donne dell’anima mia, di Isabel Allende, recensione di Loredana De Vita

Isabel Allende: Donne dell’anima mia

Il libro di Isabel Allende, Donne dell’anima mia (Feltrinelli, 2020) è una carezza sul cuore e un abbraccio al pensiero che non smette di maturare, ma che, fermo sui principi essenziali ed esistenziali della sua ricerca umana, diventano motivo e sprone a ricercare ancora, da giovane come da “vecchia” se stessa, l’altro, l’amore, il suo essere donna.
Così, con il suo linguaggio fluido e diretto, ironico e talvolta persino crudo, Isabel Allende guida i lettori attraverso la sua maturazione umana e di scrittrice dal punto di vista di una donna che ha prima di tutto dovuto lottare per affermare il suo essere donna al di fuori dei pregiudizi e degli stereotipi.
La prima immagine che mi sobbalza al cuore leggendo è il profondo sentimento di giustizia e di cura per l’altro che contraddistingue questa persona/scrittrice mai superficiale, neanche quando scherza. È proprio vero, chi conosce il dolore sa riconoscere e dare valore alla vita propria e dell’altro.
L’analisi semplice che la Allende percorre sul ruolo della donna così come lei ha attraversato lo sviluppo e le modificazioni del femminismo, pone in rilievo come la condizione della donna, soprattutto in alcune zone del mondo, fosse persino peggiore di quella di chi si trova in stato di povertà. Ella, allora costruisce nel quotidiano il suo femminismo come risposta ai soprusi visibili e sotterranei di tutto ciò che si riferisce al mondo femminile e lo fa con umorismo; usa, cioè, l’umorismo come forma di protesta, ma non cede dinanzi alle problematiche talvolta esorbitanti che ha affrontato e affronta nella sua vita.
La Allende si rende conto di quanto l’oggettivazione della donna sia profondamente egemonica e per questo più difficile da sconfiggere, ma non smette di lottare e sono tanti gli esempi che offre nel libro di donne che hanno dedicato e dedicano la propria vita a favore delle bambine e ragazze vittime dei soprusi più atroci. L’indicatore della violenza di una nazione, ci dice la Allende, è la sofferenza delle donne. Bisogna in tutti i modi “esorcizzare il demonio dell’indifferenza”.
Di grande interesse, dal mio punto di vista, è anche il suo “essere fiera di essere vecchia” una parola che, giustamente, non ha timore di usare e che, anzi, le diventa occasione per rompere altri stereotipi che affliggono l’universo soprattutto femminile. La cosa importante, doce, è “stare bene con se stesse“, che non significa il semplice “accettarsi” che si connota come una sorta di rassegnazione, ma proprio il “sentirsi bene” e “vedersi” bene e “essere bene” nonostante i cambiamenti, la lentezza che aumenta e un certo modo diverso di essere guardata (o non guardata) da chi la circonda.
Altro punto di forza, non solo per una scrittrice ma soprattutto per una scrittrice, è l’uso del linguaggio. Le parole sono importanti poiché determinano il nostro modo di pensare e possono sancire o debellare l’oggettivazione egemonica come sguardo della società.
Il segreto di questo percorso di quotidiano superamento delle diversità è “appassionarsi”, la passione è entusiasmo incontenibile ed energia esuberante, ma è anche creazione. Non deve mancare la disciplina verso le cose e l’auto disciplina, poiché, infatti, “invecchiare non è un difetto”, ma vivere più a lungo non significa neanche vivere meglio.