Il testamento del greco, di Bruno Morchio, Rizzoli 2015, recensione di Daniela Domenici

Trovato casualmente sugli scaffali della scuola dove insegno, con una dedica autografa dell’autore molto particolare, l’ho divorato in un soffio nonostante le 284 pagine.

È il primo romanzo di Bruno Morchio edito dalla Rizzoli, risale al 2015 e conferma la “stoffa” che l’ha reso il giallista più amato e più celebre a Genova e dintorni con la serie che ha per protagonista il suo detective privato Bacci Pagano.

Giocando una formidabile partita a scacchi con la verità Bruno Morchio consacra definitivamente la sua abilità nell’indagare l’animo umano e lo spirito di una città unica, popolata di ombre, che sembra creata ad arte per nascondere i propri segreti. Proprio come questo romanzo”: questa breve sinossi dalla seconda di copertina riassume perfettamente il fascino di questo libro nel quale Alessandro Kostas, il trentaseienne figlio del “Greco” che ha lavorato per vent’anni nei servizi di intelligence e ha avuto a che fare con gli affari più sporchi della Repubblica, decide che è arrivato il momento di scoprire com’è morta veramente sua madre tanti anni prima dopo aver letto il testamento lasciato dal padre. Decide di partire per Genova, la sua città natale; da quel momento si troverà a dover fare i conti con i misteri più dolorosi della sua famiglia e inizierà la sua caccia: lucida, determinata, dolorosa.

Complimenti a Morchio per lo stile dal ritmo velocissimo, per la girandola di azioni quasi pirotecnica, senza un attimo di pausa, per la perfetta caratterizzazione psicologica dei/lle coprotagonisti/e, da Marzia a Rebecca, da Dario a Remo, dal maggiore Ludovisi a Dod e a Boris.