accadde…oggi: nel 2018 muore Annunziata Scipione, di Diana Sainz Camayd

I COLORI DELLA MEMORIA, L’ARTE DI ANNUNZIATA SCIPIONE – SEMI SOTTO LA PIETRA (wordpress.com)

Azzinano. Pittura naïf. Cultura contadina. Colori. Memorie. Bastano poche coordinate per orientarsi nel mondo tenero e coloratissimo ideato da una delle artiste più umili, ingegnose e inconsapevoli che l’Abruzzo novecentesco abbia conosciuto: Annunziata Scipione.

Annunziata Scipione nel suo studio ad Azzinano di Tossicia (TE)
(fotografia tratta da Annunziata Scipione. Il fuoco della terraOpere 1968-2016)

Una mostra, recentemente conclusasi a Teramo (Annunziata Scipione, il fuoco della terra) ha celebrato l’aspetto più terreno della sua opera, ove la terra è da intendersi come luogo dove si svolgono le vicende umane, le vicende contadine e paesane che hanno marchiato dal primo all’ultimo giorno la vita dell’artista teramana. Un’artista che si è fatta da sè. Nella minuscola Contrada Camerale, nei pressi di Azzinano di Tossicia (TE), a partire dal 1928 e fino all’aprile del 2018, anno della scomparsa.

Il focolare, 1973, olio su tela, 100 x 70. Collezione Eredi Scipione.

Negli anni sessanta, a trent’anni e poco più, Annunziata Scipione è apparentemente una donna ordinaria dell’Abruzzo rurale: matrimonio a ventitré anni, madre a tempo pieno, una casa da mandare avanti e una campagna di famiglia a cui non far mancare il proprio sostegno. Come tante donne dell’epoca ha studi limitatissimi: una terza elementare. Ultima di sette figli è costretta ad affiancare i suoi nei lavori agricoli. Un’assenza di ogni tipo di competenza nelle tecniche artistiche sembrerebbe completare un quadro biografico piuttosto ricorrente.

Il focolare (dettaglio)

Ma un’inarrestabile urgenza espressiva inizia ad assalire questa donna che sin da bambina amava scarabocchiare i muri delle stalle o modellare figure fatte di acqua e terra mentre lanciava più di un’occhiata ammonitrice al gregge irrequieto (attività a lei riservata in quanto figlia minore).

L’età adulta le porta in dono il disegno a matita e la scultura in legno. Canalizzare la sua innata sensibilità creativa diventa ogni giorno più semplice. La pura intuizione la porta ad intagliare ceppi di scarto che il marito Ettore pensava di riservare al camino di casa. Inizialmente lo fa di nascosto, nei momenti liberi, più avanti sarà lo stesso marito ad invogliarla.

Signorina, 1968,
legno, 48 x 19 x 8.
Collezione Eredi Scipione.

Al 1968 risale la prima opera nota: Signorina. Si tratta di un bassorilievo ligneo che raffigura un profilo femminile. Manufatto ancora embrionale, in cui l’artista fatica a definire le forme: si noti, ad esempio, la compatta capigliatura che scende rigida fino a formare riccioli dai lineamenti ancora geometrici, quasi ovoidali. Ma nel volto della donna si osservano già i tratti che poi caratterizzeranno i personaggi delle sue tele: i volti duri dagli zigomi marcati, gli occhi gonfi e allungati, le labbra dischiuse che lasciano intravedere i denti.

Negli anni a seguire l’artista produrrà altre sculture lignee caratterizzate dalla stessa predilezione per le forme compatte e arrotondate. Ne deriveranno figure solide e robuste dalle braccia saldamente ancorate al corpo, che nella loro purezza di linee sembrano parlare simultaneamente la lingua della scultura lignea medievale della regione e quella del primitivismo moderno. Colpisce in modo particolare un gruppo scultoreo del 1972 intitolato Nonna e nipote, davanti al quale è quasi impossibile non evocare quelle Madonne trecentesche abruzzesi, per le quali lo storico dell’arte Giovanni Previtali parlava di «tenace conservazione dell’arcaicità dello schema, che incapsula ancora in forme elementari, la mandorla, l’ellisse, un sentimento struggente, moderno, di una dolcezza nuova».

