accadde…oggi: nel 1914 nasce Giuliana Fiorentino Tedeschi, di Claudia Piccinelli

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Lunedi, 27/01/2014 – Giuliana Fiorentino, classe 1914 milanese di nascita e scomparsa a Torino nel 2010, è stata una delle ultime testimoni della Shoah. Ebrea, viene esclusa dall’insegnamento a causa delle leggi razziali del 1938. Arrestata con il marito Giorgio Tedeschi e la madre di questi, Eleonora Levi, dei tre sarà l’unica a sopravvivere. Il marito morirà nella marcia di evacuazione da Auschwitz. Eleonora, dapprima prelevata da una clinica dove era ricoverata per una grave operazione chirurgica, sarà destinata alla camera a gas. Giuliana, dal campo transito di Fossoli, condotta fino ad Auschwitz, “convoglio n. 9 Picciotto, trasporto 37 Tibaldi” sarà immatricolata a Birkenau, n. 76847. Dopo la marcia di evacuazione da Auschwitz I a Ravensbruck, il 18 gennaio 1945, e poi nel sottocampo di lavoro e concentramento di Maalchow, situato in Germania nel Meclemburgo-Pomerania, verrà liberata da russi e francesi nell’ aprile del 1945.

“Questo povero corpo” (Edizioni dell’Orso, 2005) testo precocissimo, uno dei primi sulla deportazione femminile e uno dei primi su Auschwitz-Birkenau è considerato dalla stessa autrice incompleto, un primo abbozzo di un’altra sua opera successiva, dal titolo “C’è un punto della terra…”. Si legge inoltre in una sua intervista raccolta nel libro “Come una rana d’inverno” di Daniela Padoan: “le donne hanno vissuto l’esperienza del lager in maniera più sfaccettata e ricca …. Perdere subito tutti i capelli, sentire quella macchinetta fredda che ti solca il cranio”. E ancora: “ per la donna è stato tutto uno strappo continuo, un attacco alla nostra stessa identità femminile. I capelli, la nudità, l’immediata solitudine e, soprattutto, il distacco dai figli.”

Il lager spoglia la donna dell’identità femminile. E’ il potere del lager a stabilire, nella sua logica distruttiva, a quali condizioni la vita umana sia degna di essere vissuta. Corpi calpestati, vilipesi. Oltraggiati, massacrati, abbrutiti. Corpi come pezzi interscambiabili, macchine da lavoro e da esperimento. Oggetti. Corpi denudati della dignità umana. Ridotti, infine, a mucchi di ossa. Negare la dignità significa togliere la titolarità del diritto alla vita. Ma come per paradosso, proprio nel lager le donne sapranno riacquistare la personale dignità riappropriandosi del corpo, attraverso la cura. E “il corpo contro corpo per scaldarci un po’ senza abbandonare le pale”. La danza e il canto di Violette : “ sulla punta degli zoccoli, accompagnandosi con un filo di voce, sapeva dare a quelle danze che aveva un tempo compiuto con una graziosa serietà, una intonazione comica deliziosa, alzando i piedi, chiusi nei suoi pesanti zoccoli, muovendo le mani, da cui sporgevano penzolando le punte dei guanti troppo lunghi”. La danza del corpo come immersione nella vita e speranza di libertà.

Il racconto della memoria -confessa nelle sue interviste- si è reso possibile tardi, solo quando si è rotto il silenzio. E l’apertura è avvenuta non tra quanti avevano condiviso l’esperienza del lager, ma grazie al rapporto filiale nato tra i suoi studenti, disposti ad ascoltare. Soprattutto nel Dopoguerra, decisiva sarà la sua testimonianza nelle scuole. La figura di Giuliana Fiorentino si carica di significati ulteriori, proprio in quanto voce di un’insegnante, che parla alle giovani generazioni. La centralità del corpo è l’aspetto che rende attuale le parole del vissuto di Giuliana. E’ come se ci invitasse a riflettere in profondità sui significati di “questo povero corpo”, oggi.

Accogliendone l’invito, non si può non partire dalla considerazione che tutti i corpi hanno uguale dignità e valore, soprattutto per i molteplici significati che essi esprimono. Corpi incisi, trasformati e ricostruiti possono essere espressione di una scelta libera di opposizione a una cultura normativa e omologante che ingabbia i corpi e pretende di fissare le identità di genere una volta per tutte. Sono esempi di riappropriazione della personale identità attraverso il corpo. Allo stesso tempo, credo un dovere prendere le distanze da quella cultura reificante che concepisce il corpo come una cosa, un capitale da sfruttare privandolo della dignità e, quindi, del valore in sé. Ne sono un esempio le violenze efferate sui corpi delle donne perché considerati oggetti monouso, una proprietà di cui sbarazzarsene, quando non rispondono più alle aspettative maschili richieste. Urge un cambiamento di rotta. Come contrastare le forme subdole di potere con cui, attraverso il potere delle immagini mediatiche, si disciplina e controlla il corpo? Le leggi da sole non bastano, per un cambio della mentalità. A partire dalle nuove generazioni, servono contributi soprattutto culturali per una precoce presa di consapevolezza della violenza anche simbolica esercitata nel quotidiano sulle donne, attraverso un’ immagine del corpo presentato sempre “per altri” o “per altro”, mai “per sé”. Questo è l’inizio di un processo perverso verso il quale ci si deve opporre, con prese di posizione individuali, mature e responsabili , perché può innescare ulteriori reazioni dirette ad infierire su “questo povero corpo”, fino ad attentare alla sua vita.