Quanto bevono gli avvocati, di Matteo Monforte, Fratelli Frilli editori, recensione di Daniela Domenici

È il primo libro che leggo di Matteo Monforte con protagonista Martino Rebowski, un filosofo-trombettista-investigatore privato genovese alquanto sui generis.

Colpisce per alcuni motivi; innanzitutto perché lo rende una caricatura, esagerando e sottolineando, a ogni piè sospinto, la sua mole pantagruelica e il suo smodato amore per il junk food, per il fumo sia di sigarette che di canne, per le serie tv, per le lunghe  dormite e per una vita sessuale senza legami, molto free. La stessa ironia caricaturale viene usata per caratterizzare l’amica del cuore di Martino, Marilù, una donna ricca e logorroica.

E in pendant con questo modus vivendi di Martino, un quarantacinquenne Peter Pan, anche il linguaggio che usa nei capitoli in cui parla in prima persona è alquanto adolescenziale, pieno di abbreviazioni e di parole inglesi, molto volgare ma fa parte del personaggio.

C’è anche un omicidio da risolvere, dato che è un giallo, la morte sospetta di un ricco avvocato, se ne occuperà il luogotenente Tito Malverdi con il suo brillante staff che riuscirà a trovare il/la colpevole anche se Martino è convinto di essere stato lui il deus ex machina.