Pina, di Loredana De Vita

Pina – Writing Is Testifying

Ci sono gesti o azioni che, come l’epifania di James Joyce, riportano alla mente gesti e storie che credevi dimenticati. Una rivelazione improvvisa e inattesa, più di una memoria, meno della vita che si ripete. Stiravo una camicia e quel gesto consueto e ripetitivo del ferro caldo che, avanti e indietro sempre con lo stesso movimento, stabilisce una relazione tra il vapore e la sparizione delle pieghe sul tessuto, mi ha portato a un lontano ricordo di una donna che compiva quello stesso gesto per vivere e che nel bollore di quell’azione costruiva mondi possibili.
Napoli, immediato dopoguerra, povertà e distruzione, eppure vivacità e malinconiche canzoni per sedare il dolore del vuoto del non ritorno e per accogliere e nutrire i frutti di un tempo nuovo. Le strade, piene di detriti e di sporcizia, di persone che rovistavano per rubare e di altre per cercare i propri ricordi, cominciarono via via a essere ripulite, a recuperare i profumi tipici e la tipica spensierata follia di un popolo che lotta e non si arrende, di un popolo che nasconde nel sorriso mascalzone il coraggio della resistenza e la malinconia dell’amore.
Pina, così si chiamava quella donna, tutte le mattine, con il bello e il brutto tempo, un po’ a piedi, un po’ con gli autobus ritardatari per il trambusto del risveglio cittadino, raggiungeva la sede del suo nuovo lavoro, la NATO di Bagnoli. Un lavoro semplice e ripetitivo, ma necessario per sopravvivere: stirava le divise dei militari. Ogni gesto era compiuto con cura perché nessuna piega avrebbe dovuto tradire trasandatezza e procurare un richiamo a quel militare che indossava la divisa curata dalle sue mani. Pantaloni, giacche, camicie, tasce, taschini, pieghe, bottoni e bottoncini, tutto doveva essere perfetto, combaciare, apparire lindo e pinto come nuovo. Nessuna macchia di ruggine o di eccessivo esposizione al ferro doveva comparire, ogni asola doveva perfettamente combaciare con il suo bottone, di metallo o madreperla che fosse, come nell’abbraccio profondo di chi si ama.
Pina faceva questo lavoro. Nella sala calda, insieme ad altre donne più anziane, lei compiva il rito quotidiano della cura dell’aspetto dell’altro. Con dedizione compiva il suo lavoro, stava attenta alle pieghe, alle asole, alle lunghe pieghe dritte dei pantaloni, ai taschini e alle tasche. Abbottonava ogni bottone, con le mani accarezzava le pieghe finali di quei tessuti un po’ rigidi ma elastici così diversi dal cotone leggero che lei indossava d’estate o dalla lana rozza e ruvida dei suoi vestiti invernali. Tutto era perfetto.
Tutto era perfetto nonostante il sudore le colasse sulla fronte perché in quella sala faceva troppo caldo persino nell’inverno più rigido. Aveva cominciato a legare una fascia di cotone che le assorbisse il sudore della fronte per evitare che qualche goccia indiscreta potesse tuffarsi sui tessuti da custodire e macchiarne la purezza profumata.
Pina stirava, da mattina fino al primo pomeriggio. Maniche, colletti, spalle e polsi si succedevano tra le sue mani, ma lei li trasformava nel pensiero in giocosi soffioni che si rincorrevano sui prati del Bosco di Capodimonte e gli sbuffi del ferro e delle donne sue compagne di lavoro diventavano nella sua fantasia l’affanno dei giochi dei bambini e il sole sulla spiaggia di Miseno. Pina stirava, ma mentre stirava sognava.
Pina stirava e sognava. Sognava il suo futuro, di una casa in riva al mare o sugli scogli, di un marito che l’amava e le donava ogni sera un fiore di prato, di bambini (tanti bambini, i suoi bambini) che correvano felici a casa al ritorno dalla scuola. Pina sognava e stirava.
Era finita da poco la guerra, il lavoro era duro, ma Pina sapeva sognare e, un giorno, quel sogno diventò realtà. Lasciò il lavoro, si sposò ed ebbe tanti bambini. Il marito non le portava un fiore ogni sera, non c’era tempo per questo, bisognava lavorare e guadagnare per mantenere la numerosa famiglia. I bambini andavano a scuola, ma non correvano felici verso casa né da nessun’altra parte, il loro lavoro era studiare e dovevano farlo bene. Pina, per aiutare la famiglia, mise un tavolo da stiro sotto una finestra dalla quale, tra i muri alti e sporchi delle palazzine popolari, si poteva guardare uno spicchio di mare, e stirava non solo per la sua famiglia, ma anche per le famiglie benestanti che le portavano i loro abiti da accudire. Così, tra merletti, ricami, camicie, giacche e pantaloni, Pina stirava. Però, Pina stirava e sognava. Sì, Pina stirava e sognava i sogni di bene per i suoi figli. Li pensava laureati, sposati e con figli. Li pensava felici e sorridenti in vacanza in luoghi che lei poteva solo immaginare. Non importava, però, lei sognava e nel sogno era come vivere quella realtà. Stirava e sognava quel fiore che il marito le portava ogni sera, ma che solo nei suoi sogni aveva il profumo dei prati e la carezza del sole.
Passarono molti anni, Pina, ingobbita e con la schiena dolorante, continuava a stirare, anche se i figli avevano la loro vita e molti dei sogni che aveva fatto per loro si erano realizzati. Pina stirava e sognava quel fiore, ma la sera, il marito le portava solo nuove borse di panni da stirare. Poverino, pensava Pina. Il marito aveva perso il lavoro, l’Italsider aveva chiuso e lui che ormai era anziano, ma non ancora da andare in pensione, aveva ricevuto il benservito e la pensione scarna di un disoccupato con la quale dovevano vivere e versare i contributi per la vecchiaia. Non importava, Pina stirava.
Pina stirava e sognava di quando lei e suo marito sarebbero andati in pensione e avrebbero visitato l’Italia e il mondo. Sognava di luoghi fantastici, ma, soprattutto, sognava una casa in riva al mare dove ogni sera il marito tornava e le portava un fiore con il profumo del prato e la carezza del sole.
Una sera, tornando a casa, il marito trovò Pina accasciata a terra con ancora il ferro bollente tra le mani. Gli occhi aperti come se guardasse l’invisibile, come se cercasse con lo sguardo la brezza di quel mare che amava.
Pina, ora, non stira più e non sogna più. Il tavolo da stiro non è più sotto la finestra da cui sbirciava il mare. Il vento soffia, e il mare urla rabbioso per lo sguardo d’amore di cui è stato privato. Un uomo ogni giorno va al cimitero e lascia su una lapide bianca un fiore di campo che profuma di prato e ha la carezza del sole. Sulla lapida c’è scritto solo “Pina, che sapeva sognare”.