accadde…oggi: nel 1923 nasce Armanda Guiducci, di Sara Mostaccio

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Poetessa e scrittrice di narrativa, saggista, critica e filosofa, Armanda Guiducci nei versi come nei racconti, nei romanzi e nei saggi ha esplorato la condizione delle donne dalla “silenziosa voce soffocata”.

Armanda nasce a Napoli nel 1923 ma presto si trasferisce a Milano dove si laurea in filosofia con Antonio Banfi intorno a cui ruota una vera e propria scuola di cui fa parte anche Antonia Pozzi. Dagli Anni 50 in avanti collabora a numerose riviste culturali e nel 1955 fonda insieme a Franco Fortini, Luciano Amodio e Roberto Guiducci la rivista politico-letteraria Ragionamenti, che finisce per dirigere.

Fonde subito la critica militante di sinistra (scrive, ma traduce anche, testi di critica letteraria) alla creazione artistica personale che spazia dalla saggistica alla narrativa, dall’autobiografia alla poesia, fino alle sceneggiature per la televisione svizzera.

Nel movimento femminista italiano entra nel 1974 con la pubblicazione di La mela e il serpente, un po’ diario psicoanalitico su cui registra sogni e ricordi, un po’ racconto autobiografico dall’infanzia alla maturità, un po’ saggio antropologico che esplora problemi socio-culturali.

Com’eri trepido, chiaro, appassionato.

Di una tenerezza quasi ridente.

E senza riserve nella gioia

di quell’unica cosa che eravamo.

Lentamente, una forza sconosciuta

ha corrotto i tuoi tratti. Ha disegnato

un altro uomo in te: virile, duro;

ma anche aspro, reticente, irato

verso il tuo cuore stesso e me – che ami

controvoglia, di nascosto, come un furto

o un caro errore, un lapsus reiterato.

L’esperienza personale diventa paradigma di una condizione esistenziale collettiva: la società occidentale condanna la donna al silenzio e Armanda vuole ridarle la sua voce. Narrare è una presa di coscienza, primo passo della fondazione di un nuovo soggetto femminile consapevole del proprio corpo, del proprio posto, del proprio potere.

Ho dormito. Per metà della mia vita,

ho dormito: sono stata felice.

Finchè, morendo, tu non m’hai svegliata

e detto: “Guardalo, il tuo amore. Guarda

che fragile finzione, quel che credi

duraturo, eterno!” E mi ha colpito

il viso il tuo alito guastato.

“Tanto vale non amare. Tanto, credi,

dar fuoco a tutti i ponti.” Dunque anche tu

dormivi quando m’abbracciavi? Forse,

all’amore giovane, è complice

dei sogni – fitti e illesi – la penombra,

come nel breve sonno mattutino?

Eccoci al giorno che distrugge. Svegli,

ci guadiamo in faccia – ed è ben duro

continuare, in questa luce cruda.

Al dibattito femminista contribuisce in modo determinante ma non manca di criticarlo definendolo troppo spesso “borghese ed elitario” perché si concentra sulle donne di città escludendo le donne di campagna. Lei stessa si occupa della condizione femminile nelle città contemporanee con il ritratto di una casalinga e di una prostituta in Due donne da buttare. Ma dà voce anche alle donne più emarginate di tutteLa donna non è gente sposa la causa femminista alla passione per etnologia e antropologia culturale e raccoglie le testimonianze di 9 contadine di tutta Italia, dal Piemonte alla Sicilia.

Diventare donna è un nascere per strappi

reiterati, per lacerazioni

là, ai margini,

dove l’erba dirada.

Donna e serva invece esamina la condizione delle casalinghe e la loro lotta silenziosa nel tentativo di emanciparsi dalla subordinazione che condanna le donne a una “obbligata servitù” a vita con lo sfruttamento del lavoro in casa e l’asservimento sessuale ed emotivo. Una “sottrazione sociale di potere” che ha avuto conseguenze terribili a livello personale ma anche collettivo.

Forse

Un giorno

Ci saranno maniere

Meno selvagge di questa

O anime a sufficienza

Per amarsi in modo meno aggressivo

Nella eternità del provvisorio.

Bisognerebbe

Inventarsi

Tutti daccapo

Donna nella donna

Uomo nell’uomo

Finché fosse mutato corso

Alle vene capillari

Della sopraffazione.

