morality plays, everyman, recensione di Loredana De Vita

A Morality Play: Everyman – Writing Is Testifying

Amo molto la letteratura poichè sono convinta che abbia sempre buone lezioni da offrire. Amo in particolare la letteratura straniera, ma forse questo dipende da una mia deformazione professionale dovuta all’essere laureata in lingue e letterature straniere con particolare attenzione alla letteratura inglese, a quella di lingua spagnola e alla letteratura russa.
In questi giorni mi sto immergendo nuovamente nella letteratura inglese più antica, quando ancora non si sapeva né si poteva definirla “letteratura” in senso moderno. Si tratta di una cultura dall’origine al medioevo che ha segnato gli sviluppi successivi della letteratura europea e non solo, ma, in ogni caso, di una letteratura pregnante di echi e voci che si avvicinano alla leggenda o che, meglio, avvicinano la leggenda alla narrativa di ogni luogo e ogni tempo.
Così, ho ripreso a leggere e studiare la letteratura cosiddetta medievale e in particolare le Morality plays.
Le “Morality Plays” erano un genere letterario che si diffuse in Europa nel 15° e 16° secolo come sviluppo successivo ai Miracle Plays. I Miracle Plays raccontavano in origine le storie dei Santi e di Gesù con l’intento da parte della Chiesa di evangelizzare i pagani, ma vennero spesso considerate dal popolo come forme di intrattenimento tradendo, quindi, l’obiettivo originario della Chiesa e, per questo, furono bandite dai luoghi sacri e rappresentati sul sagrato delle chiese, prima, e poi nei villaggi grazie anche all’ausilio di “pageants” (una specie di carro dove gli attori trasportavano costumi e strumenti scenici e che facilitarono le rappresentazioni mobili). I Morality Plays assunsero un significato più allegorico rispetto ai Miracle Plays che è possibile considerare “storici” nel senso che i personaggi rappresentati erano reali personaggi della Storia della Chiesa. L’allegoria dei Morality Plays faceva tesoro della necessità di dare insegnamenti morali e i suoi protagonisti, più che rappresentazioni di personaggi storici, infatti, sono personificazioni dei vizi e delle virtù che si incontrano lungo il percorso di ciascuna vita.
“Everyman” (che rappresenta tutti gli uomini individualmente, cioè, l’uomo comune), è una tra le più note Morality Play. Racconta la storia di Everyman che incontra la Morte la quale gli dice che è giunto il tempo di presentarsi dinanzi a Dio e gli suggerisce di portare con sé un buon gruppo di compagni tra cui: Buone Azioni e Conoscenza, che gli consigliano di portare con sé anche Discrezione, Forza e Bellezza oltre alcuni beni materiali. Al termine del suo viaggio, però, quando i beni materiali saranno finiti, tutti i compagni abbandoneranno Everyman tranne Buone Azioni che lo aiuterà a percorrere la sua strada verso il Paradiso.
È evidente la morale del testo: le buone azioni sono quelle che salvano. C’è, però, un’altra morale, più nascosta e forse più laica che si esprime nel motto “A friend in need is a friend indeed”, a testimonare che in ogni tempo, dare valore all’essenziale è ciò che salva davvero. Spesso ci si ritrova circondati di amici o presunti tali, ma nel momento del bisogno è facile che proprio questi spariscano per lasciare spazio a chi resta non perché desideri in cambio qualcosa, ma perché condivide il bisogno di offrire vicinanza e speranza. Un bell’insegnamento.
Giusto per completare il percorso, aggiungo che le Morality Plays aprirono la strada a un’altra forma di rapppresentazione itinerante, gli Interludi, che erano brevi scenette comiche dove i personaggi erano reali e presi dalla realtà quotidiana semplice e spesso banale. Gli Interludi rappresentano l’ultimo gradino al passaggio delle rappresentazioni teatrali meglio riconosciute come tali quando il teatro diventa stabile, essi, infatti, rappresentavano la realtà e la storia riconoscibile poiché contemporanea.