l’allegro cimitero degli elefanti, racconto di Lia Devasundari Lo Bue

L’allegro cimitero degli elefanti – Malgrado Tutto Web

Si svegliò lentamente, con fatica, come se una colata di cemento le fosse stata gettata senza preavviso su tutto il corpo. Non aveva sentito la sveglia, vigile ma muta sul comodino, perché non aveva ancora suonato; ma aveva percepito una voce nella sua testa che le aveva imposto di lasciare il rifugio sicuro del suo letto. Provò ad alzarsi, ma fu costretta a seguire il ritmo allungato e singhiozzante che il suo corpo, non più giovane e appesantito da tanti anni di vita, le aveva ormai da tempo assegnato. A occhi chiusi aspettò di essersi seduta sul bordo del letto, con i piedi poggiati sul pavimento, infilati nelle vecchie ciabatte.Si riprometteva ogni inizio di primavera di comprarne un nuovo paio ma le dita dei piedi, rese ridicole e doloranti dall’artrosi, trovavano solo lì sollievo e calore; così accantonava ogni volta l’idea, rimandandola alla primavera successiva. In un istante, invece, quella mattina comprese che era giunto il momento di abbandonarle, perché non le regalavano più sicurezza: indossandole aveva avvertito un brivido freddo che era partito dai piedi per giungere alla base della testa. Nonostante il suo corpo, pieno d’inestricabili grovigli, avesse finalmente assunto la posizione che lei voleva- a doppio quattro – non si sentiva ancora pronta ad aprire gli occhi.

Dai tempi in cui aveva cominciato a meditare, le era rimasta la fissazione di dover assumere una posizione corretta almeno una o due volte al giorno, e la mattina appena sveglia era proprio una di quelle volte. L’idea della perfezione era semplice: piedi poggiati per terra, gambe diritte, perpendicolari al pavimento, cosce ben allineate, schiena e capo eretti e sguardo dritto davanti a sé. Era uno sguardo da guerriera, nell’illusione che ci fosse ancora per lei una guerra, anche stupida e insignificante, per cui combattere. Schiuse leggermente gli occhi ancora velati dal sonno notturno, prevedendo la scena che le si sarebbe presentata dinnanzi. La pregustò: la parete azzurra della sua stanza da letto, con il suo bell’armadio bianco délavé, con le rose arancioni stampate all’altezza delle maniglie e le foglie verdi dei gambi sui quali riusciva a distinguere, con gli occhiali che usava per leggere, anche le spine. A destra dell’armadio, la parete, anche questa azzurra, con la cassettiera e lo specchio ovale. A sinistra, l’altra parete dove poggiava la testiera del letto col quadro con gli angioletti dorati, suoi buoni amici ormai da un tempo senza più inizio. Dietro di lei la porta enorme di legno azzurro, l’unico capriccio che si era concessa durante la ristrutturazione della casa, circa dieci anni prima, quando ancora aveva le forze e amava i colori. Era seduta e dava le spalle a quella porta, ma sentiva di essere sistemata male, forse perché si era alzata dal lato sinistro o forse perché aveva paura di vedere la sua immagine riflessa nello specchio prima dell’indispensabile, giornaliero restauro. Fece un mezzo giro attorno al letto con la mano destra appoggiata al materasso e con gli occhi ancora semichiusi e si rimise a sedere nell’identica posizione di prima, ma stavolta col viso rivolto verso la porta d’ingresso del colore del mare d’estate. Finalmente ritenne fosse giunto il momento di aprire del tutto gli occhi al nuovo giorno.

Di nuovo qualcosa non le quadrò. Strofinò più volte le palpebre con la speranza che quel movimento riportasse tutto alla normalità, ma non fu così: il mondo intorno a lei aveva perso colore, essendosi ricoperto di un asfissiante mantello grigio che rendeva ogni cosa uguale a ogni altra. Tutto, quella mattina, era indistintamente grigio. “Non è possibile – si disse- deve essere un problema legato all’energia elettrica o forse al sole”. O forse no: il problema era solo suo. Si alzò lentamente e barcollando ripercorse a ritroso il cammino appena fatto, fermandosi però dinanzi allo specchio. Si avvicinò il più possibile. Alzò gli occhi e si guardò con attenzione. Era tutta grigia: gli occhi, le labbra, i capelli, persino quei fastidiosi peli neri sotto il mento erano diventati grigi. Fece passeggiare davanti allo specchio le sue braccia che avrebbero dovuto mostrare le ultime tracce dorate dell’abbronzatura ostinatamente rubata durante le sue lunghe e solitarie estati. Invece, niente da fare. Grigie le braccia, grigie le mani , grigie anche le unghie. Era un’informe massa grigia.

