Violenza contro le donne, riflessione di Loredana De Vita

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Il nuovo episodio di violenza contro una donna a Salerno accende con forza un fuoco mai spento. Mai c’è stato un attimo in cui la violenza sia diminuita, mai un giorno in cui da qualche parte non si dovesse parlarne… tutto scivola via, come prima perché manca la consapevolezza di ciò che si DEVE fare e non semplicemente DOVREBBE. Alimenta un fuoco già vivo per le sconfinate conseguenze che questo gesto comporta in questo caso specifico. Un’esibizione di potere da parte del “maschio” ritenutosi offeso in luogo pubblico. Non un luogo pubblico qualsiasi, ma un luogo in cui uno dei suoi bambini era impegnato in una gara di qualificazione di nuoto. Una gara anche quella dell’assassino… una gara per vincere il suo primato da PRIMATE nel possesso della SUA donna… come se le persone potessero possedersi. Una gara nello stesso luogo, padre e figlio, ma per motivi assolutamente diversi di cui il luogo diviene innocentemente metafora. Un dentro e un fuori. Il figlio, all’interno, che gioca la sua corsa alla qualificazione sostenuto dagli sguardi di chi lo ama o di chi semplicemente osserva; il padre, fuori, perché è fuori, estraneo e straniero, che vince la sua gara di possesso uccidendo la sua preda e anche se stesso… e, sebbene non fisicamente, i suoi bambini. Chissà se suo figlio si è qualificato, chissà se quella gara è stata conclusa e come… quel figlio, in ogni caso, è un perdente, è una vittima che non potrà facilmente vincere il dolore e la paura e la vergogna, forse, perché suo padre, quello che doveva tutelare la sua sicurezza, lo ha all’improvviso precipitato nel vuoto e nell’angoscia. Perché, perché tutto questo? Perché era in atto un processo di separazione… sapete, non contano i motivi, che non conoscono, conta il fatto che NON CI SONO MOTIVI per un gesto del genere. Sapete, non mi interessa molto che poi lui si sia ucciso. Lo ha fatto non perché era pazzo o per un moto improvviso di vergogna, ma perché , lucidamente o meno, anche questo è un modo sottile per imporre la propria volontà senza dover dare spiegazioni a nessuno. Lo ha fatto perché, lucidamente o meno, era l’unico modo per uscirne vittorioso e sentirsi compianto e spostare la gravità del fatto stesso sulla sua situazione personale. Lo ha fatto per essere un po’ vittima, per rubare ancora la scena del dolore alla sua compagna che mai deve essere protagonista, sebbene nell’orrore, di una vita che non le appartiene perché lei appartiene solo a lui. I figli, cosa contano i figli per lui… la punizione per loro è avergli rubato la madre, aver fatto del loro padre un assassino, certo, ma forte e potente… Quale lezione avranno imparato? Chissà se ce n’è una. Il fatto è che ora sono un po’ morti anche loro e non solo per il dolore del momento. C’è una qualifica sicuramente vinta nella loro vita ed è il vuoto profondo di una madre assassinata dal loro padre. Una medaglia che non potranno mai più cancellare. Si deve intervenire, assolutamente, e forse non basta più la sola educazione ai generi e all’affettività a partire dalle scuole primarie, contro cui molti si oppongono. Più le donne acquisiscono e recuperano la consapevolezza di sé e della propria dignità e libertà, più gli uomini/padrone ampliano il raggio della propria violenza per dimostrare che il loro potere esiste ancora… un potere ormai infranto che mostra tutta la fragilità maschile legata a una visione di patriarcato ormai desueta ma che semina ancora le sue vittime. Un uomo/padrone che segue gli stereotipi occidentali della relazione tra uomo e donna e che vive la donna come una “terra colonizzata” che gli appartiene e alla quale impone le sue regole senza respiro, senza considerare chi la persona sia, la sua dignità, la sua volontà, le sue ambizioni, la sua potenzialità. Un uomo/padrone che marchia la sua preda con il sigillo del suo possesso e imprime in quella terra “selvaggia” le regole del suo proprio vissuto, come se quella donna non fosse una donna ma qualcosa “da raddrizzare”, penso al tragico caso di Angela Celeste. Le donne, non sono una terra selvaggia, né colonie cui dettare con la forza le proprie regole. Questa è la fragilità maschile, il suo no-sense e no-making sense che rende il colonizzatore uno schiavista e la donna una schiava… cosa saranno i figli in questo processo di colonizzazione?… un semplice incidente, o, forse, l’ampliamento possibile del territorio da possedere e colonizzare con il proprio esempio e con la propria forza. Ecco, allora, che il suicidio diviene atto esemplificativo, dimostrativo del proprio potere… il padrone che lotta fino alla morte per difendere il proprio possedimento… nella relazione uomo/donna, però, non esistono padroni né possessi; la donna non è una terra colonizzata ma una persona libera che non si può e non si deve raddrizzare con una sferza, perché la donna è, esiste, nella sua umanità, coscienza e libertà.

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