femminismo e comunicazione della scienza, un connubio necessario, di Simone Petralia

Femminismo e comunicazione della scienza, un connubio necessario

È possibile che comunicatori e divulgatori della scienza contribuiscano ad alimentare stereotipi sessisti e discriminatori? Cosa si può fare per invertire questa tendenza? Far emergere il problema e metterlo al centro del dibattito pubblico è fondamentale non solo per aumentare la consapevolezza dell’importante ruolo sociale che ha chi opera in questo settore, ma anche – forse soprattutto – per contribuire alla crescita culturale della società nel suo complesso e rendere più vicina la scomparsa del soffitto di vetro.

JCOM (Journal of Science Communication) – rivista scientifica open access edita da Sissa Medialab di Trieste (è anche l’editore di OggiScienza) – ha recentemente ospitato alcune importanti riflessioni sull’argomento. In sette articoli, sei dei quali scritti da donne, questa tematica viene affrontata utilizzando il filtro dei gender studies. Oltre alla questione cruciale dell’identità dei comunicatori della scienza e della presenza di discriminazioni di genere in quest’ambito, viene posto l’accento sulla necessità di adottare un approccio femminista in grado di porre fine alle distorsioni dietro certe narrazioni della scienza. Tra i vari contributi, abbiamo selezionato quelli a nostro parere più interessanti anche per i non addetti ai lavori; lo scopo è quello di mostrare ai lettori di OggiScienza le difficoltà e le insidie che si nascondono dietro questo mestiere.

 

Un “ghetto per donne”

L’articolo introduttivo porta la firma di Bruce Lewenstein, professore di comunicazione della scienza e presidente del dipartimento di studi scientifici e tecnologici della Cornell University. Lewenstein sottolinea come i suoi corsi di comunicazione della scienza siano frequentati soprattutto da donne. Come leggere questo dato? “L’interpretazione positiva”, sostiene Lewenstein ironicamente “è che le donne, essendo più intelligenti degli uomini, abbiano capito che la comunicazione scientifica è molto più interessante della scienza stessa”. Sfortunatamente, l’interpretazione corretta descrive una realtà diversa: rispetto agli scienziati, i comunicatori e divulgatori scientifici godono di minor prestigio sociale, hanno retribuzioni mediamente più basse, meno stabilità e meno prospettive di carriera. In un certo senso, sottolinea amaramente Lewenstein, la comunicazione della scienza è diventata una sorta di ghetto per donne.

Contro la prospettiva androcentrica

Tania Pérez-Bustos, professoressa associata presso la Escuela de Estudios de Género dell’Università Nazionale della Colombia, concorda con Lewenstein. Per molti la comunicazione scientifica ha un ruolo ancillare nei confronti della scienza e affermare che si tratta di un settore popolato soprattutto da donne equivale a ribadire la sua subordinazione.

A emergere è una visione profondamente androcentrica della scienza e di tutto ciò che vi ruota attorno. È quindi essenziale costruire una comunicazione della scienza che metta radicalmente in discussione questo modello. Per farlo occorre seguire un criterio intersezionale, che ponga al centro della narrazione non solo le donne, ma tutte le categorie solitamente escluse e marginalizzate.

Chi si trova al di fuori della visione predominante sarà propenso a incarnare un ethos della scienza diverso, più attento alle prospettive e ai bisogni delle rispettive comunità di appartenenza, ma anche più aperto e inclusivo. La presenza pubblica di scienziate transgender nei resoconti dei media, per esempio, può contribuire a destabilizzare non solo l’immaginario comune sulle persone transgender, ma anche a rimettere in discussione l’idea che le persone hanno della scienza in sé.

Pérez-Bustos fa l’esempio di Brigitte Baptiste, biologa transgender colombiana, dal 2011 direttrice dell’Instituto de Investigación de Recursos Biológicos Alexander von Humboldt di Bogotà. Raccontare la sua storia può contribuire ad ampliare la visione che le persone hanno sia della scienza che del mondo transgender. Il messaggio di fondo è chiaro: la scienza non è un territorio per soli uomini, ma è aperta a tutti, anche alle categorie  ingiustamente marginalizzate, vittime di discriminazioni e stigma sociale.

