innamorata, di Lia Levasundari Lobue

Sono Lia, ho 55 anni e sono isolana, siciliana per l’esattezza: a volte fiera di esserlo a volte no. Durante le diverse età attraversate nella mia esistenza ho considerato la Sicilia in modi diversi. E non sempre c’è stata coerenza. Da bambina capii che la Sicilia era un’isola, e in quanto tale staccata dal resto del mondo, quando arrivai per la prima volta col treno a Messina.

Nel corso della mia infanzia tante volte sono partita e ogni volta la scena è ripetuta: il treno veniva caricato all’interno del traghetto non senza stridor di freni e innumerevoli manovre, che a me sembravano azzardatissime e terrificanti. Poi, sfidando la paura di non ritrovare più vagone e valigie, la mia famiglia e io scendevamo dal treno per salire al bar per la mitica arancina /o e poi di corsa ,perché il tempo della traversata non era infinito, ci spostavamo sulla terrazza più alta del traghetto per vedere la madonnina di Messina che si allontanava o si avvicinava sempre di più a seconda se stessimo andando via o ritornando .E quella madonnina era per me una sorta di segnalibro che mi faceva trovare la mia pagina preferita :la Sicilia. Quella madonnina era come una mamma che mi salutava partendo e mi abbracciava tornando.
Il mare devo aver letto da qualche parte unisce e separa e, anche senza averlo letto, da adolescente già intuivo che questo mare che circondava la mia isola ci rendeva diversi e ci separava dall’Italia e dagli italiani .Teoria questa a cui ho poi trovato conferma negli anni universitari studiando l’Inghilterra e l’Irlanda ,le loro letterature e i loro autori e scoprendo strane somiglianze tra gli isolani e ancor di più tra la mia isola ingiallita dal sole e l’isola color smeraldo dove tutto è verde. Da universitaria e anche dopo l’isola è stata per me prigione e il suo mare africano rappresentava paradossalmente le catene liquide che mi impedivano di allontanarmi .

Ho desiderato fuggire ,andarmene via, volare verso altri paesi e verso altri popoli .Mi sentivo soffocare nella mia cittadina di provincia; ho cercato in tutti i modi di abbandonarla ma il destino non ha voluto .Sono dovuta rimanere e sopportare :troppe le cose che non andavano, troppe le ingiustizie ,troppi i morti e le stragi, troppi i misteri e troppi i silenzi e le parole al vento. Ci sono stati anni in cui il grano si è tinto di sangue, sangue versato a flutti, sangue innocente, e questo sangue di cui era cosparsa la mia terra mi rendeva furiosa e mi respingeva. Vigliaccamente ho pensato che la soluzione fosse la fuga piuttosto che la lotta perché non vedendo forse non avrei sofferto e quello che succedeva non sarebbe stato reale …almeno per me.

Ma il destino di ognuno di noi è fatto di piccoli eventi che sul momento giudichi banali e invece decidono una vita. Quindi forse se all’ultimo anno del corso di laurea in lingue e letterature straniere fossi andata a Salamanca con la borsa di studio vinta di cui invece all’università mi dissero che avevano perso ogni traccia perché probabilmente qualcun altro aveva deciso e preteso di partire al posto mio, chissà forse la mia vita sarebbe cambiata. E chissà se quella domanda presentata a Edimburgo dopo la laurea per la fare la lettrice di italiano fosse stata accettata, la mia vita avrebbe avuto tutta un’altra direzione e il mio inglese adesso sarebbe perfetto. Non mi sono arresa con gli anni …domanda di supplenza a Cagliari, respinta perché avevo fotocopiato la firma, se non avessi commesso questo sbaglio forse adesso sarei stata isolana di un’altra isola. L’immissione in ruolo a Brescia arrivata dopo quella ad Agrigento se accettata, forse, mi avrebbe fatto parlare adesso con uno strano accento non ancora lombardo e non più siciliano.