Noiosa. Pesante. Era come se il colore degli elefanti, dopo essere passati nel fango, le si fosse attaccato addosso. Quel grigio trasformava ogni piccola tessera del puzzle della sua vita in un inutile coriandolo ricavato da un vecchio giornale sbiadito. E quei coriandoli erano tutti grigi. Come lei. L’associazione con gli elefanti le fece capire, in un breve istante di comprensione che andava al di là della logica e del buonsenso, che era  giunto il momento di andare, di lasciare tutto, perché nulla  aveva più senso. Lei non aveva più colore e non sentiva più la vita. Anche la sua anima era invecchiata di secoli nell’arco di un solo risveglio. Era l’epifania della sua esistenza che le spalancava la porta verso l’ultima tappa.

Fece una doccia con la segreta speranza che l’acqua, miracolosamente, lavasse via tutto quel grigiore paradossalmente accecante. Si asciugò con il vecchio accappatoio arancione, divenuto anch’esso grigio. Poi mise velocemente qualche tuta, della biancheria intima e i suoi libri preferiti in un borsone. Lasciò, invece, le ciabatte e prese per ultimi il denaro e i documenti. Stava per chiudere la porta e andarsene, quando, all’improvviso, si fermò. Sorridendo tornò sui suoi passi e aprì l’ultima anta dell’armadio. Separò affannosamente una fila di vestiti, e dal fondo di quella caverna tirò fuori un vestito da araba. Era ciò che rimaneva di un corso di danza del ventre, altra simpatica stramberia fatta, circa trent’anni prima, quando ,a cinquant’anni, aveva deciso di sfruttare i suoi rotolini di grasso prendendo lezioni di danza della “panza”, come amava definirla lei scherzando. Il vestito era stato commissionato su internet e aveva un nome strano ed esotico: “Eastern Rainbow”, perché racchiudeva, nella trama del suo tessuto, tutti i colori dell’arcobaleno, insieme a un’infinità di pagliuzze dorate. Prima di quella mattina l’aveva sempre guardato con amore e ammirazione, ma da lontano, come una reliquia risalente a un passato illuminato da stranezze e originalità poco comprese e poco accettate dal resto del mondo. Lo afferrò di scatto, quasi come se lo stesse rubando a se stessa, e lo ripose con cura nel borsone semivuoto e pronto all’addio.

Chiamò l’ascensore e, nei secondi di attesa, chiuse la porta, come faceva sempre, con la carta elettronica. Infine, quando l’ascensore giunse, senza esitazione volse le spalle alla porta di casa. Era sicura che non sarebbe mai più ritornata. Prese il borsone con la mano destra e il bastone con la sinistra per dare sostegno all’anca più debole ,quella con la protesi. S’infilò nell’ascensore senza provare particolari emozioni e dette il comando vocale: “Piano terra”. Da lì si sarebbe mossa con il taxi di sua fiducia, chiamato in automatico quando la porta si era chiusa per sempre. Il momento temuto era giunto. Dove stava andando? Era quella la decisione giusta da prendere? Era proprio quel grigio il segno che stava aspettando? Lo stesso segno per tutti? Tutti i vecchi senza speranza si erano svegliati una mattina avvolti e soffocati dal suo stesso grigiore o quello che le stava capitando era solo per lei?

Gli altri avevano storie diverse con segni diversi? Non poteva saperlo. Sapeva, però, che lei stava compiendo il suo ultimo viaggio, come una vecchia elefantessa stanca e appesantita dalla vita stessa che, sentendo di essere alla fine, si avvia lentamente e inesorabilmente verso il cimitero degli elefanti. Anche lei stava facendo la stessa cosa. Il suo cimitero, però, non si trovava in un’arida e sperduta zona dell’Africa; era, invece, a pochi isolati da casa sua, un po’ fuori città, proprio dirimpetto al mare, ma leggermente in collina per permettere allo sguardo di perdersi nell’azzurro infinito.

Aveva già visitato quel posto: vi aveva trovato stanze piccole, per una o due persone, ma dignitose e pulite e ampie vetrate che permettevano l’ingresso del mare, del suo colore e dei suoi profumi dentro le stanze, fosse ,senza speranza e colore ,scavate per gli elefanti dalle forme umane che lì si riunivano per non morire da soli. Il tassista l’aspettava già davanti al portone, l’aiutò gentilmente a salire, le passò il borsone e anche il bastone che lei si ostinò a tenere vicino a sé. ~A Villa Paradiso- disse con una voce ferma che la stupì. –Subito signora – Il viaggio durò tre minuti appena. Tutto attorno a lei continuava a essere grigio: persino il sole, il cielo, la pelle del tassista di colore dalle grosse labbra, grigie anche queste. Che pesantezza agli occhi e al cuore sentiva! Non vedeva l’ora che questo grigiore sparisse, ma temeva che ormai non fosse più possibile.

