Macbeth ha ucciso il sonno, noi uccidiamo la pace, di Loredana De Vita

Macbeth killed the sleep, we kill peace

Sì, ma perché? Perché… perché!
Perché i sogni non esistono… Macbeth ha ucciso il sonno… e non si sogna più né a occhi chiusi né a occhi aperti.
Anche il tentativo di cancellare le macchie di sangue è improbo… potrebbe accadere proprio come a Lady Macbeth: nessun oceano potrà mai lavarle. Il nostro tempo, a volte, sembra davvero percorrere la strada della crudele signora… il suicidio, un suicidio collettivo.
Lì dove muore qualcuno per violenza, non contano le fazioni, i gruppi, i culti o qualsiasi altra cosa, conta solo la persona… come si evince dalle terribili immagini che la rappresentano, miscuglio di sangue e carne e ossa senza più un sorriso né l’anima.
Non è un caso se, in questi giorni di crudele e inutile dolore compiuto negli eterni conflitti come in quelli nuovi, mai nuovi davvero, si facciano discussioni sull’uso o meno da parte dei media delle immagini violente che accompagnano il racconto dei fatti di guerra… di ogni guerra.
Come potrebbero non esserci immagini di morte e di sangue? Mostrarle o meno?
La risposta è deontologica, dipende, cioè, dall’etica professionale di chi le usa. Sì, non è teoria, ci vuole etica nel trasmettere informazioni, soprattutto se accompagnate da immagini. Un giornalista deve riportare i fatti… e le immagini descrivono i fatti, sono il modo più immediato attraverso il quale chi osserva possa rendersi conto di quanto accade. Attenzione, però, indulgere eccessivamente sulle immagini perché scabrose e violente può portare alla spettacolarizzazione dell’evento, il che non è più informazione sul dramma e tentativo di riflessione sullo stesso, ma un “evento”… un happening.
Le immagini giocano sulla parte emotiva della nostra percezione dei fatti; il sangue spaventa… se poi è anche sangue di bambini, produce un forte senso di rifiuto, di schieramento… la nostra reazione, però, resta oltre la barricata, schermati e protetti da un video o dalla carta di giornale.
La spettacolarizzazione dei soprusi spiattellati continuamente sotto gli occhi di chi osserva si ferma alla superficie dell’emotività e non conduce all’equilibrio di una riflessione umana e storica, inducendo, invece, una sorta di “abitudine all’orrore”… cioè, in realtà, indifferenza.
Le immagini sono importanti come denuncia, ma senza accanimento e con molto pudore e rispetto per il sangue e il dolore che hanno lo stesso colore ovunque siano sparsi.
Non credo che il nostro occhio di osservatori debba essere solo di “scandalo” verso quanto accade. Non è uno show quello cui assistiamo proprio come quando, un po’ annoiati, facciamo zapping da un canale all’altro del nostro televisore oltre il quale ci sentiamo al sicuro accomodati nelle nostre poltrone.
Questo è il rischio dell’uso non deontologico delle immagini, assuefazione e la certezza che ci dispiace ma in fondo non ci riguarda… non è così, non siamo al sicuro e non perché a rischio di bombardamenti, ma perché ci abbandoniamo al gioco degli schieramenti comodi, del prendere le parti… ma c’è una sola parte: l’Umanità, dalla quale nessuno è escluso.
La reale situazione di tutte le guerre, quella che le immagini non possono raccontare, è che tutti proclamano il diritto all’autodifesa, i veri mediatori mancano, perché le guerre servono ad accreditare potere e si deve pervenire all’apice dell’orrore prima che essi intervengano davvero… dovranno apparire come deus ex machina, i risolutori dei mali del mondo. Il gioco è sul potere dell’immagine, reale o metaforica, infatti, il ceasefire… cessate il fuoco, stenta ad arrivare in quanto implica comunque una “perdita di faccia” per chi sarà il primo a dichiararlo… il gioco deve valere la candela. Peccato davvero che la guerra del nulla si giochi sulle spalle di chi soffre in un tempo in cui ciascuno non dovrebbe più essere un popolo ma tutti i popoli.
Macbeth ha ucciso il sonno… noi il sogno di pace.