E’ andata così… sono rimasta qui a fare la figlia, la moglie e poi la mamma e poi sempre e comunque la docente. Ho visto imbrogli ,incongruenze, comportamenti inaccettabili e col tempo ho elaborato una mia teoria : le azioni insensate che compiamo in Sicilia sono in grande parte effetti nefasti di una sola causa .Questa causa è lo strano gene che si è installato nei nostri cromosomi modificandoci e tramutandoci in mostri: il gene della mafia o meglio ancora dell’atteggiamento mafioso che non significa solo uccidere con o senza lupara ,che non significa solo lo spaccio di droga anche ai minorenni, che non significa solo gli appalti truccati per costruire scuole e ospedali o ponti che saranno le tombe di chi si troverà nei paraggi nel momento sbagliato. L’atteggiamento mafioso è tutto questo ma è anche altro: è un veleno leggero che agisce lentamente in modo non eclatante ma giorno dopo giorno, silenzioso, quasi invisibile. E’ un modo di fare che si sposa sempre con l’ignoranza culturale e del cuore e ci porta anche nelle situazioni più banali a chiedere assistenza e aiuto all’amico che può e a cui in futuro dovremo ricambiare il favore innescando così una spirale di subordinazione che ci ha portati all’attuale rovina. Il nostro modo di fare e di pensare mafioso ci spinge non a esigere ciò che è un nostro diritto come diritto, ma a chiederlo come favore grazie all’intercessione miracolosa del solito amico che può. Un certificato allo sportello del comune diventa un favore, l’assistenza ai malati negli ospedali diventa un favore, la promozione del figlio a scuola anche se non se la merita diventa un favore. Tutto diventa un favore anche un posto al cimitero o la carne buona al banco macelleria del supermercato. Da noi in Sicilia per tutto ciò che altrove sarebbe un diritto sancito noi abbiamo bisogno dell’amico o dell’amico dell’amico che magari mafioso non è ma che ci diventa in virtù del nostro modo di fare intimamente mafioso. Io sono rimasta in Sicilia ma tutto questo non l’ho accettato. Ho sempre rinnegato il favore, ho sempre voluto ciò che mi spettava di diritto e fatto tutto ciò che mi spettava per dovere. Per molti anni ai miei alunni ho consigliato la fuga “Andatevene se potete -dicevo ai neo diplomati- abbandonate questa terra che è maledetta. Ed esultavo quando venivo a sapere che erano volati altrove ,al nord o all’estero, forse perché vedevo realizzati in loro i sogni che erano stati miei da giovane. Solo da pochi anni, col senso che mi deriva dall’avvicinarmi alla saggezza dei 60, ho guardato questa terra con altri occhi; ne ho visto la bellezza infinita e ho capito che la vera rovina di questa terra sono solo i suoi abitanti. Non tutti ovviamente ma sicuramente lo sono quelli che hanno trovato nell’inciviltà il loro dio, quelli che credono che il bene supremo sia il bene personale e non quello collettivo, quelli che pensano che chiusa la porta di casa tutto quello che resta fuori non sia mai affar loro, quelli che non vogliono togliersi di dosso il pesante fardello dell’ignoranza che è la madre di tutte le disgrazie della Sicilia e dei siciliani. Adesso quando incontro i miei ex alunni e apprendo che ,finita l’università ,vogliono tornare in Sicilia o vogliono rimanerci non essendosene mai andati, esulto e li incoraggio a mettere radici nella loro terra e non mi stanco di ripetere che viviamo in un paradiso: dobbiamo soltanto capirlo e agire per farlo rimanere tale o migliorarlo così da farlo conoscere in tutto il mondo e viverci senza distruggerlo come abbiamo ,purtroppo, cercato di fare da sempre .Se non tornate voi chi resterà in questa terra ?chiedo spesso ai miei ragazzi e loro mi guardano un po’ preoccupati quando presa dalla mia solita, strana irruenza continuo infervorata – la forza vitale per fare rinascere la Sicilia non può venire dagli altri siamo noi, anzi voi giovani , che dovete agire per conseguire questo obiettivo .Guardatevi intorno ,ragazzi, aguzzate l’ingegno, chiedete aiuto a chi l’aiuto ve lo può dare seguendo la legge ,studiate, trovate i vostri talenti, sfruttateli e fateli fruttare. I frutti che nasceranno da voi saranno la linfa vitale della nostra terra e grazie a voi la Sicilia continuerà a vivere .Sempre più spesso ,solitamente nel momento del tramonto, sono costretta a fermarmi davanti al mare e, guardando quello spettacolo di indescrivibile bellezza, mi commuovo e ripenso alle parole di una canzone in siciliano cantata dal maestro Franco Battiato e dalla indimenticata Giuni Russo dal titolo Strade parallele il cui ritornello dice
U suli ora trasi rintr’o mari
e fannu l’amuri
‘un c’è cosa chiù granni
tu sì la vera surgenti
chi sazia i sintimenti
Mi ritrovo a pensare che la Sicilia e io siamo state due strade parallele che però, in barba a tutte le leggi geometriche e alle difficoltà, prima della fine si sono fortunatamente incontrate per non lasciarsi più
Mi chiamo Lia ho 55 anni e sono isolana.
Solo da poco tempo ho scoperto di essere innamorata della mia Sicilia