Alla poesia approda negli Anni 60. La raccolta Poesie per un uomo esce nel 1965 e già emergono le tematiche femministe che di lì a poco avrebbe esplorato anche in altri generi di scrittura. Gli “uomini-coltello” lacerano l’anima femminile eppure non c’è donna che rinunci all’esperienza d’amore.

Se non ci fossi tu,

ti inventerei,

credimi, esattamente

come sei.

Ti inventerei a furia

di dolore

come si fa con Dio

o quelle cose di cui

l’esempio manca,

e l’uomo crea:

il pensiero, l’immagine,

il ricordo, la parola,

la danza,

il dolce suono,

poiché l’amore stesso

è un’invenzione.

Armanda tenta di ricomporre la radicale distanza che separa e al tempo stesso attrae i due sessi convinta che solo l’amore è in grado, per un momento, di colmarla. Ma un attimo dopo l’abisso, impossibile da attraversare, torna irrimediabilmente a disgiungere.

T’ammiro, così astratto, e provo orrore

della tua incerta furia-forza maschile

e debolezza insieme; mancanza di natura

che mi relega in nota-a piè di pagina.

L’amore che la poetessa cerca è totale, dirompente, immediato, capace di dissipare ombre e differenze per ricomporre l’io con l’altro. Ma è una composizione impossibile, maschile e femminile non sono complementari ma estranei.

Altro da me in tutto… maschio, estraneo,

altra carne, altro cuore, altra mente,

pure, il mio stesso corpo prolungato,

la voce che si sdoppia, e mi continua:

ciò che si oppone, e ciò che mi compone

come un discorso teso, mai concluso,

o l’altro occhio: il raggio che converge

al rilievo, allo scatto delle cose −

mio necessario opposto, crudele meraviglia

è amare te: godere di due vite

in questa sola, avere doppia morte.

La successiva raccolta, A colpi di silenzio, esce nel 1982 e affronta l’amore in una cornice già apertamente femminista. Desiderio e differenze tra uomo e donna sono ancora al centro della scena ma compare con forza il corpo, anche quello invecchiato, e compaiono maternità, coscienza di sé, la storia condivisa delle donne, i modi in cui si percepiscono e raccontano.

Gli uomini non perdonano a una donna

Loro, dunque, non ti hanno perdonata.

Ti amiamo noi, come un simbolo di noi

che patiamo gli oltraggi del tentare,

oltre l’arte della soppressione,

un senso all’esistenza femminile:

noi, in questa traslata follìa,

ti amiamo di un simbolico amore.

I suoi versi raccontano un’esperienza non solo individuale ma anche collettiva e storica, testimonianza per le generazioni future. Perciò Armanda rifiuta l’etichetta di “poesia femminile” che cela una discriminazione relegando i versi di una donna a categoria subalterna. Al contrario, le sua poesie esplorano il modo in cui maschile e femminile dialogano, o si scontrano, delineandosi a vicenda.

Poichè la vita stessa ci tradisce,

non ho più tempo per esserti fedele

che questo – che congiura, ogni minuto,

contro l’alleanza che ci ha uniti.

Non ho altro tempo per dirti la lealtà,

altro per confessarti l’amicizia,

altro tempo che questo: stretto, in gola.

Le tematiche della lotta femminista attraversano tutte le sue opere, anche i racconti di viaggio. All’ombra di Kali sul viaggio in India e Nepal e Il grande Sepik dedicato a Australia e Papua Nuova Guinea tornano sull’esplorazione dell’identità femminile oltrepassando confini culturali, storici e geografici. Il femminismo deve essere transnazionale perché “le strade della liberazione sono collettive”.

Di femminismo continua a scrivere fino alla fine pubblicando, nel 1989 e nel 1990, i due volumi di storia delle donne Perdute nella storia e Medioevo inquieto che partono al I secolo per arrivare al XV. Se la porta via il cancro nel giro di pochi anni, dopo lunga malattia, nel 1992.

Un graffio sul tuo viso e un altro graffio

presto di te non rimarrà più nulla

del tuo fulgore, di tutto ciò che ho amato.

Lo scatto dello sguardo, quei capelli –

le tue mani sottili, di betulla.

Eppure, ti ho distrutto. Io sono il giorno

che ti ha goduto posando sai sul giorno.

Sono io la goccia che ti ha eroso,

fra occhi e guance scavano questa fossa.

Il tempo che ti uccide ha ormai il mio viso.

Il mio respiro attraversa la tua morte.

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