accadde…oggi: nel 1910 nasce Palma Bucarelli, la prima direttrice di un museo in Italia, di Anna Chiara Cimoli

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Palma Bucarelli è stata una delle più importanti direttrici di museo italiane del Novecento. In un panorama prevalentemente maschile, e in un’epoca – il secondo dopoguerra – in cui la direzione di un museo assumeva connotati del tutto nuovi, la Bucarelli ha operato con grande apertura culturale e indipendenza di giudizio, promuovendo in particolare l’ingresso dell’arte contemporanea nelle sale del museo e favorendone la comprensione da parte del pubblico attraverso mostre didattiche e cicli di conferenze.
Amata e odiata, adulata e criticata, è stata la prima direttrice donna di un museo pubblico in Italia. Al “mito” di Palma Bucarelli hanno concorso, oltre alla sicura preparazione scientifica e alla forte personalità, la sua bellezza ed eleganza, riconosciute da tutti, e una certa aristocratica mondanità, certamente frutto di una precisa strategia di auto-rappresentazione (andò a lezione dall’attrice Andreina Pagnani per meglio impostare la voce; amò le auto e si fece un vezzo del saperle guidare spericolatamente..). «Palma e sangue freddo», l’aveva ribattezzata Marino Mazzacurati, a sottolinearne lo stile algido e inflessibile, che le sarebbe stato utile nelle battaglie in difesa dell’arte astratta e informale.
Il profilo biografico della Bucarelli si sovrappone a quello del “suo” museo, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, di cui è stata soprintendente dal 1941 al 1975.
Nata a Roma nel 1910, vive un’infanzia nomade a seguito del padre, funzionario di prefettura, trascorrendo un periodo anche in Libia. Si laurea in Storia dell’Arte a Roma con Pietro Toesca. Durante il corso di perfezionamento conosce Giulio Carlo Argan, che sarà per tutta la vita un punto di riferimento personale e professionale. Dopo aver vinto il concorso “per la carriera direttiva degli storici dell’arte”, dal 1933 al 1936 lavora alla Galleria Borghese.
Successivamente viene trasferita alla Soprintendenza di Napoli, dove resta un anno. Dall’agosto 1937 è ispettrice alla Soprintendenza del Lazio, e dal dicembre 1939 ispettrice presso la Soprintendenza alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, diretta all’epoca da Roberto Papini. Dal 1941, trasferito Papini a Firenze, è soprintendente unica.
Durante la guerra è promotrice di un avventuroso salvataggio di opere d’arte, ricoverate a Palazzo Farnese a Caprarola e poi a Castel Sant’Angelo. Il 1944 è un anno di riflessione e maturazione da cui nasce il diario Cronaca di sei mesi, pubblicato nel 1997. Quello stesso anno riapre – prima in Italia – la Galleria, con undici sale dedicate alla giovane pittura italiana. Emergono, da questo momento in poi, i gusti della Bucarelli: Morandi, Scipione, Savinio (che ne fa un famoso ritratto), mentre un presunto ostruzionismo nei confronti di de Chirico determinerà un’inimicizia duratura, e molte polemiche negli anni a seguire.
Grazie anche al supporto di Lionello Venturi, dal 1946 la direttrice avvia un’attività didattica avanzata (parallela a quella promossa da Caterina Marcenaro a Genova). Dal 1948, la predilezione per l’astrattismo si fa sempre più chiara: è l’anno della mostra Arte astratta in Italia. Nel 1951 è la volta di Arte astratta e concreta in Italia, che sancisce ulteriormente l’orientamento del museo. Perilli, Consagra, Dorazio, Turcato, Corpora, Scialoja, Capogrossi sono i “suoi” pittori; fra le acquisizioni internazionali figurano opere di Moore, Klee, Ernst, Giacometti, Zadkine, Picasso. Non tardano ad arrivare le prime interrogazioni parlamentari sugli acquisti per il museo (1950, 1952, e di nuovo un’ondata alla fine degli anni Cinquanta).
Legata dal ’36 al giornalista del «Corriere della Sera» Paolo Monelli (che sposerà solo nel ’63), nel 1952 si trasferisce in un appartamento situato in un’ala del museo. Gli anni Cinquanta sono quelli delle grandi mostre che l’hanno resa celebre per le scelte anticonformiste, nonché per le polemiche che ne sono seguite: Picasso (‘53), Scipione (’54), Mondrian (’56, con allestimento di Carlo Scarpa), Pollock (‘58). Quest’ultima mostra, insieme all’esposizione del Sacco grande di Burri l’anno successivo, è il detonatore che fa esplodere la polemica astrattismo-realismo. Sono anni difficili per Palma, difesa da una generazione di artisti e di critici a lei affini (soprattutto Argan e Venturi), ma attaccata sia sul piano culturale che su quello gestionale, con accuse piuttosto pesanti: l’interrogazione presentata a proposito della somma pagata per l’opera di Burri, in realtà offerta a titolo gratuito, avvelena un’intera stagione della sua vita.
Intanto, la soprintendente prepara un’opera importante: la monografia su Fautrier, pubblicata nel 1960 dal Saggiatore. La stanchezza, il cronicizzarsi di una violenta emicrania, le battaglie burocratiche sembrano far emergere un male di vivere, una più forte coscienza del proprio limite («Temo che la mia malattia sia un’impossibilità di vivere, qualche cosa di scompensato, di non integrato che c’è stato sempre, tra me e gli altri e il mondo…«). Argan è il confidente fedele di questa stagione.
Gli anni Sessanta sono punteggiati da grandi riconoscimenti: nel ’61 compie un tour di conferenze negli Stati Uniti; nel ’62 è nominata commendatore dal presidente Segni; viene invitata in tutto il mondo (Canada, Brasile, Giappone…), e ovunque riscuote successo e ammirazione.
Una nuova stagione polemica si apre con il decennio successivo, quando la Bucarelli, ancora e sempre capace di vedere il nuovo e di promuoverlo, imprime un inedito corso al programma culturale della Galleria, ospitando gli spettacoli di Tadeusz Cantor, i concerti di Nuova Consonanza, la mostra di Piero Manzoni (1971). L’acquisto della Merda d’artista sarà oggetto di una nuova interrogazione parlamentare.
Costretta a difendersi da accuse circa i criteri d’acquisto adottati durante la sua gestione, non cede di un passo, difendendo sempre in modo documentato la trasparenza del proprio operato. Nel ’72 riceve la Légion d’Honneur e diviene Accademica di San Luca; nel ’75 è nominata Grande ufficiale della Repubblica.
Ormai in pensione, dona una sessantina di opere d’arte della propria collezione alla Galleria, i carteggi all’Archivio di Stato e la biblioteca all’Accademia di San Luca. Muore in una clinica romana nell’estate del 1998.

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