petali rossi, racconto di Loredana De Vita, tratto da “Un giorno per la memoria” curato da Anna Copertino

Un giorno per la memoria

Petali rossi, frammenti di vita, gocce di sangue e di gioia sull’abitino giallo come il sole. Un attimo, uno scoppio, un sussulto e tutto quello che era non è più e sarà vivo solo e per sempre negli attimi infiniti del tempo che resta… per chi resta.

Una calda mattina di fine maggio, una bambina cerca tra il pietrisco sulla spiaggia la gemma preziosa da portare alla sua mamma, la conchiglia con cui farle ascoltare il mare che canta la gioia di trascorrere alcune ore con il suo papà.

La via del ritorno è breve, Simonetta si lascia dondolare dal rumore della macchina e si addormenta. Negli occhi chiusi ancora la luce scintillante del sole sul mare di Vietri e la visione di quella nuvola bianca che le sorride dall’alto mentre nuota nell’acqua fresca che la accoglie. Accanto a sé il profumo di dopobarba del padre che neanche l’acqua salata del mare ha potuto cancellare. La musica che sente, c’è davvero o è solo la gioia del suo cuore che canta e le sussurra la ninna nanna che la culla?

Luce, armonia, bellezza… fino a quel suono cupo, violento e unico che le riempie i timpani prima di penetrare il suo corpo innocente. Poi…

Poi solo quei petali rossi, frammenti di vita, della sua vita che si addormenta non vista, non cullata, non stretta dal tenero abbraccio di chi la ama. Un sedile nero è il suo ultimo abbraccio, e il vetro infranto del finestrino è l’ultimo barlume della sua immagine riflessa mentre, piano, petali rossi violano l’innocente candore del suo grembo.

-Sono qui, perché non mi ascoltate!

Sirene, persone in divisa, uomini in camice bianco e corse, corse senza fine in un’auto che non è l’auto del suo papà del quale non percepisce più l’acre odore del dopobarba, né sente più tra le mani la conchiglia dura e liscia che ha raccolto sul pietrisco della spiaggia di Vietri. Dov’è finita?

Tutto è sparito, è mai esistito? Se fosse solo un sogno nel suo sonno turbato da una frenata improvvisa?

-Che succede? Di chi è quel corpo bambino che trascinate e che sento di dover seguire? Perché non mi rispondete? Guardatemi, sono qui!

C’è qualcuno che urla, qualcuno che impartisce ordini, ma non c’è ordine nel caos scoppiato nel cuore di chi ama e sente sparire la propria vita nell’attimo stesso dell’annuncio della morte di chi si ama, di chi si è nutrito nel proprio grembo, di chi sole poche ore prima disegnava con te quel cielo gioioso con la sua nuvola bianca e ora non disegna più se non una notte stellata che mai Van Gogh potrebbe riprodurre.

-Ho freddo! E’ buio! Dov’è la mia conchiglia, la conchiglia per la mia mamma, dove l’avete messa? Perché scuotete il corpo di quella bambina? Le fate male! No, non rasatele i capelli! Guardate come sono belli, perché lo fate?

Non si può essere delicati quando ci si affretta attorno a quel corpo mosso, girato e rigirato, i cavi inseriti nel braccio, la mascherina sulla bocca che non respira, sembra la bambola di una bambina impaziente che gioca al dottore. Non è una bambola, anche se non geme. Non è una bambola, anche se il suo petto non si alza e abbassa per il ritmo delicato del suo giovane respiro.

-Ma che ha? Che le è successo? Che cosa è quel punto scuro sulla sua tempia? Povera piccola, è rimasta solo la corolla del suo fiore sparso in petali rossi sul suo abitino giallo… come il mio!

Una donna corre, non piange, sembra morta ma si muove. Non respira ma vive. Non si agita ma soffre. Si piega non si china sul corpo della bimba nel suo letto bianco.

La testa rasata e pallida della bambina sembra l’aureola di un santo, di mistica bellezza è la luce che si accende in quegli occhi spenti e senza vita. Dorme? Dorme.

Il tremito delle spalle della donna le percorre tutto il corpo, le mani tremano mentre cercano sul corpo della sua creatura le pieghe di un sorriso e il respiro di un sogno tranquillo. Il tremito, quel tremito continua dentro la donna, non la abbandona e tutto sembra tremare al suo fremere. Non c’è rabbia ma vuoto; non lamenti ma vuoto; non silenzio ma vuoto.