Nonna e nipote, 1972,
scultura in legno, 81 x 23 x 27.
Collezione Eredi Scipione
Bambina sconvolta, 1972,
legno, 44 x 19 x 19.
Collezione Eredi Scipione

La tecnica esecutiva è mirabile: la Scipione lavora il materiale con l’ascia, estraendo dal tronco il grosso della forma, per poi caratterizzare la scultura e rifinirla per mezzo del coltello e di altri strumenti più minuti. Il legno, sempre al naturale, non nasconde le venature, le irregolarità e i difetti. La tipologia più utilizzata è il ramino, un legno chiaro di origine indonesiana di uso frequente in falegnameria.

Negli anni settanta sboccia il suo estro pittorico a cui Annunziata Scipione donerà, con poche eccezioni, l’esclusiva. La sperimentazione sul cartone, attraverso i colori utilizzati dal figlio a scuola, lascia ben presto spazio ai pigmenti all’olio che dal tubetto si riversano sulla tela in un tripudio di colori, vivaci, intensi e cangianti. L’estro pittorico da quel momento non l’abbandonerà più e la porterà alla fama. Nel 1973 arrivano le prime estemporanee: Colledara e Cerqueto. Un anno dopo incontra la pittrice ungherese Marinka Dallos, fondatrice del gruppo di artisti naïf romani Romanaïf, che la invita a partecipare ad una mostra collettiva del gruppo presso la loro sede capitolina.

Essiccazione del granoturco, 1975-1978,
olio su tela, 70 x 100.
(immagine tratta da http://bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it/)

Ancora nel 1974, Annunziata partecipa al Premio Nazionale dei Naïfs, voluto da Cesare Zavattini a Luzzara (Reggio Emilia), paese natale dello sceneggiatore. L’artista teramana parteciperà in ben sette occasioni all’evento: nell’undicesima edizione della rassegna (1977-1978) la sua Essiccazione del granoturco viene premiata con l’acquisto per il Museo dei Naïfs della città, dove tuttora trova collocazione.

La trebbiatura, 1976,
olio su tela, 70 x 100. Collezione Eredi Scipione.

La sua tavolozza continua ad arricchirsi. I colori si adattano alle stagioni e si legano alle memorie in un susseguirsi di immagini caleidoscopiche che vengono riproposte senza mai ripetersi e permettono all’artista di esplorare tutti quei soggetti legati alla sua quotidianità e al suo vissuto in cui la cultura contadina la fa da padrone.

Cucina paterna, 1980,
olio su tela, 70 x 100. Collezione Eredi Scipione.

Ritroviamo nelle sue tele gli stessi protagonisti delle sculture: contadini che si adoperano in attività agricole (la raccolta delle olive, la vendemmia, la trebbiatura) o domestiche (l’uccisione del maiale, la produzione del sapone, la conserva del pomodoro). Le figure sono inserite in scenari intra ed extra mura domestiche, in cui sia gli uomini che oggetti sono osservati dalla pittrice con uguale interesse e tutto è rappresentato con minuzia: l’abbigliamento, l’arredamento, gli attrezzi da lavoro. Emblematico in tal senso è Cucina paterna, del 1980, in cui la stanza è un microcosmo dove l’horror vacui mostra di trovare il suo miglior agio tra pentole ed esseri umani concentrati in mansioni più o meno desuete.

Fiera di Teramo, 1974,
olio su tela, 80 x 60.
Collezione Eredi Scipione.
(immagine tratta da Annunziata Scipione. Il fuoco della terraOpere 1968-2016)

Nel mondo a colori della Scipione insieme alle fatiche trovano posto anche gli svaghi: balli, giochi, feste popolari, passeggiate e ricorrenze come la benedizioni degli animali e i canti in omaggio a Sant’Antonio. Questi e tanti altri soggetti fanno delle sue creazioni un catalogo piuttosto corposo della memoria regionale, che mette in scena tutti quei rituali e mestieri che un tempo costituivano la quotidianità di tantissime famiglie abruzzesi. Da qui il grande valore antropologico e documentaristico dell’opera di Annunziata Scipione, definita da Giammario Sgattoni un’«enciclopedia del nostro passato prossimo».

La vendemmia, 1981,
olio su tela, 50 x 70. Collezione Eredi Scipione

È del 2001 l’incontro con l’opera di Antonio Ligabue, in occasione della mostra Ligabue e dintorni. Un incontro che evoca un dialogo ininterrotto tra le opere del più noto pittore naïf italiano e quelle di Annunziata Scipione. Un incontro che sancisce definitivamente la rilevanza di un’artista che ha saputo mescolare colori e ricordi per regalarci uno dei ritratti più autentici della bellezza del quotidiano.