accadde…oggi: nel 1708 nasce Zanetta Farussi, di Roberta Ascarelli

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Figlia unica di un calzolaio, Girolamo, e di sua moglie Marzia, nacque a Burano (Venezia) nell’estate del 1708 (secondo il Rasi nel 1709). A sedici anni, fanciulla di perfetta bellezza, come annota G. Casanova nei suoi Mémoires (p. 27), incontrò l’attore, violinista e ballerino Gaetano Casanova, mediocre comico che, dopo esser fuggito da casa e dopo una tumultuosa relazione con una attrice, era giunto nel 1724 a Venezia con una modesta compagnia di comici e qui recitava al teatro S. Sarnuele. Disperando di ottenere il consenso alle nozze dai genitori “aux yeux desquels un comédien était un personnage abominable” (Casanova, I, p. 28), la F. si fece rapire e sposò l’attore nel luglio del 1724.

Dopo la morte per crepacuore di Girolamo, probabilmente nel 1725, Marzia decise di perdonare la coppia, avendo ottenuto la promessa – che tutti gli attori facevano sposando dei borghesi e che mai venne mantenuta, nota ancora Casanova – che la figlia non avrebbe mai calcato le scene. Nel 1726, a un anno dalla nascita del primogenito Giacomo, la F. seguì il marito scritturato a Londra e qui, infranta la promessa, dopo aver affidato alla madre il figlio, iniziò a recitare riscuotendo un lusinghiero successo. Vi è incertezza sugli spostamenti della coppia nel 1727 e sul luogo di nascita dei secondogenito della F., Francesco: Lisbona, per alcuni commentatori, Londra per altri. Nel 1728 erano a Venezia e qui Gaetano venne nuovamente ingaggiato dalla compagnia del S. Samuele; non vi sono testimonianze sulla attività scenica della F., ma, come indicherebbe un passo dei Mémoires di Casanova, la F. continuò a recitare, sia pure saltuariamente, assumendo il soprannome di Buranella: “Vers la fin de 1728, ma mère revint à Venise avec son mari, et comme elle était devenue comédienne, elle continua à l’être” (Casanova, I, p. 29).

Tra il 1728 e il 1732 diede alla luce altri tre figli, Giovanni Alvise (1728-1798), una bimba che morì in tenera età e Maria Maddalena Augusta (o Antonia 1732-1800). Ebbe anche un altro figlio, nato dopo il 1733, probabilmente illegittimo, del quale non si conosce il nome.

Alla morte del marito, avvenuta nel dicembre del 1733, la F. entrò a far parte, con il nome di Zanetta Casanova, nella compagnia di Giuseppe Imer per i ruoli di prima amorosa. Carlo Goldoni, che la conobbe in quegli anni, la descrive come “une veuve très jolie et très habile”, attrice vivace, piena di buon gusto e di notevoli capacità oratoriali. Il sodalizio, tutt’altro che sereno, tra la F. e Imer, anche a causa della violenta gelosia del capocomico, diede a Goldoni lo spunto per l’intermezzo musicale La pupilla, intermezzo in tre atti, una storia d’amore, gelosia e sotterfugi che ha come protagonista una ragazza oppressa dall’insopportabile tutore.

Scritta in collaborazione con il compositore G. Maccari e rappresentata al S. Samuele nel dicembre del 1734 insieme col Belisario, La pupilla ottenne un grande successo. Interpreti principali, Imer, Agnese Amurat e la F.: “nessuno dei tre sapeva una sola nota di musica, anzi la Zanetta stonava addirittura, ma tutti e tre piacevano al pubblico per la loro vivacità” (Ortolani, p. 1225).

Gli stessi attori interpretarono un altro intermezzo scritto da Goldoni per Imer e messo in scena con grande successo alla fine del carnevale 1735, La birba, insieme con la tragedia Rosmunda, che non ebbe uguale fortuna.

Forse i dissapori con Imer, ma molto più probabilmente le prospettive di lauti guadagni, indussero la F. a lasciare Venezia. Vivo fu il rincrescimento di Goldoni che considerò la partenza dell’attrice una perdita per un genere, l’intermezzo, che gli sembrava poter contrastare, nel favore del pubblico, la diffusione del balletto: “… quel che più mi interessava era la partenza della Zanetta Casanova la quale, oltre al posto di seconda Dama nella Commedia, lasciava un vacuo considerabile negli Intermezzi” (Goldoni, Memorie italiane, a cura di F. Del Beccaro, Milano 1965, p. 171); è una indicazione interessante perché permette di ipotizzare che la F. si fosse affermata soprattutto, e malgrado le sue scarse doti di cantante, come interprete del teatro musicale.

