Né il fiore né il baratro, silloge poetica di Giovanni Rossi, ChiPiùNeArt edizioni 2023, recensione di Daniela Domenici

Quest’opera prima del giovane poeta Giovanni Rossi colpisce per più di un motivo.

In primis per l’ampio uso di figure retoriche, dalle sinestesie agli ossimori e alle anafore che rendono le sue liriche, spesso brevi e lapidarie, talvolta criptiche ed ermetiche, un concentrato di accostamenti inusuali, di neologismi particolari.

Il poeta sceglie di mettere il titolo in fondo a ogni sua poesia, quasi una sorpresa, un disvelamento per chi legge per non venire “incanalati/e, fuorviati/e” prima.

Traggo un esempio di ossimoro e uno di sinestesia dalla lirica “Geografia d’una fine”: “mi sollevo dalla nostra comodità d’inferno” e più oltre “nostre povere dita di amanti”; e conclude con ben tre gerundi e un enjambement: “credendoli argenti sapendoci/amati sentendoci eterni”. Un esempio tra i tanti di anafora lo si può trovare in “”Io lo chiamo tornare a casa” quando dice “casa è sdraiarmi sul letto di mia madre/dopo anni di oblio/casa è un macigno di memoria/che finalmente mi schiaccia…io la chiamo casa/la chiamo vita…”

Molto particolari le fotografie di Sergio Attanasio che impreziosiscono ulteriormente la silloge.

Concludo con queste parole tratte dalla dettagliata e competente prefazione della poeta Angela Argentino “Giovanni viaggia con la sua anima smarrita da un punto all’altro del mondo e dentro geografie interiori che non concedono coordinate a chi volesse seguirlo. Quasi un cammino mistico e criptato intorno a un desiderio cocente che il poeta riesce ad annientare”; ad maiora, Giovanni!

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