-Mamma, perché accarezzi quella bambina? Mamma, vieni da me, abbracciami! Mamma, ho perso la mia conchiglia. L’avevo presa per te.

La donna sembra non sentirla; si guarda attorno come se avesse percepito qualcosa o visto un’ombra, ma poi si distoglie dalla sua ricerca nel vuoto, si alza e ascolta un uomo in camice bianco che le parla con gentilezza sebbene il suo discorso sia rapido e persino precipitoso tanto da non farle comprendere quello che le dice o è lei che non capisce?.

Una cosa sola è certa: bisogna fare presto. Non una parola, solo un cenno di assenso della testa scuote il corpo della donna e il morbido ondeggiare dei suoi riccioli biondi, mentre è muta la sua voce e spento è il suo sguardo.

La donna lascia la stanza senza voltarsi mentre, solerti, alcuni infermieri spostano su una barella il corpo immobile ma non rigido della bambina e ricominciano a correre lungo corridoi illuminati dove la gente silenziosa si volta a guardare e segue con lo sguardo, le preghiere, le lacrime la fuga verso il nulla di quel fiore che sta appassendo.

-Mamma, dove vai? Portami con te.

La raggiunge mentre sale su un’auto, la sfiora, ma la mamma non la guarda e non la lascia salire. Non c’è tempo per rammaricarsi, vede se stessa sull’autoambulanza in fuga, seduta accanto al letto di quella bimba smunta e lascia che i medici e gli infermieri se ne prendano cura mentre la corsa folle e senza tregua continua.

Le sembra di sentire il suo cuore battere, ma non è il suo e non è quello di quella bimba che le sembra di poter riconoscere anche se non ricorda bene dove l’ha incontrata. Quel battito forte, veloce, regolare è quello del medico che controlla attraverso uno strano congegno le sue funzioni vitali; ma questo la bambina non lo sa, sente solo che in qualche modo quel medico le dà serenità e che quei gesti veloci ma precisi le sembrano carezze che provengono da un mondo lontano e incomprensibile dal quale tutto vede e sente ma nulla fa e dice.

Sono carezze che non riesce a ricambiare e le piacerebbe tanto, ma non può. Allunga il suo braccio verso la mano del medico, ma sembra non poterlo raggiungere né sembra che questi si accorga di lei e del suo sorriso, è concentrato solo su quella bambina pallida coperta da un lenzuolo appena più bianco di lei. Già, è di lei che si occupa il dottore, ma non sembra che la bambina se ne accorga.

Che tenerezza quei due! Legati da un filo invisibile che ciascuno percorre verso l’altro senza avvedersene. Chi se ne accorgerà per primo smetterà, forse, di crederci e dovrà invece chiedersi perché un foro sulla tempia di una bambina abbia osato diventare padrone della vita e del tempo, perché quei petali rossi non siano che l’ultimo frammento colorato di una vita che si perde.

-Dovevi essere importante se lui si prende così cura di te. Sei molto dolce, anche mentre dormi. Che ti è successo? Stavi anche tu al mare? E’ lì che mi sembra di averti incontrato. Sei forse quella bambina che faceva i tuffi accanto a me e al mio papà? A proposito, dove sarà mai finito? Sparisce sempre quando vorrei stare ancora con lui, ma è un uomo molto impegnato, sai?

Non un gesto, non una parola o un pensiero dal corpicino esangue sulla barella viva solo per i fili collegati alla macchina che sembravano essere più vivi di lei.

-Non mi parli? Ti ricordi che risate quando l’onda del mare ci ha travolte e siamo finite nella sabbia? Mio papà era preoccupato perché non mi vedeva, il tuo non me lo ricordo, ma tanto c’era il mio a prendersi cura di noi. Io ridevo e lui mi ripuliva dalla sabbia negli occhi. Che bruciore quell’acqua salata e la sabbia, ma non avevo voglia di piangere, era così bello essere lì! Uh, guarda! La mamma è nella macchina che ci segue. Non so chi guida, ma è lei. Come è pallida, sembra stanca. La conosci la mia mamma? E’ il mio angelo, noi ci capiamo senza parlare.

La donna nella macchina si lascia condurre dietro l’ambulanza. Non sorride, forse neanche vede. Il suo sguardo fisso sull’ambulanza sembra penetrarne le porte per controllare quello che accade dentro. D’improvviso un sussulto la riscuote. Il suo sogno, il suo orco, si impossessa del pensiero e dell’anima sua. Negli anni si era ripetuto sempre uguale quel sogno costringendola ad alzarsi nel pieno della notte per accorrere al letto della sua Simonetta e accertarsi che stesse bene.

