Simone e Jean-Paul, di Marta Ajò

Simone e Jean-Paul

Simone De Beauvoir e Jean-Paul Sartre sono entrambi francesi.
Lei nasce a Parigi nel 1908, lui nella stessa città il 1905.
Lei, scrittrice, saggista, filosofa, femminista. Lui, filosofo scrittore drammaturgo critico d’arte.
Entrambi esponenti importanti dell’esistenzialismo.
L’una bella, alta, diafana, estroversa. Brutto, basso e strabico l’altro.
Entrambi studenti modello di filosofia alla Università Sorbona di Parigi, si conoscono durante un seminario universitario.
Entrambi appartenenti a famiglie parigine dalla buona borghesia ma entrambi critici verso i valori di quella classe sociale.

La loro intesa intellettuale, la loro amicizia, il loro  rapporto di coppia, nasceranno e si consolideranno nell’ambiente della cultura parigina in pieno fermento.
Le loro affinità li porteranno ad una condivisione di vita oltre gli stereotipi comuni.
Scelsero di restare insieme ma di non sposarsi, di non avere figli, di non obbligarsi alla fedeltà reciproca. Entrambi teorizzatori della relazione di coppia come una scelta primaria e libera tra due individui prescindendo da regole precostituite da vincoli materiali o istituzionali.

Vissero per oltre 50 anni in modo anticonformista ma coerente con la propria filosofia esistenziale nel  rifiuto di ogni forma di perbenismo borghese e le sue regole, contrapponendo libertà di azioni e di scelte, aperti ad ogni esperienza anche sentimentale. Come è testimoniato dal loro percorso di vita e i loro scritti.

Per quanto tale visione fosse  atipica rispetto alla cultura vigente dell’epoca, essi dimostreranno nel tempo che sarà possibile e si porranno come esempio e simbolo di una nuova società.
Precursori e sostenitori dell’amore libero, che tanto seguito ebbe nelle società giovanili di quegli anni.
Sovvertito il tema della fedeltà assoluta come forma di ricatto e di limitazione della libertà reciproca.
Essa, la fedeltà, non può che imporre di essere fedele a sé stessa, accettandone eventuali conseguenze in modo consapevole e razionale.
Tra Simone e Jean-Paul l’unica fedeltà possibile, un dovere assoluto tra loro, sarà quella di pensiero.

Rimanendo legati fino alla fine, Simone De Beauvoir e Jean-Paul Sartre appariranno come una coppia inossidabile (e inimitabile).
Il loro rapporto  è stata testimonianza di coerenza con i loro principi filosofici, espressi in ogni campo teorico, filosofico, sociale e politico, in un arco temporale lungo e denso di avvenimenti.
Jean Paul Sartre è morto nel 1980, Simone De Beauvoir nel 1986.
Riposano insieme in un’unica tomba nel Cimitero di Montparnasse. 

Due personaggi indubbiamente affascinanti che hanno coinvolto più generazioni ma anche suscitato non pochi interrogativi.
Il fascino intellettuale che Sartre suscitava verso l’altro sesso, quello che magnificamente è stato decodificato da Simone De Beauvoir  nel suo libro “Il secondo sesso”, era indubbio.
L’interesse che sollevava negli ambienti culturali, universitari e politici, la sua fama, precedevano il suo “fascino” di cui molte donne, spesso giovani studentesse, e forse la stessa Simone, ne furono soggiogate.
Visto dal punto di vista del maschio, che deve sopperire alla mancanza di bellezza, le numerose conquiste di Sartre possono sembrare appaganti e confermative. Né mai traspare da parte sua un minimo pensiero autocritico.

Resta invece un dubbio se la De Beauvoir sia stata veramente felice di vivere questo tipo di relazione.
Che il sentimento umano della gelosia, che pure in Simone a volte appare chiaro nei suoi scritti, non abbia mai incrinato questo rapporto. Che abbia realmente tratto compiacimento-complicità nel racconto dei tradimenti. Nell’avere dovuto confermare la parità nel reiterarli essa stessa.
Ed ancora, come sia stato possibile che una donna, rifuggendo dalla sottomissione di genere, abbia potuto accettare le molte avventure e rapporti pubblici con altre donne del compagno in modo quasi offensivo.
Viene il sospetto che alcune delle relazioni intrecciate da lei  fossero una sorta di “restituzione”, di adattamento verso il suo uomo.
Un comportamento contraddetto dalle sue parole in alcune lettere: “Amore mio voi non siete ‘una cosa della mia vita’, sia pure la più importante – perché la mia vita non è più mia, non la rimpiango nemmeno – e voi siete sempre me. Voi siete molto di più, siete voi che mi permettete di immaginare qualsiasi avvenire in questa vita“.

L’unico tradimento, che la coinvolgerà sentimentalmente e per il quale ad un certo punto pensa di poter congiungersi in matrimonio, sarà infine sacrificato ancora una volta all’insegna di quella libertà che Sartre invoca ed impone per sé stesso.

La negazione della monogamia, la libertà del vivere separati, appaiono ingredienti tipicamente maschili.
Più femminile è la capacità di sottomettersi al partner, pur di non perderlo, mostrare condivisione, costi quel che costi, anche in forma dissacrante, dolorosa, pur di non perdere quell’amore come d’altra parte si evince: «Sono felice ogni volta che vedo qualcuno di nuovo, ma allo stesso tempo sono delusa, perché spero in un piacere che solo tu mi puoi dare. Vivo mutilata senza di te, amore mio. Non è esattamente doloroso, è triste. In tutto il mondo, solo tu conti per me», parole in cui si riconosce il desiderio dell’amore esclusivo e l’implorazione dell’innamorata.

Una complessa storia d’amore tra due dei più importanti intellettuali del Novecento. Un sodalizio straordinario tra il “padre” dell’esistenzialismo e la “madre” del movimento femminista europeo.
Fu, il loro, un sodalizio unico, speciale quanto incomprensibile a molti. Protagonisti di un rapporto d’amore libero e incondizionato  durato tutta la vita. Un vissuto di grande intensità e libertà che è diventato storia nella storia.

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