Eliminare le distorsioni

Elizabeth Rasekoala, presidente di African Gong – The Pan African Network for the Popularization of Science & Technology and Science Communication, ritiene che sia necessario intraprendere una profonda introspezione che consenta a chi lavora nella comunicazione della scienza di sciogliere alcuni nodi irrisolti, utilizzando un approccio autenticamente femminista.

Perché, si chiede l’autrice, nonostante le donne partecipino in numero maggiore rispetto agli uomini a incontri e conferenze di comunicazione della scienza, i membri dei panel e i relatori principali sono soprattutto uomini? Ma soprattutto per quale motivo, pur essendo la comunicazione della scienza a netta prevalenza femminile, non si è ancora riusciti a eliminare o ridurre i bias che diffondono una visione stereotipata e maschilista della scienza?

Fare comunicazione secondo una prospettiva femminista significa innanzitutto porsi queste domande e cercare di capire quali strategie adottare per evitare che la presenza massiccia delle donne nella comunicazione scientifica non diventi una sorta di ghettizzazione, come evidenziato da Lewenstein.  Solo così sarà possibile trasformare radicalmente il settore, riducendo le disuguaglianze al suo interno e contribuendo alla costruzione di una rappresentazione più equa e inclusiva della scienza.

Conoscenza “situata” e stereotipi nascosti

In quest’ottica si inseriscono le riflessioni di Megan Halpern, ricercatrice presso il Lyman Briggs College dell’Università statale del Michigan, e di Stephanie Steinhardt, che lavora presso il Center for Gender in a Global Context della stessa università.

Secondo la teoria del punto di vista femminista, descritta da Halpern, nulla di ciò che facciamo è neutro. Ogni forma di conoscenza è “situata” e ha valore all’interno di uno specifico contesto. Ciò significa non solo che vediamo le cose in modo diverso a seconda della prospettiva adottata, ma che coloro che sono al di fuori dell’approccio dominante hanno accesso a una forma di conoscenza che agli altri è preclusa. Comunicatori e divulgatori scientifici si trovano spesso in posizioni di privilegio e potere; tuttavia, la massiccia presenza di donne in questo settore, che potrebbe avere enormi implicazioni sociali, non è ancora sfruttata adeguatamente. La condizione femminile, proprio in quanto marginalizzata, offre alle comunicatrici della scienza la possibilità di far emergere in modo chiaro, attraverso le loro narrazioni, le distorsioni in atto all’interno del sistema di produzione della conoscenza scientifica.

I fatti non sono mai “semplici” o “neutri”, sostiene Steinhardt, ma si situano all’interno di complesse dinamiche sociopolitiche. Dalla decisione dell’amministrazione Trump di cancellare ogni riferimento al riscaldamento globale dal sito della Casa Bianca, sino all’atteggiamento che si decide di assumere nei confronti del fenomeno #metoo in ambito scientifico, nessun fenomeno può essere compreso davvero escludendo fattori di natura politica.

Spesso, dietro una banale ricerca scientifica, si nascondono rapporti di potere e forme più o meno subdole di discriminazione. La cosiddetta tecnoscienza femminista, partendo da questo presupposto, si sforza di mettere in campo approcci autenticamente etici all’indagine scientifica, allo sviluppo tecnologico e al modo di comunicare il legame tra scienza e politica. Esaminando criticamente questi aspetti, la tecnoscienza femminista può contribuire alla formazione di prospettive che mettano in discussione le narrazioni più comuni, suggerendone di nuove. Quando vengono raccontate le storie di scienziate, per esempio, si pone spesso l’accento su aspetti legati al genere piuttosto che ai contributi scientifici veri e propri: “è stata la prima donna a…”, “ha superato più ostacoli rispetto ai suo colleghi maschi”, “all’epoca era incinta” eccetera. Si tratta di formule che, in modo inconsapevole, ricalcano vecchi schemi e, in un certo senso, alimentano gli stereotipi che vorrebbero combattere.