inquietudine, di Loredana De Vita

Restlessness

Questi sono giorni di inquietudine, interna ed esterna, un’inquietudine che si trasforma in disagio dinanzi alle contraddizioni profonde che lacerano il nostro tempo.
Da una parte ci sono i bisogni reali, dall’altra quelli indotti; da una parte il bene comune, dall’altra l’interesse personale; da una parte la condivisione, dall’altra l’egoismo.
Si tratta, il nostro, di un tempo lacerato da quelli che apparentemente possono sembrare opposti, ma che, nella realtà, sono decodificazioni e declinazioni diverse dello stesso messaggio: scegliere la vita.
Quale vita scegliere?
Ci sono le verità e c’è la verità, quella cui tutti hanno accesso, ma che pochi dichiarano. Tutte le verità, difatti, coincidono in un “unicum” rivelatore di ciò che siamo davvero. Voglio dire, le verità si differenziano in base alle persone e alla loro condizione, ma LA verità è che vogliamo tutti la stessa cosa: stare bene.
Quello che dimentichiamo è che per “stare bene”, bisogna “essere bene”, cioè vivere riconoscendo la verità dell’altro e non solo la propria e dare a ciascuna verità lo spazio e il tempo del discernimento.
Sempre più spesso, invece, non chiediamo all’altro (né lo chiediamo a noi stessi) quale ritenga sia il suo bene, ma, pur pretendendo di saperlo, simuliamo una conoscenza che non abbiamo affinchè essa diventi motivazione e sostegno del nostro bene, del nostro individualismo. Eppure, spesso, la verità dell’altro ci è, e tale resta, profondamente ignota. In realtà, quella verità non ci interessa, poichè abbiamo creduto che per risolvere il nostro senso di inquietudine non avessimo bisogno dell’altro (se non per quello che ci “serve”), ma solo di noi stessi.
Tutto ciò che va oltre noi stessi, pensiamo, è menzogna, è effimero tentativo di sopprimere la nostra voce, non siamo più pronti, infatti, a cantare insieme agli altri, cantiamo solo per noi stessi.
L’inquietudine, così, si accresce, ma non ce ne avvediamo poiché ciò che siamo disposti ad accettare è solo che essa sia provocata dall’altro e non dal dissenso profondo verso noi stessi che in maniera autonoma e sincera dovremmo coltivare.
Dissenso verso se stessi… non è una orripilante contraddizione, ma significa mettersi in dubbio, in discussione, smettere di percepire se stessi come principio e fine di ogni gesto e ogni azione. Significa smettere di stare sempre sulle difensive e riconoscere il valore del dialogo e del confronto. Significa scoprire che, insieme all’altro, si può dare un nome all’inquietudine che ci assale e, nominandola, riuscire a darle un posto meno distruttivo e più coeso con quel noi stessi che diventa capace di entrare in relazione con l’altro.
L’inquietudine, l’instabilità, se ben indirizzate, possono diventare occasione di crescita e miglioramento poiché esse, ed esse sole, sono come un campanellino di allarme che ci informa che il nostro pensiero ha bisogno di evolversi e trovare voce.