accadde…oggi: nel 1969 muore Elisa Chimenti, di Maria Pia Tamburlini

Elisa Chimenti

Scrittrice eclettica e feconda, imprenditrice ante litteram, antropologa, ecologa, poliglotta, studiosa delle differenti culture e credenze presenti nel nord del Marocco – cristiana, musulmana, ebraica, animista – Elisa Chimenti è stata una personalità rispettata e amata nella Tangeri cosmopolita del suo tempo, un crogiuolo di razze, lingue e popoli diversi.

Fondatrice assieme alla madre, nel 1914, della prima scuola italiana in Marocco si prodigò per diffondere la lingua e la cultura di quella che riteneva la sua Madre patria, nonostante abbia passato la maggior parte della sua esistenza – tranne un periodo in Europa – prevalentemente nel Maghreb e soprattutto a Tangeri.
Le sue numerose opere, scritte per lo più in francese e che cercò in tutti i modi di far conoscere nel suo Paese di origine, non furono né capite, né apprezzate dalla cultura italiana del tempo. Infatti solo un suo romanzo Au coeur du harem (Al cuore dell’harem), verrà edito in italiano dopo la sua morte, nel 2000, grazie all’interessamento di alcune sue estimatrici.
L’opera di Elisa Chimenti, non esclusivamente quella letteraria, è di grande attualità, tutta tesa a gettare un ponte fra le diverse culture e appartenenze: tra popoli, religioni, paesi, classi sociali, lingue e epoche, un programma apertamente inconciliabile con quello del fascismo, che le sottrasse, nel 1927, la scuola, costringendo lei e la madre a dimettersi dall’insegnamento.
In un’epoca in cui le frontiere – stabilite arbitrariamente a tavolino dalle grandi potenze nella Conferenza di Berlino del 1884 – erano rigidamente chiuse, Elisa Chimenti dimostra con le sue posizioni innovative nel campo del pensiero e dell’insegnamento come le barriere si possano travalicare culturalmente in modo totalmente pacifico.
Il carattere, la forza e la tenacia di Elisa si evincono anche dalla decisione da lei presa nell’intentare una causa contro lo Stato Italiano per la sottrazione della “sua” scuola, causa che verrà chiusa nel 1944, 23 anni dopo l’inizio della controversia, con “un regolamento amichevole”, grazie al quale le eredi Chimenti verranno liquidate con una somma decisamente inferiore al danno subìto, ma che sottende un’ammissione di responsabilità da parte dello Stato.
La scuola italiana, fondata dalle Chimenti, interconfessionale e interculturale, formò gran parte degli intellettuali tangerini ed ebbe un notevole successo sia per la modernità dell’approccio metodologico e didattico, sia per i contenuti, sia per l’attenzione alle fasce più povere della popolazione. Proponeva infatti, accanto a materie curriculari, corsi che andavano dal teatro al cinema, dal disegno alla ginnastica, alla musica, ma anche laboratori per le donne e le giovani. Particolarmente curato e avanzato era l’insegnamento delle lingue; Elisa ne insegnava almeno sei, ma ne parlava correntemente una decina: italiano, francese, inglese, spagnolo, arabo, tedesco, russo, portoghese, ma anche ebreo, polacco, oltre a vari dialetti marocchini.

