana e artistica”. Sono queste le parole di Silvia Mascalchi autrice del libro recentemente uscito presso la casa editrice Olschki, Félicie de Fauveau. Una scultrice romantica da Parigi a Firenze e dove la studiosa, partendo da un attento studio documentario, ricostruisce la vita di una scultrice per noi caduta nell’oblio. La fierezza e lo spessore che avevamo intravisto precedentemente sono confermati dagli studi di Silvia Mascalchi, che ci racconta di un’artista importante che espose alcune opere al Salon, ricevette importanti commissioni pubbliche e l’apprezzamento di Stendhal e Dumas. Ma non solo, essa era nelle file dei sostenitori della dinastia borbonica, e non esitò a perseguire le cause nelle quali credeva neppure quando queste le valsero la prigionia e una condanna a giudizio. La libertà fu riconquistata avventurosamente, e proprio per trovare quiete nel 1833 Félicie decise di tornare con la madre e il fratello a Firenze. Qui aprì un suo studio nel quartiere di Santo Spirito, ampiamente visitato dalla committenza internazionale che era garantita da quel periodo di quiete e benessere che la città viveva, nell’intervallo della Restaurazione, sotto il regno del granduca Leopoldo II.
Félicie de Fauveau, Monumento in memoria della madre, Madame Anne de Fauveau (particolare), 1859
Félicie a Firenze trovò fortuna, un clima adatto, e la possibilità di poter esprimere la propria arte per tutta la vita. Sorprende, sfogliando le pagine dell’importante studio di Silvia Mascalchi, scoprire in quanti luoghi della città, “a cielo aperto” e non, siano tuttora presenti le opere di Félicie. Valga come esempio per tutti quel Monumento in memoria della madre, Madame Anne de Fauveau nel chiostro di Santa Maria del Carmine, purtroppo annerito dalla polvere e dallo scorrere del tempo, dove l’immagine della madre dormiente, assorta con il libro aperto tra le mani e il capo reclinato con grande verismo, sembrano riportare l’istantanea di un quotidiano momento d’intimità casalinga.

 

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