the happy Prince, di Oscar Wilde, riflessioni di Loredana De Vita

Oscar Wilde: The Happy Prince – Writing Is Testifying

Oggi, in realtà, più che una recensione, il mio è un pensiero su un grande autore della letteratura inglese, irlandese in realtà, la cui umanità, nonostante le critiche e le vessazioni subite, lo ergono al di sopra di ogni pensiero stereotipato e fanno di lui non un personaggio “originale” (un “dandy” come usualmente è definito), ma un precursore libero: Oscar Wilde.
Di Wilde sono note le opere di teatro -The Importance of Being Earnest (1895), The Duchess of Padua (1883), An Ideal Husband (1895), Lady Windermere’s Fan (1892), et aliter- certamente il suo unico romanzo, The Picture of Dorian Gray (1890/1891), le sue poesie, The Sphinx (1894) e The Ballad of Reading Gaol (1898), per esempio, i suoi racconti tra cui Lord Arthur Savile’s Crime and Other Stories (1891) e “The Canterville Ghost” (1887); infine, come non ricordare le sue favole in The Happy Prince and Other Tales (1888) per citarne solo alcune.
Insomma, Oscar Wilde fu uno scrittore prolifico e appassionato, capace di affascinare il pubblico con le sue opere e i suoi modi al punto da essere invitato spesso nelle feste aristocratiche per condividerne il fascino e il distacco dal mondo.
Eppure, ci sono due domande importanti da porsi quando si parla di un autore come Oscar Wilde: era davvero come lo descrivevano così distaccato e presupponente? Davvero rappresentava il mondo aristocratico nel quale si “esibiva”?
Se consideriamo alcune delle sue opere, la risposta è no, Oscar Wilde era un acceso critico della società che soggiogava con il proprio fascino per denunciarne i mali e i vizi. Nello stesso romanzo “The Picture of Dorian Gray”, i personaggi maschili, Dorian/Lord Henry Wotton/Basil (il pittore), non sono che rappresentazioni diverse dello stesso uomo: Oscar Wilde. Egli stesso, infatti, in una sua epistola ebbe a dichiarare: “Basil Hallward è quello che credo di essere, Henry Wotton è come il mondo mi dipinge e Dorian Gray è quello che mi piacerebbe essere.”
Oscar Wilde, un uomo fragile ma non debole, un uomo che sapeva dichiarare senza vergogna la verità in un’epoca, quella Vittoriana, in cui la realtà era ben diversa dall’apparire (tanto che si parlò storicamente di “compromesso vittoriano”), ma che, per tale onestà, pagò con il carcere (The Ballad of Reading Gaol, è un meraviglioso rendiconto di quella drammatica esperienza) e dal quale il suo io interiore non uscì mai più, neanche quando tornò in libertà e che durò fino alla morte, avvenuta poco tempo dopo, quando, malato e interiormente sofferente si convertì in punto di morte e ricevette il battesimo.
Drammatica e commovente è la lettura degli atti del processo con cui fu perseguitato e imprigionato per sodomia e omosessualità, drammatico per le pretese ipocrite di quanti ne avevano sfruttato la fama e il denaro, ma ora erano lì a puntare il dito contro di lui e ad annientarlo; commovente per la sua autodifesa nella quale dichiarare di “amare l’amore” fu la confessione più onesta e coraggiosa che una persona avrebbe potuto fare.
Non si trattò di violenza, la sua, la storia lo racconta, ma di amore condiviso o, per meglio dire, di amore vissuto da una parte (Wilde), sfruttato dall’altra (Sir Douglas). Ne sia testimonianza anche l’ultima bellissima lettera che Oscar Wilde scrisse a Sir Douglas, il De Profundis (il titolo è già una visione), nella quale Wilde libera con il perdono l’altro dalla sua colpa, ma in questo ne testimonia la responsabilità.
Ecco, Oscar Wilde mi appare oggi, in giorni in cui in Italia (e non solo) ancora c’è la presunzione del (pre-)giudizio sull’orientamento sessuale dell’altro, non come il disorientato Dorian, non come l’astuto Lord Henry e neanche come l’ingenuo Basil, ma come il coraggioso Happy Prince dell’omonima favola, una statua, perché immobilizzato nelle sue possibilità di movimento, ma capace di chiedere aiuto nella consapevolezza che qualcuno risponderà al richiamo e si darà da fare per aiutare gli altri.
La salvezza di ogni uomo non è nel pregiudizio verso la differenza, ma nell’accoglienza, nella capacità di sapersi porre al posto dell’altro non per sostituirlo, ma per riconoscerlo. Questo significa coltivare l’umanità.