accadde…oggi: nel 1921 nasce Margherita Guidacci, di Sara Mostaccio

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Nasce a Firenze il 25 aprile del 1921. Il padre Antonio è un avvocato, la madre Leonella Cartacci è cugina dello scrittore Nicola Lisi che influenza e incoraggia la vena poetica di Margherita. I primi anni li vive in una “casa strana e scomoda, ramificata come un albero, ma con una terrazza sul tetto che era il mio regno. Di là si vedeva tutta la città e tutto il giro dei colli, e quando mi sdraiavo sul pavimento, come spesso facevo, vedevo solo il cielo ed il passare e trasformarsi delle nuvole”. Anche la casa di campagna dei nonni nel Mugello è un luogo del cuore, qui nasce il sentimento di unione con la natura ricorrente in molte poesie.

Margherita è figlia unica e la famiglia è composta non solo dai genitori ma anche da tante persone anziane:Vivevano ancora, infatti, tutti i miei nonni e una prozia… naturalmente, non vi era in casa molta allegria: le malattie erano frequenti, il senso del declino, diffuso nell’atmosfera, era più forte di quello della mia crescita”.

Infanzia e adolescenza trascorrono in questo clima di isolamento rattristato da numerosi lutti. Il padre si ammala di tumore e nel giro di pochi mesi se ne va. “Io avevo allora dieci anni, e ritengo che la fine di quel poco di fanciullezza che avevo avuto sia stata segnata da quella morte, alla quale assistei. Poi, uno ad uno, se ne andarono anche tutti i vecchi, e rimanemmo solo mia madre e io: molto sole e molto unite”.

La sua vita ritirata, in un mondo di soli adulti, non favorisce le relazioni con i coetanei. Margherita preferisce dedicarsi alla lettura e nutre una tendenza all’introspezione. “Non ho scelto di essere poeta. Lo sono stata perché tale è la mia natura… La poesia non è un atto di volontà, è un atto di vita, e come la vita, contiene in sé motivazione e gioia sufficienti”.

A Firenze studia al liceo Michelangelo e poi si laurea in letteratura italiana nel 1943 con una tesi su Ungaretti, poi si specializza in letteratura inglese e americana recandosi anche in Irlanda nel 1947 per un soggiorno studio. A pubblicare traduzioni però ha già iniziato nel 1945 lavorando sui testi di Emily Dickinson, William Blake, Hilda Doolittle. Continua a tradurre per il resto della vita, da John Donne e Elizabeth Bishop alla Dickinson, che sente vicina al suo sentire, passando per Conrad e Mark Twain, Ezra Pound e T.S. Eliot, Edith Sitwell e Jorge Guillen. Traduce e scrive anche prosa ma è la poesia che le fa palpitare il cuore.

Negli Anni 40 in Italia chiunque si interessi alla poesia deve confrontarsi con l’ermetismo e Margherita lo fa prima scrivendo una tesi su Ungaretti (studiando anche Mallarmé e Valery per andare alle radici della poetica ungarettiana), poi dichiarando apertamente che non le è congeniale. È più interessata ai significati concreti delle parole che a un “accostamento magico di suoni”.

Nel 1946 l’editore Vallecchi, a cui la presenta Nicola Lisi, le pubblica la raccolta La sabbia e l’angelo, con cui vince poco dopo il premio letterario Le Grazie in ex aequo con Sandro Penna. È solo il primo di numerosi riconoscimenti. A incoraggiarla a pubblicare era stato Lisi ma la spinta a scrivere, spiega la poetessa, veniva dalla ricerca di una alternativa al dolore e alla morte con cui dovette fare i conti sia in famiglia che attraverso l’esperienza della guerra. Nelle prime liriche ci sono tutti i temi a lei cari: nascita e morte, l’impeto della vita che corre verso l’ineluttabile fine, la figura dell’angelo portatrice di vita ma anche di morte, la possibilità di un altrove.

Intanto dal 1945 inizia a insegnare latino e greco nei licei e nel 1949 sposa il sociologo Luca Pinna da cui nascono i figli Lorenzo, Antonio ed Elisa. Qualche anno dopo è la volta di Morte del ricco, una raccolta ispirata alla parabola del ricco Epulone nel Vangelo di Luca. I temi del Vecchio e del Nuovo Testamento tornano spesso nella sua produzione poetica.

Sono anche gli anni del dopoguerra e ferve il dibattito sull’impegno dell’artista nella società. Margherita non ha dubbi: l’artista non può vivere al di fuori della società, deve immergervisi, sentire la sofferenza dei deboli, denunciarne l’oppressione. Ma l’opera d’arte deve anche trascendere la cronaca ed elevarsi al di sopra dell’attualità, farsi universale. Le raccolte seguenti, Giorno dei santi e Paglia e polvere, pur partendo da tematiche ricorrenti come nascita e morte, dolore di vivere, ricordi e fremiti del cuore, si aprono a un senso di tragedia umana più vasto della dimensione puramente personale.

Negli Anni 60 deve affrontare una profonda crisi psicofisica che culmina con il ricovero in una clinica neurologica, un’esperienza drammatica che la poetessa definirà il suo “Nadir, il punto di maggiore desolazione” e darà vita alla raccolta Neurosuite del 1970.

Negli Anni 70 lascia il liceo e inizia a insegnare letteratura anglo-americana all’università, prima a Macerata e poi a Roma. Pubblica anche due nuove raccolte, ancora una volta specchio dell’esperienza privata, in cui racconta il buio che ha dovuto attraversare: Un cammino incerto e Terra senza orologi.

Seguono il Taccuino slavo, che racconta i due viaggi in Jugoslavia del 1972 e del 1973, e le poesie di Il vuoto e le forme del 1977: “il foglio una frusciante assenza, la tastiera ostinato silenzio. Il vuoto si difende. Non vuole che una forma lo torturi”. La raccolta comprende anche liriche che testimoniano la partecipazione civile della poetessa ai tragici avvenimenti di quel decennio, come il golpe cileno che rovesciò Allende.

Il periodo che segue è nuovamente funestato da dolorose perdite personali: muoiono la madre e il marito. Margherita non si ferma, continua a pubblicare, la poesia è una catarsi. L’altare di Insenheim esce nel 1980, L’orologio di Bologna dedicato alla strage della stazione è del 1981, Inno alla gioia di due anni dopo racconta come in un diario una “risurrezione” grazie al ritrovato amore.

Il buio e lo splendore del 1989 procede sulla stessa via ma è arricchito da rimandi letterari e mitologici, storici e persino astronomici oltre a quelli autobiografici. L’ispirazione delle poesie è ancora religiosa, ma di una religiosità che pone domande e non è solo esperienza interiore ma apertura umana verso gli altri.

Margherita muore a Roma nel 1992. Due anni prima, di ritorno da un viaggio a Parigi, aveva subito un ictus che l’aveva limitata nei movimenti e nell’uso della parola pur conservandole la mente lucida. Poco prima di morire, infatti, era riuscita a dare alle stampe un’ultima raccolta di poesie, Anelli del tempo.