La scalata della piramide di sale di Antonio Conticello, recensione di Daniela Domenici

“…non rimaneva che puntare alla scalata. In un paio di minuti se la ritrovarono davanti in tutta la sua magnificenza; solamente in quel momento ebbero il coraggio di prendersi per mano per iniziare l’arrampicata. Poggiarono i piedi sull’ammasso di sale…cercarono di mantenersi in equilibrio con le mani, aggrappandosi al sale che franava sotto il peso dei loro corpi…a quel punto non sapevano più se stavano facendo una bravata o se la sfida apparteneva già da tempo al loro destino. Sentivano il desiderio di penetrare nei granelli di sale, di immergersi in un bagno di sapienza. La loro coscienza, la loro anima sarebbe stata salata, la loro vita sarebbe stata vivificata come in una simbolica scalata a Dio…”: in queste frasi è racchiusa una delle tematiche di “La scalata della piramide di sale”, opera prima di Antonio Conticello, autore di origine siciliana che da anni vive e opera in Lombardia, il tema della fede, profonda e radicata, dell’autore e il sale come suo simbolo, essere sale tra la gente, come dice il messaggio evangelico. E come pertinente finale del suo libro Conticello ci regala un poetico brano dal Qoèlet, uno dei libri dell’Antico Testamento.

L’altra tematica forte è quella dell’amicizia, della fratellanza, infatti i protagonisti di questa storia sono quattro ragazzini, Antonio (l’autore), Domenico, Vinicio e Roberto, i quattro dell’avemaria, anzi semplicemente i Quattro i quali, nonostante le differenze di status sociale, sono legati da un vincolo d’affetto che oltrepassa questo gap e li fa crescere, sempre insieme, attraverso le sfide che la vita pone loro davanti, piccole e grandi, come quella che ho citato in apertura, la scalata della più grande piramide di sale, la Regina, e quella, ancora più appassionante, dolorosa e traumatica dell’episodio dell’hangar dirigibili di Augusta, un monumento di alta ingegneria dell’inizio del ‘900 che è stato da poco restaurato e restituito alla fruizione dei cittadini.

Perché Augusta è il terzo “argomento” forte di Antonio Conticello, insieme alla fede e all’amicizia, la città in cui è cresciuto, che lui ribattezza “Austa” come viene chiamata nel dialetto locale e, infatti, “austanisi” ne sono gli abitanti; ecco come l’autore la definisce “situata sul lembo orientale del diamante più prezioso di cui il Padreterno abbia fatto dono all’incantevole Mediterraneo: la terra di Sicilia”; a metà strada tra Catania e Siracusa, aggiungo io, ci ho vissuto per ben trent’anni e ho riconosciuto molte delle persone di cui Conticello parla pur avendo loro cambiato i nomi, in nome della privacy. Ma le strade, i luoghi sono proprio quelli, perfettamente riconoscibili e da lui amatissimi, e riesce a renderli ancora più vivi usando molti termini dialettali tipici di cui fornisce la traduzione nel glossario posto a fine libro. Formidabili i dialoghi, i modi di dire, le litanie in dialetto stretto che colorano la storia e la rendono più viva e vera, soprattutto per chi quella lingua la conosce e l’ama come la sottoscritta; i non siculi incontreranno delle inevitabili difficoltà di comprensione ma…Camilleri docet!!!