Un sogno, un incubo… sempre uguale. A mare, un’onda più forte, la sua Simonetta sparisce. Un uomo, uno sconosciuto, la raggiunge con il corpo esanime di una bambina tra le braccia, avvolta in un lenzuolo bianco, i capelli luccicanti alla luce del sole terso dopo la tempesta fanno da aureola a un volto di bimba con gli occhi chiusi e una macchia sulla tempia… la corolla livida di un fiore senza petali.

Sussulta ancora il cuore della donna al ricordo del corpo di sua figlia tra le braccia di uno sconosciuto che gliela consegna, non salva, non viva… eterna.

L’ambulanza segnala alla macchina che la segue che bisogna fermarsi nell’area di sosta dell’autostrada. Un viaggio interrotto, una corsa interrotta, una speranza interrotta, una vita interrotta.

-Sai? Mi sento stanca. Che ne dici se mi sdraio vicino a te? Possiamo starci tutte e due qui, poi la mamma verrà a prenderci. Vedi? Ci stiamo bene. Tu ed io sembriamo una cosa sola, forse lo siamo. Ti ricordi il profumo di papà? E quella nuvola bianca? Come era bella! Mi piacciono tanto le nuvole che vagano nel cielo e accarezzano il sole. Ho tanto sonno. Dormiamo ora, lasciateci andare.

La donna scende dall’auto. Il dottore le si avvicina. Gli infermieri a testa china. Nessuno parla. Non c’è bisogno.

La porta semi aperta dell’ambulanza lascia intravedere il corpo della bambina. Sembra dormire. Così gliela consegnano, non salva, non viva, eterna.

La madre, per sempre madre, appoggia la mano alla porta aperta dell’ambulanza, guarda il suo fiore avvizzirsi nella penombra dell’auto; sente l’orco ridere forte per aver compiuto il suo atroce incarico; poi vede un sorriso disegnare il volto rilassato della sua bambina e sa con certezza che è eterna.

Un orco ha rubato la sua bambina. Un orco se l’è portata via. Un orco l’ha privata del sorriso di sua figlia. Un orco le ha regalato il dolore più grande. Un orco le ha sottratto la gioia. Un orco le ha massacrato il cuore. Un orco l’ha piegata in due. Un orco le ha tolto ogni ragione per vivere. Un orco le ha calpestato il senso. Un orco le ha imposto la morte.

Si piega in due, spezzata. Non una lacrima esce dai suoi occhi. Ogni lacrima le scoppia nel cuore prima di poter essere versata. Sa, sente che è tutto finito, che se si fosse piegata ancora un po’ non sarebbe più riuscita a rialzarsi e l’orco avrebbe definitivamente vinto.

No, Simonetta era vita, Simonetta è vita, Simonetta è il sogno della vita che diventa realtà. Simonetta è l’amore che chiama amore. Simonetta è un segno, è il segno della libertà, della gioia, dello spazio accogliente che si fa casa per chi soffre e per chi non può capire, o non vuole, di poter diventare un orco. Simonetta è eterna.

Si rialza, guarda la sua bimba addormentata e le costruisce una casa più forte nel suo cuore. Una casa dove gli spiragli non sarebbero mancati e il dolore neppure, ma una casa in cui l’orco non sarebbe potuto entrare.

Nessuno se ne accorge, neanche la madre, ma proprio in quell’istante di assoluta consapevolezza, l’orco lancia il suo terribile grido, ma l’eco grida più forte <<Simonetta>> e l’orco non può che precipitare nell’abisso vuoto del proprio odio.

La madre, tremante, alza i suoi occhi verso il cielo. Una nuvola bianca sembra sorriderle mentre gioiosa gioca con gli uccelli del cielo e, guidata dal vento, accarezza il sole.

-Mamma non avere paura. Sono Simonetta e sono una nuvola. Da quassù ti guardo e ti accompagno. Qui mi troverai quando, alzando i tuoi occhi umidi mi cercherai nel cielo splendido di un mattino di primavera o in quello cupo di una notte di inverno, perché le nuvole non sono mai tristi. Sono Simonetta e ti voglio bene.

Petali rossi, frammenti di vita, gocce di sangue, sogni inespressi, sorrisi mai stanchi, promesse sofferte ma mantenute a quella nuvola lassù che si perde nel cielo e si ritrova nel cuore.