double disease, di Loredana De Vita

https://writingistestifying.com/2022/01/20/double-disease/

Vorrei urlare a tanti stupidi o ignoranti di cuore che mi circondano che il malato non è un appestato e che trarrebbero per sé stessi beneficio dal coraggio di affiancare il dolore dell’altro nella malattia senza scartarlo o scansarlo per la loro meschina paura della consapevolezza del dolore.
Anche il dolore, infatti, può essere vissuto con serenità, senza lasciar prevalere la paura.
Ci sono tante cose belle di cui godere anche nella consapevolezza della morte possibile. In fondo, non siamo tutti destinati a morire?
Esiste, in realtà, una doppia malattia: la malattia reale del corpo del corpo che patisce, e la malattia in cui gli altri ti incasellano come se tu non fossi niente altro che quello, la malattia appunto.
È così che ti appicicano un’etichetta addosso che ti segni e ti distingua, come se non bastassero il tuo colorito o altri segnali della malattia!
In realtà, quell’etichetta si trasforma in un marchio di negazione ed è quella che davvero ti separa dal resto impedentoti di vivere con serenità quello che sei e quello che hai.
Il cancro, per esempio, non è una malattia infettiva e non c’è ragione per evitare chi ne è ammalato, come non si può recludere un ammalato di cancro perché gli altri restino a guardarlo (e forse nemmeno) nella gabbia in cui lo hanno imprigionato per separarlo da sé stessi più che per curarlo dalla malattia.
Chi si vuole proteggere? Sé stessi certamente più che l’ammalato che, invece, avrebbe bisogno di relazioni, dialoghi, confronti che lo aiutino a superare il silenzio e il torpore della solitudine.
L’ammalato, infatti, avrebbe bisogno di vivere ogni istante possibile in serena normalità, visto che il prevalere del tempo di sofferenza diventa via via più lungo ed evidente.
Perché si vuole negare la vita a un ammalato? Perché lo si vuole ridurre alla sua malattia e medicalizzazione? Perché ci si dimentica che quel corpo sofferente non è una macchina ma una persona?
L’ammalato non è solo la sua malattia, ma la persona che è sempre stata e che la malattia modifica, certo, rendendolo però forse persino più umano.
Il pensiero di un ammalato, se lasciato libero del suo respiro, non si chiude solo sulla sua condizione di salute, ma su tutti i pensieri e gli interessi che ha sempre avuto. Perché impedirgli di essere sé stesso solo perché ammalato?
Molti si nascondono dietro una presunta “protezione”, ma proteggere non significa sopprimere il pensiero e impedire alla persona di essere ciò che è.
La malattia matura chi la porta dentro di sé, ma anche coloro che lo accompagnano. Lasciamo che siano possibili tali accrescimenti e maturazioni, non logoriamo e corrodiamo il tempo della vita che si spegne, ma diamole, invece, l’opportunità di essere ancora segno e voce e armonia.
Il malato non è un espulso dalla vita, ma uno che la vive diversamente e che nell’imparare insegna continuando a fare dono di sé.