La sua biografia ci parla di una donna la cui formazione fu liberale e decisamente avanzata per l’epoca: nata a Napoli, città andalusa sperduta in Italia, come la definisce nella sua opera inedita Miettes (Briciole), trascorse i primi anni a Tunisi, dove frequentò la scuola dell’Alliance israèlite universelle, un’istituzione, aperta alle ragazze, creata dal filantropo ebreo livornese Moses Haim Montefiori (citato nei diari di Charles Dickens e nell’Ulisse di Joyce), presente in molti Paesi del Mediterraneo. Anche nelle scuole coraniche ebbe maestri di alto livello, ma perfezionò la sua cultura “sul campo”: prima seguendo il padre – medico personale del sultano – che curava sia i potenti caid, sia le popolazioni dei villaggi sull’Atlante, poi nella farmacia Totier (o Sorbier), un cenacolo di intellettuali fuoriusciti situato nel Petit Soco, il piccolo mercato di Tangeri. Di essi lascerà un ritratto indimenticabile nelle oltre 400 pagine di un’altra sua opera inedita Petits Blancs Marrocains (Piccoli Bianchi Marocchini), come venivano chiamati gli stranieri in quel lembo di terra africana.
Sposatasi nel 1912, di ritorno dagli studi e viaggi in Europa, con il trentenne Fritz Dombrowski, un polacco naturalizzato tedesco di religione protestante, la notte delle nozze venne aggredita dal marito preso da raptus; da questi si separerà e divorzierà dopo una lunga battaglia legale nel 1924.
Fallito il matrimonio, la vita sentimentale di Elisa vedrà un solo altro incontro importante: quello con l’algerino Si Ahmed Fekhardji, interprete traduttore della più alta autorità del tempo, il Mendoub del Sultano, una delle cariche più significative dell’Amministrazione Internazionale di Tangeri. Di questo amore impossibile rimarrà testimonianza nella raccolta di poesie inedite Marra (Un tempo).
Durante il periodo in cui verrà bandita dalla scuola da lei fondata, insegnerà lingue nella Scuola Tedesca e nella Libera Scuola Musulmana, fondata nel 1935 dal suo grande e fraterno amico Abdallah Guennoun, filosofo, politico riformista ed eminente erudito dal sapere enciclopedico. Insegnare in una scuola nazionalista, diretta da una personalità invisa all’amministrazione del protettorato francese, era un atto decisamente audace nel Marocco di quell’epoca, soprattutto per una donna.
Unica straniera non musulmana insegnò anche l’arabo letterario in un centro di alta tradizione, in cui si formavano i dottori coranici. Venne chiamata per questo fqi, dottore in scienze coraniche e venne perfino ammessa a disquisire sia con i religiosi musulmani, sia con i rabbini sulle antiche scritture delle tre religioni monoteiste.
La vita della scrittrice fu sempre dedicata alla scrittura e all’insegnamento, esercitato quest’ultimo per più di cinquant’anni, fino al 1966, essendo stata riammessa ad insegnare dopo la caduta del Fascismo nella Scuola Italiana da lei fondata e riconosciuta dallo Stato Italiano, che ebbe sede nel prestigioso Palazzo dell’ex sultano Mulay Hafid, divenuto Palazzo Littorio e oggi Palazzo delle Istituzioni Italiane.
Il 30 maggio del 1957, il presidente della Repubblica italiana Giovanni Gronchi le conferì la medaglia di Cavaliere al Merito, nel corso di una cerimonia commovente e affollata in cui venne esaltata la sua opera appassionata nel campo dell’insegnamento e della letteratura a favore del suo Paese.
In questo periodo numerosi tentativi vennero fatti da vari consoli per interessare il Ministero degli Esteri italiano a far pubblicare i libri di Elisa Chimenti, presentati come testi degni di essere conosciuti in Italia e nel contempo per trovare una soluzione che potesse garantire all’autrice un vitalizio.
Al Presidente della Repubblica Antonio Segni Elisa Chimenti rivolgerà nel 1964 un’accorata lettera per chiedere “protezione e giustizia”, dicendo di non volere “una pensione, ma bensì un’occupazione per non morire, io e mia sorella di fame….Mi faccia pubblicare i miei numerosi libri che sono stati accolti in Francia e in Spagna con grande favore…”
Nel 1964 un’équipe speciale della TV italiana intervisterà a Tangeri l’illustre scrittrice che nel 1969 – anno della sua morte – verrà insignita di una medaglia d’oro dal settimanale «Il Tempo» di Roma, per interessamento del direttore Renato Angiolillo, che l’aveva conosciuta e stimata, medaglia purtroppo mai giunta all’interessata.