Da Pietroburgo era giunto a Venezia il musicista Pietro Mira con l’incarico di scritturare attori, musicisti e cantanti per il teatro di corte. L’ammontare dell’ingaggio della F. (800 rubli l’anno) e la qualità degli artisti scritturati, in particolare l’Arlecchino Carlo Antonio Bertinazzi, detto Carlino, testimoniano la considerazione e la popolarità che la F. godeva in quegli anni a Venezia. Ben poco si sa del suo soggiorno a Pietroburgo e non si conoscono le cause che indussero la F. e gli altri comici a tornare in patria, ma certamente ebbe un ruolo in questo l’affievolirsi dell’interesse dell’imperatrice di Russia, Anna Ivanovna, per il teatro italiano. Nel 1737 era di nuovo a Venezia e qui venne scritturata da Andrpa Bertoldi incaricato da Federico Augusto II, elettore di Sassonia (Augusto III come re di Polonia), di ingaggiare artisti in grado di figurare nelle maschere di carattere che mancavano alla compagnia di corte e di alternare in repertorio l’operetta e la prosa “per tradizione e per iscritto” (ö Byrn, p. 25).

Tra i comici scelti dal Bertoldi figurano, oltre alla F., Isabella e Bernardo Vulcani. Gerolima e Antonio Franceschini, gia capocomico della compagnia del teatro S. Luca, Paolo Carexana. Altri attori si unirono in seguito al gruppo: Marta Bastona e Girolamo Focher, Nicoletto Articchio, Rosa Grassi, Giovanni Camillo Canzachi.

Grazie alla protezione della regina Maria Giuseppa e del ministro di gabinetto, conte di Brühl, gli attori italiani che debuttayono a Dresda il 12 maggio del 1738 godettero per quasi venti anni del favore della corte e del pubblico e di un notevole prestigio; in particolare la F. che si impose fino al 1756 nel ruolo di amorosa (alternandosi, almeno a partire dal 1748, con Marta Bastona) e che riuscì ad accumulare una discreta ricchezza.

Va notato, tra l’altro, che, raggiunta da tre dei suoi figli, poté aiutarli a raggiungere posizioni di prestigio: Francesco divenne pittore di battaglie, Giovanni Alvise, noto come Giovanni Battista, pittore professore e, quindi, direttore dell’Accademia reale di belle arti, Maria Maddalena Augusta andò in sposa all’organista di corte Pietro Augusto.

Tra le interpretazioni della F., che giunta a Dresda aveva assunto il nome Giovanna, si ricordano il personaggio di Rosaura, rappresentato più volte durante la sua lunga carriera, tra l’altro in Amor non ha riguardi allestito nel carnevale 1749, e quello di Erinice nello Zoroastre di L. de Cahusac il 7 febbr. 1752. A Varsavia venne rappresentata il 6 nov. 1748 (o 5 dicembre) un’opera musicata da Salvatore Apollini Le contese di Mestre e Marghera per il trono e scritta (o adattata) dalla F., una parodia priva di originalità di alcuni drammi di Metastasio, in modo particolare della Didone abbandonata e della Semiramide riconosciuta.

L’opera, “per il gusto moderno, è una farsa senza spirito, nella quale manca l’eterno femminino. Il testo è italiano e tedesco con appunti in francese e in polacco nel libretto, per quanto la farsa, criticamente parlando, sia esteticamente bassa, però si riconosce che in Giovanna Casanova, avendo riguardo alla sua umile origine, l’elemento italiano ha raggiunto una non comune forza inventiva” (ö Byrn, p. 306, traduzione).Avanzando nell’età e rifiutandosi di accettare i ruoli di madre nobile o di caratterista, appare spesso ridicola e incapace. Un anonimo critico di Stoccarda citato dal Byrn (p. 308, traduzione) ha lasciato un ritratto impietoso della F.: “Ha più di quarant’anni … La sua persona assai grossa; la sua faccia è vecchia malgrado la magia teatrale (belletto e costumi) …. Una donna cattiva, un vero demonio di donna, ella rappresenterebbe meglio che non l’amorosa …. Per giovani amorose la sua voce è troppo rauca. Sembra certo arrischiato il recitar ancora l’amorosa a quarant’anni col fascino che abbiamo descritto e la voce non limpida”.

Più clemente il barone ö Byrn che loda, se non altro, la sua vivacità: “Nulla può rimpiazzare la grazia della persona e la bellezza della voce, ma questi difetti saranno stati attenuati da una recitazione piena di spirito, veramente nazionale, intonata, che faceva dimenticare l’età e l’aspetto” (ö Byrn, p. 309, traduz.).

Allo scoppio della guerra dei sette anni, a differenza di molti colleghi italiani che preferirono tornare in patria, la F. riparò a Praga e vi rimase per tutta la durata delle ostilità; nel 1763 tornò a Dresda e, grazie ad una generosa pensione reale di 400 talleri, poté godere una serena vecchiaia.

La F. morì a Dresda il 29 nov. 1776.