Le donne nella costituzione dell’Alaska, da me tradotto e rielaborato

Mrs. Gruening Wins an Election Bet: Republican Women Shine Her Shoeshttp://vilda.alaska.edu/cdm4/item_viewer.php?CISOROOT=/cdmg21&CISOPTR=10188&REC=1

Dato che oggi è un giorno importante per le donne italiane, il diritto al voto, e dato che oggi è nata Teresa Mattei ho pensato di dedicare la mia giornata di traduttrice ad alcune donne che sono state importanti in questo campo, questo è il secondo…

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Tra i cinquanta delegati all’Alaska Constitutional Convention c’erano 49 uomini e 6 donne: Dora Sweeney, Helen Fischer, Ada Wien, Katherine Nordale, Mildred Hermann e Dorothy Awes.

Sweeny, Fischer e Wien erano identificate come “casalinghe” mentre Nordale era una docente e Hermann e Awes Avvocate.

Quasi il 90% dei delegati erano uomini. La statistica sembra oggi essere una grande ingiustizia ma va chiarita dal contesto storico. A quel tempo la piccola delegazione dell’Alaska di sei donne comprendeva la più grande percentuale di donne ad avere mai scritto una costituzione negli USA.

Ovviamente non c’erano donne delegate a Phildalphia nel 1787 e sembra che le prime 48 costituzioni statali originali siano state scritte solo da uomini. Perfino la costituzione del Wyoming che come territorio nel 1869 ha dato, per primo, il voto alle donne era stata scritta da un gruppo di 55 delegati uomini. In apparenza solo tre conventions prima di quella dell’Alaska hanno avuto qualche donna delegata.

Sebbene il 10.9% della convention in Alaska fosse femminile la percentuale era solo del 2,4% nel Missouri nel 1943, 9.8% nel New Jersey nel 1947 – che ha prodotto la prima costituzione di stato che garantiva esplicitamente uguali diritti alle donne – e il 7.9% nelle Hawaii nel 1950.

Le sei donne che andarono a Fairbanks nel 1955 non pensavano a se stesse come percentuali o come comitato elettorale femminile.

L’argomento dei diritti delle donne in Alaska emerse direttamente quando l’art. 1, sezione 3 “A nessuna persona deve essere deve essere negato il godimento di qualunque diritto civile o politico a causa della razza, del colore della pelle, del credo religioso o dell’origine nazionale” fu messo sul tappeto. Il delegato Johm Rosswog immediatamente si mosse per aggiungere la parola “sesso” dopo “colore”.

Ada Wien, che insieme a Dorothy Awes era una delle due donne nella commissione sulla legge per i diritti, spiegò che la commissione aveva deciso che il termine “persona” nella sezione si riferiva sia agli uomini che alle donne. Rosswog affermò che gli fosse stato detto dalla commissione che “persone” o “persona” dovevano concludere la faccenda non aveva trovato nessun punto della costituzione in cui si affermava che significa entrambi i sessi.

Helen Fischer sostenne l’emendamento dicendo che c’erano ancora stati degli USA nei quali alle donne non era permesso far parte di giurie, ruolo che era un buon test per il rispetto per i diritti politici delle donne e la stabilità emotiva. Negli anni ’50 molti stati ancora permettevano che le donne fossero escluse dal far parte di una giuria se il caso fosse stato troppo difficile per le loro costituzioni “fragili”, una politica non messa fuori legge fino a una decisione della corte suprema del 1975.

La voce più potente contro l’aggiunta di “sesso” all’articolo sui diritti civili venne da Mildred Hermann, la donne più anziana e di maggiore esperienza alla convention che nel suo discorso sostenne, senza accuratezza, che nel 1913 “l’Alaska era stata la prima suddivisione politica sotto la bandiera americana a dare il voto alle donne” ma non era così: il Wyoming lo aveva fatto più di 40 anni prima.

Era comunque chiaro che l’Alaska aveva a lungo offerto alle donne opportunità non riscontrate altrove.

L’opposizione di Hermann condannò il tentativo di vietare la discriminazione sulla base del sesso fino alla costituzione dell’Alaska del 1956. Sedici anni dopo, nel 1972, gli elettori dell’Alaska approvarono un emendamento che aggiungeva l’unica parola che lei volle lasciar fuori “A nessuna persona deve essere negato il godimento di qualunque diritto civile o politico a causa della razza, del colore, del credo, del sesso o dell’origine nazionale”

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