essere o credere di essere, di Loredana De Vita

https://writingistestifying.com/2022/09/11/to-be-or-believe-to-be/

Essere o credere di essere (che spesso equivale a fingere di essere)?
Non si tratta solo del dubbio amletico tra essere e non essere, cioè, tra vivere e morire, ma riguarda di più il significato e la concretezza che si vuole dare al proprio essere, cioè, alla propria vita.
In gioco, quindi, non è la vita in sé intesa come tempo cronologico, ma la sua autenticità che non si vive nel solo tempo dettato dalle lancette di un orologio, ma da tempi interiori che aprono orizzonti ben più vasti e senza tempo o, meglio, oltre di esso.
Si tratta di mettere in gioco non solo l’attendibilità del proprio essere, ma la sua verità. Ci vuole una certa dose di coraggio per nostrarsi come si è effettivamente, eppure, è proprio lo spogliarsi dalla finzione che rende più efficace la propria presenza anche nel tempo cronologico cui si dà origine.
Quante volte, invece, crediamo che nascondere le nostre fragilità, i limiti della nostra persona e personalità sia la soluzione per trovare il nostro posto in mezzo agli altri? Non è così, è un errore, ed è un errore grave.
Nascondere agli altri noi stessi diventa un nasconderlo anche a noi stessi e questo porta a un disconoscimento patologico che, nel tempo, ci obbligherà a non sapere più chi siamo in realtà.
Quale essere orribile crediamo di essere per fingere di essere altro da noi stessi? O, piuttosto, quello che interessa davvero al nostro essere è compiacere l’altro, chiunque altro, allo scopo di trarne vantaggio? Allora, non è forse peggiore quella creatura che forgiamo senza che abbia un’anima, la nostra anima?
Disconoscere sé stessi porta, infatti, all’adeguamento e adeguarsi induce alla standardizzazione dell’essere per cui quella che prevale non è l’uguaglianza (come diritto naturale) tra le persone, ma la loro comune piattezza.
Credere di essere altro da ciò che si è, o fingere di esserlo, promuove la disintegrazione del nostro essere e ne disfa l’essenza. Riconoscersi in sé stessi, darsi una possibilità di superare i propri limiti e amare le proprie fragilità rivela, invece, il coraggio di non arrendersi alla vanità e di non fare di sé stessi una merce per il miglior offerente.
C’è una cosa orribile di cui, purtroppo, si parla poco, ed è la vendita dei corpi; ma c’è un’altra cosa persino più orribile di cui non si parla affatto, ed è la vendita del pensiero.
Chi crede (o finge) di essere altro da ciò che è, si espone come sui banchi di un supermercato e diventa la vittima principale di un sistema che compra il pensiero dell’altro a proprio comodo dando in cambio un effimero e illusorio beneficio. Si tratta, però, di vittime consenzienti che scelgono di essere tutto al di fuori di ciò che sono pur di godere di attimi di finta visibilità.
Quanta miseria in questa scelta, quanta ignorranza (ma non di scuola) nel rinunciare alla verità pur di ricevere la sensazione di compiacere qualcuno. Così, si diventa massa standardizzata, gregge senza ideali, servi con le spalle prone.
I limiti e le fragilità delle persone, la loro fedeltà all’essenziale, la ricerca di condizioni di vita e di pensiero che colmino lo sfacelo del nonsenso, rendono più forti le persone “fragili” perchè vere e le mettono meglio in armonia con il significato della vita e dei vivi.
Cercare di conoscere sé stessi e non temere di mostrarsi per quello che si è, è forse la forma più democratica di condivisione dell’essere e di desiderio di conoscenza, dialogo, incontro, accoglienza.
È la fragilità che ci rende simili agli altri, il desiderio di rialzarsi dagli errori diventa il coraggio di guardare avanti con fierezza responsabile ed è questo ciò che ci rende comunità.