accadde…oggi: nel 1922 nasce Gina Lagorio

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Nata a Bra (Cuneo) il 6 gennaio del 1922, Luigina Bernocco cresce a Savona, dove frequenta le scuole fino all’Istituto Magistrale. Dal 1940 collabora con il “Giornale di Genova”, come lei stessa racconta:

La cosa andò così: la pagina savonese del maggior quotidiano ligure bandì un concorso tra gli studenti per un tema sulla città, qualcosa come “La via o la piazza che preferisci”. Fu premiato il mio, e subito dopo il redattore della pagina savonese mi chiese se mi sarebbe piaciuto scrivere di cinema. Figurarsi! Esultai. Ebbi una tessera per entrare nelle sale senza pagare e – supremo omaggio al mio sesso – la gratuità era estesa a chi mi accompagnava […]. Io ero figlia unica e ormai al cinema mi piaceva andare con i miei compagni di scuola. Dove le mie azioni si alzarono vertiginosamente, farmi la corte era vantaggioso, fu una stagione felice.

(Lagorio 1997, p. 85)

Si laurea durante la guerra, a 21 anni, alla facoltà di Magistero di Torino, con una tesi sulla poesia inglese.

Nel 1945 sposa Emilio Lagorio, già responsabile del Partito Comunista nel Comitato di Liberazione Nazionale di Savona e impegnato, come assessore alle finanze del Comune di Savona, nella ricostruzione postbellica.

Si completa così il nome che la Lagorio sceglierà per le sue opere:

Non mi è mai piaciuto il nome che mi sono trovata addosso, come un basto imposto da mia madre che voleva onorare la sorella morta. E il cognome, fuori del Piemonte in cui è diffuso come la gramigna, non mi metteva in minori difficoltà. È la ragione per cui non appena è stato possibile, a piccoli passi, prima a opera delle compagne di scuola e degli amici che mi chiamavano con un vezzeggiativo, e poi con le nozze precoci, l’ho cancellato per intero, nome e cognome: quello che mi identifica ormai si può ben dire un “nom de plume”. Perché così ho sempre firmato, fin dai primi articoli sulle riviste letterarie […].

(Ivi, p. 68)

A Savona insegna alla scuola media e conosce e frequenta diversi artisti e intellettuali, tra cui i poeti Camillo Sbarbaro e Angelo Barile. Dalla metà degli anni Cinquanta collabora con diversi periodici: “Liguria”, “Maia”, “Ausonia”, “Letterature moderne” e “Il Ponte”.

Fin da bambina, infatti, la lettura e la scrittura sono per la Lagorio strumenti per combattere la solitudine e per interpretare la realtà, come lei stessa racconta in un’intervista (documentario per la serie TV “Incontri”, Cherasco, 29 settembre 1999, Produzione DueAfilm Antonio e Pupi Avati).

Nei primi anni Sessanta, incoraggiata tra gli altri da Camillo Sbarbaro, pubblica i primi racconti.

La morte del marito Emilio Lagorio nel 1964 dopo dieci mesi di malattia segnerà la vita della scrittrice, che ripercorrerà l’esperienza della malattia e della morte nel romanzo, pubblicato nel 1971, Approssimato per difetto. L’attività saggistica ed editoriale si intensifica, con collaborazioni con la televisione e la radio, edizioni scolastiche e diversi interventi critici, su Fenoglio, Sbarbaro e Barile.

La crescente mole di impegni la spingono a lasciare l’insegnamento e a trasferirsi a Milano nel 1973, città del secondo marito, Livio Garzanti, che sposerà nel 1981. Collabora con la casa editrice Garzanti a vari progetti, dalla realizzazione dell’Enciclopedia Europea, alla direzione della collana “Grandi Libri”, curando nel 1980 l’antologia Poesia italiana. Il Novecento.

Non si ferma nel contempo la sua attività creativa e critica: scrive infatti racconti per le scuole medie, Qualcosa nell’aria, i romanzi La spiaggia del lupo e Fuori scena, realizza per la RAI diversi radiodrammi e collabora con diverse testate giornalistiche e riviste.

Nel 1977 il romanzo La spiaggia del lupo risulta vincitore della Selezione al premio Campiello e finalista allo Strega, mentre nel 1979 il romanzo Fuori scena ispira un film al regista Enzo Muzi.

Nel 1984 le viene assegnato il Premio Viareggio per Tosca dei gatti (Milano, Garzanti 1983) e nel 1986 riceve la cittadinanza onoraria dalla città di Cherasco, che sarà celebrata romanzo Tra le mura stellate (Mondadori, 1991).

Intanto, nel 1987, la Lagorio accetta la proposta di candidarsi come indipendente nelle liste del PCI per la Camera dei Deputati ed è eletta al Parlamento nella decima legislatura.

Negli anni Novanta pubblica Il silenzio. Racconti di una vita (Mondadori, 1993), Il bastardo, ovvero Gli amori, i travagli e le lacrime di Don Emanuel di Savoia (Rizzoli, 1993) – che vince il premio Grinzane Cavour – e Inventario (Rizzoli, 1997), bilancio della sua vita di scrittrice e non solo.

Di quegli anni è l’intervista: Ricordo di Gina Lagorio (RAI Educational, Varigotti, 22 aprile 1993), realizzato da Isabella Donfrancesco.

Nel gennaio del 2003 viene colpita da un ictus e, ancora una volta, l’esperienza la spinge a lasciare una testimonianza della malattia: consegna a Garzanti il dattiloscritto Càpita, che uscirà postumo nell’ottobre del 2005, a due mesi dalla morte dell’autrice, il 17 luglio 2005.

Così la ricorda Furio Colombo:

Era uno sguardo limpido sulla vita. Da quello sguardo ricavava indizi e notizie che trasformava in romanzi. Ma niente dei suoi libri era veramente romanzato, nel senso di abbandono alla immaginazione. Le interessava la vita, e – nella vita – l’accertamento, un suo modo di verificare solido e sicuro, come se ogni persona di cui ti occupi fosse un mondo e ogni vita un thriller, un nodo da cui estrarre poche cose chiare, sapendo che non tutto, anzi ben poco, si spiega.

Ma non c’era in lei traccia di rassegnazione o malinconia della rinuncia. La vita va affrontata, vissuta e narrata spietatamente.

(Lagorio 2011, p. 9)

Diversi, oltre a quelli ricevuti in vita, i riconoscimenti conferiti alla scrittrice: dall’inclusione nel Famedio di Milano all’istituzione, a un anno dalla scomparsa, del premio nazionale “Una donna nel mondo” a lei dedicato dalla città di Cherasco.

Nel dicembre del 2005 il fondo Gina Lagorio, per volontà della scrittrice e delle figlie, è stato donato all’Università degli Studi di Milano: è possibile consultare l’inventario dello stesso, conservato presso il centro Apice (Archivi della Parola, dell’Immagine e della Comunicazione Editoriale) della stessa Università, e pubblicato in appendice al volume a cura di Luca Clerici, Gina Lagorio. La scrittura tra arte e vita.

Ricorda la figlia Simonetta Lagorio, nell’introduzione al volume da lei curato, Parlavamo del futuro:

Il suo anello della gioventù, fatto al tempo della Resistenza, dove il GL inciso stava a significare sì Gina Lagorio, ma anche Giustizia e Libertà, è ora al mio dito e continua a dirmi, come faceva lei, che, oggi come allora, le parole devono corrispondere alle azioni per non risuonare vuote, e che senza libertà politica e senza giustizia sociale non ci può essere buon governo.

(Ivi, p. 16)

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