Arrivati a destinazione, il tassista accostò la macchina all’ingresso per i disabili, quello con lo scivolo e la sbarra di ferro. Scese, aiutata dall’uomo gentile come non mai: forse anche lui aveva capito l’importanza di quel momento. Lei pagò la corsa e gli regalò cinque euro di mancia, gli ultimi, probabilmente, che avrebbe dato. Si fermò un istante prima di entrare; si sentiva sicura e coraggiosa ma stanca nell’animo e nell’incedere. In quella villa, grigia nonostante il nome suggerisse visioni di nuvole bianche, cieli azzurri e vecchi signori dalla lunga barba candida, c’era l’ultimo grigio passaggio. La porta si aprì automaticamente e anche lì le infermiere e le impiegate erano grigie. Dello stesso colore le pareti, i mobili, grigi al limite del fumé gli altri ospiti della villa ,che la ignorarono perché non erano abituati a dare confidenza agli ultimi arrivati.

Poi, a un tratto, girando il capo alla sua destra, da dove giungeva un tintinnio insolito, un baccano sommesso ma piacevole e quasi ben augurante, vide qualcuno che riaccese le sue speranze. Su un monopattino luccicante una signora di circa ottant’anni, ma ben portati, si stava precipitando verso di lei; si sfregò gli occhi sbigottita, proprio come aveva fatto quella mattina appena sveglia, ma per il motivo inverso: la triste incredulità di qualche ora prima aveva ceduto il posto a una piacevole, inaspettata emozione . Il cuore le sobbalzò per la gioia imprevista.

Quella strana figura di donna, che le si  avvicinava quasi volando, era uno sfavillio di luci e colori e si ricordò della poesia di una certa Jenny Joseph che iniziava così  “Quando sarò vecchia mi vestirò di viola / con un cappello rosso che non si intona e non mi dona…” Quella donnina anziana, che la corteggiava volteggiandole intorno come un’ ape su un  fiore di pruno in primavera, era un tripudio di colori. Indossava una camicia viola e una gonna verde che le si gonfiava al vento della corsa sul monopattino. Il cappello rosso, di stile sfacciatamente inglese, strideva con tutto il resto, ma allegramente. Le mani erano fasciate da guanti di pizzo rosa, i sandali di raso erano color corallo.

Mentre si muoveva, spandeva un discreto odore di lavanda francese misto a una nota di brandy un po’ più spavalda. Sul viso impiastricciato di fard fucsia si erano tenacemente attaccati i resti di un dolce e un soffio di zucchero a velo. Correva per l’atrio divertita e ogni tanto infastidiva gli altri ospiti della villa cui si premurava di suonare il buffo campanello a forma e a verso di ranocchio. Dietro l’orecchio sinistro una rosa blu e sulle labbra un meraviglioso e tutt’altro che sobrio rossetto fucsia ,un po’ sbavato ma perfettamente abbinato al colore delle guance e allo smalto delle unghie delle mani che facevano capolino dai buchi dei guanti. L’ospite appena arrivata la guardò rapita: la signora sul monopattino era una ventata d’aria variopinta, dopo tutto il grigiore di quell’asfissiante mattinata.

La vecchietta colorata le si piazzò davanti, osservandola da capo a piedi  con un sorriso accattivante, infine le strizzò l’occhio uscendo la lingua di lato , simile alle faccine che i suoi nipotini lontani le mandavano di tanto in tanto quando non avevano proprio voglia di scrivere “ti voglio bene nonna”. Infine, quando decise di fermarsi, la simpatica figurina le circondò le spalle con un braccino sottile e fittamente ricamato da vene blu e le disse –Salve, vecchia mia. Immagino che tu abbia passato un brutto momento stamattina, ma adesso ci sono io qui per te. E tu per me. Insieme. Mentre ti aspettavo, ho preparato un monopattino adatto a te. Vieni, seguimi, indossa il tuo costume da ballerina e, dimenticavo, erano anni che non vedevo qui in villa un’ospite con un’aura azzurra risplendente come la tua. Complimenti, sei proprio la persona del colore che stavo aspettando. Forza, cambiati e andiamo a colorare il mondo e le nostre vite. La nostra stanza è la numero otto, ma l’otto, bada bene, è coricato e infinito. Detto questo, dietro e dinanzi a loro invisibili giochi di fuoco dai mille colori cominciarono a scoppiettare. E furono loro due le uniche spettatrici consapevoli di quella meraviglia.