accadde…oggi: nel 1874 nasce Romaine Brooks, di Adamo Bencivenga

http://www.liberaeva.com/intervisteimpossibili/RomaineBrooks.htm

Romaine, lei americana, nacque casualmente a Roma, come mai?
I miei genitori erano ricchissimi ed amavano molto viaggiare. Nel 1874 mia madre si trovava di passaggio a Roma.

Il suo nome lo ricorda…
Non mi dispiace essere nata in quella stupenda città, esatto, anche per il nome che porto…

Chi erano i suoi genitori?
Mio padre, Henry Goddard , era un famoso predicatore, mentre mia madre, una donna bellissima, apparteneva ad una famiglia di fortunati affaristi.

Le biografie parlano di una sua infanzia travagliata…
I miei genitori ben presto si separarono ed io vissi con mia madre. Nonostante il divorzio lei non rinunciò mai ai suoi viaggi ed io passavo i miei giorni con la domestica. Decisamente ero un peso per lei per cui decise di mandarmi in un convento di suore italiane.

E’ vero che rischiò di diventare suora?
Purtroppo sì. In convento mi ero ambientata molto bene. La suora priora aveva scoperto per caso il mio talento e mi faceva disegnare teste di Cristo, i menù dei pasti festivi e le scene per le recite. Mancava poco ai voti quando una provvidenziale polmonite m’allontanò dal convento e tornai a casa.

Quel soggiorno durò un anno circa…
Esatto, mia madre decise di riportarmi a casa per occuparmi di mio fratello, malato di mente.

Si parla di sua madre come donna dispotica…
Alle volte sadica direi, pensi che quando lei si rese conto del mio talento nel disegno, senza alcun motivo, mi proibì di esercitarmi ed io dovetti studiare di nascosto.

Raggiunta la maggior età cosa fece?
Mi allontanai da mia madre e vissi tra Parigi, Roma e Capri.

Ci parli di Roma…
Abitavo in uno studio che si apriva su un giardino in via Sistina. Davvero un incanto! Ogni giorno andavo al Caffè Greco e adoravo passeggiare per i pittoreschi vicoli di Roma. In me iniziava a maturare la consapevolezza dell’autonomia da tutto e da tutti tranne che dal mio spazzolino da denti.

Ma se non sbaglio ci fu anche un matrimonio…
Nell’estate 1899 andai a Capri per la prima volta. Affittai come studio una cappella abbandonata vicina ad alberi di fico ed aranci. Frequentavo spesso la casa di Mrs Snow, piena di fiori, crocifissi, brandy, soda e aragoste fredde. Lì conobbi il pianista John Ellingham Brooks. Mi colpì la sua vicenda. Era uno dei tanti omosessuali che aveva lasciato l’Inghilterra dopo il processo ad Oscar Wilde.

Come andò?
Avevo trent’anni. Ci sposammo subito dopo, ma ben presto mi resi conto che quella storia non poteva certo durare. Tra le altre cose lui detestava i miei capelli corti e i miei pantaloni! Di comune accordo decidemmo di non separarci in modo da mantenere lo status socialmente rispettabile di persone sposate, ma naturalmente senza più convivere. In cambio di questo tacito accordo gli garantii una rendita mensile. Lui accettò volentieri.

A contatto con i più famosi artisti approfondì i suoi studi di pittura vero?
I miei lavori cominciarono proprio in quel periodo ad assumere la classica caratteristica dai toni grigi. Ero affascinata soprattutto dai toni prevalentemente scuri che trasmettevano più degli altri un senso di mistero non spiegabile. Ero affascinata dai paesaggi interiori, dall’occulto, dai modi eccentrici e bizzarri, dagli umori dissonanti. Il soggetto preferito erano donne, ne dipinsi parecchie, perlopiù mie amanti tra le quali Ida Rubinstein, la ballerina di Diaghilev per la quale Ravel scrisse il “Bolero”.

Dicono che lei dipingesse solo per se stessa…
Non vivevo d’arte. Non mi interessano le mostre e le critiche. Tra l’altro dopo la morte di mia madre divenni erede di una cospicua fortuna.

Intanto si era stabilita a Parigi…
Lasciato mio marito mi sentii di nuovo libera di viaggiare e di intraprende qualsiasi relazione. Così fu. La prima in assoluto fu con Lord Alfred Douglas, l’ex amante di Oscar Wilde, poi con la ballerina Ida Rubinstein e con Gabriele D’Annunzio, ma la più importante relazione della mia vita, che durò circa cinquant’anni fu quella con la scrittrice Natalie Clifford Barney.

Com’era Natalie?
Natalie era “Un femme à femmes” ed io in quel periodo mi sentivo bisognosa d’amore ma ero anche amara, cinica e sospettosa per via dei miei precedenti fallimenti. L’amai molto al punto che le riconobbi il diritto di avere avventure con altre donne, ma nonostante questo continuava a nascondermi i suoi incontri amorosi. Alla fine presi la grande decisione e lei continuò a tempestarmi di lettere firmate “Nat-Nat”. Mi scriveva continuamente frasi del tipo “Mio Angelo e crudele Amore, dopo che per mezzo secolo sei stata la mia più vicina e più cara amante, perché ora mi tratti come una sgradita sconosciuta?”.

L’incontro con la Rubinstein?
Donna stupenda, ne rimasi affascinata sin dal primo momento. Quell’amicizia mi fece riconsiderare la natura del mio rapporto con gli uomini…

E Gabriele D’Annunzio?
Quando lo conobbi era al culmine della fama. Intrecciò con me e con Ida una meravigliosa relazione sui generis ed io me ne innamorai profondamente, unico uomo, oltre a ‘Roland’ Fothergill ad aver fatto breccia nel mio cuore.

Nel dopoguerra la decisione di non dipingere più…
Vivevo nell’ozio e persi ogni interesse nella pittura e nell’arte in genere. Frequentavo i circoli letterari con il solo scopo di fare nuove conoscenze ed avere relazioni particolari, ma in realtà mi annoiavano molto sia i circoli che i presunti artisti. Alla fine mi ritirai a vita privata rifiutando di incontrare qualsiasi persona.

Romaine Brooks visse gli ultimi anni da reclusa. Assistita da due fedeli domestici, mori’ a 96 anni a Nizza il 7 dicembre 1970 alle 2:30 del pomeriggio in una stanza con le finestre chiuse, rischiarata da un’unica lampada, senza distinguere il giorno dalla notte, pranzando alle ore piu’ strane, proprio come aveva fatto sua madre. Il funerale fu con poche persone, e senza fiori perché non le piacevano. Sulla tomba l’epitaffio scritto da lei stessa: Here remains Romaine, who Romaine remains. [“Qui è quanto rimane di Romaine, che Romain rimane]

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