Affascinata dall’Oriente, senza essere orientalista, Elisa è una donna che, all’alba del Ventesimo secolo, racconta la realtà marocchina in modo del tutto originale, lontano dalle mode del tempo, con grande attenzione e partecipazione, ma anche con rispetto e affetto. La sua è una ricerca infaticabile delle radici delle diverse culture presenti in Marocco, che recupera e divulga partendo dai miti delle civiltà fiorite intorno al Mediterraneo, per risalire alle origini delle culture berbera e araba, passando attraverso l’oralità delle storie provenienti dall’Africa Nera.
Dai titoli della sua copiosa produzione risulta evidente che la fonte primaria della sua ispirazione è la gente, le donne soprattutto, che osserva con sguardo partecipe e profondo nelle relazioni che sanno intessere, nelle quotidiane furbizie per sopravvivere in una società profondamente patriarcale, negli usi e costumi locali che rispetta, nei piccoli, grandi dettagli della vita quotidiana, nelle bassezze come negli eroismi.
Alcune sue opere verranno edite a Tangeri (Marocco), in Francia e persino negli Stati Uniti: Eves Marocaines (Editions Internationales, Tanger,1935), Chants de femmes arabes (Plon, Paris,1942), Légendes marocaines (Les Editions du Scorpion, Paris, 1950), Au cœur de harem (Les Editions du Scorpion, Paris, 1958), Le sortilège (et autres chants séphardites) (Editions Marocaines et Internationales, Tanger 1964), Tales and Legends of Morocco (Editions Obolensky, New York, 1965).
Svolse, inoltre, un’intensa attività di pubblicista per numerosi giornali e riviste marocchini e internazionali («Le journal de Tanger», «Le Figaro», «Maroc Monde», «Jeune Afrique», ecc.) su cui pubblicherà i suoi racconti e anche Petits blancs marocains, uscito a puntate, negli anni Cinquanta-Sessanta.
Tra la sua produzione va anche annoverata una pubblicazione del 1963-64 per l’insegnamento dei primi elementi di lingua araba per gli alunni della scuola primaria italiana.
Oltre alle opere citate sono state rinvenute, dieci anni dopo la morte dell’autrice, 26 opere inedite – conservate per anni dal suo segretario letterario, M. Ahmed Benchekroune, e attualmente conservate nella Sala Chimenti nel Palazzo delle Istituzioni Italiane. Non tutte di carattere letterario, per lo più scritte in francese, risultano di vario genere e ampiezza. Sono state riordinate e catalogate dalla scrivente, grazie a due progetti avviati nel 1997 dalla Cooperazione Italiana del Ministero degli Esteri e nel 2007 dal Console Generale di Tangeri, Nicola Lener. Questi non solo ha sollecitato la pubblicazione delle sue opere, raccolte nel 2009 in Elisa Chimenti. Anthologie (Editions du Sirocco-Senso Unico Editions, Maroc) – ma anche istituito nel 2010 la Fondation Méditerranéenne Elisa Chimenti, ospitata nel Palazzo delle Istituzioni Italiane di Tangeri (www.elisachimenti.org).

Elisa viene descritta da chi l’ha conosciuta come una personalità affascinante, dall’eloquio che calamita l’attenzione di donne e uomini per l’eccezionale energia che emana, un’affabulatrice che incanta chiunque l’ascolti. La sua profonda umanità fa sì che frequenti indifferentemente personalità di alto rango e gente di diversi strati sociali e che avvii iniziative di solidarietà come ad esempio l’Associazione Aide fraternelle per le popolazioni colpite da una grave carestia tra il 1945-46.
Tra le sue frequentazioni compaiono intellettuali di tutte le comunità della Tangeri del tempo: araba, ebrea, europea, quali la Principessa Lalla Fatima Zohra, figlia del sultano Moulay Abdelaziz, il console americano Perticaris, il governatore di Tangeri Temsamani, i giornalisti Walter Harris e Mario Ratto, gli storici Abraham Laredo, Attilio Gaudio e J. Louis Miège, il rettore degli Oulémas, consiglieri religiosi e il suo grande amico Abdellah Guennoun. Molte altre personalità straniere frequentavano la sua casa, come ad es. Laura Schneider, vice capo-redattrice della rivista «Mid East» – pubblicata a Washington dall’Associazione Gli amici americani del Medio Oriente – e traduttrice di alcuni racconti di Elisa Chimenti apparsi su tale testata.

Oggi, all’ultimo piano del palazzo delle Istituzioni Italiane, sopra il fastoso salone dei ricevimenti, si trova una silenziosa sala al cui ingresso è apposta una targa con la scritta in italiano e in arabo: Sala Elisa Chimenti. Qui dal 3 marzo 2010 si trova la sede della Fondation Méditerranéenne a lei dedicata.