Il sessismo nella scienza, di Veronika Meduna, da me tradotto e rielaborato

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Vi ricordate il premio Nobel sir Tim Hunt e i suoi commenti ora infami sui suoi “problemi con le ragazze nel laboratorio”? O quella tempesta che oscurò la missione di successo Rosetta che fece atterrare una sonda su una cometa?

Quando il sessismo nella scienza fa notizia spesso appare essere come la vecchia guardia che si rifiuta di accettare una realtà cambiata, dice Nicola Gaston, chimica della Victoria University e del MacDiarmid Institute e autrice di “Perché la scienza è sessista”.

Il vero problema, comunque, non sono questi casi individuali ma il totale.

Se pensate alla scienza è più probabile che immaginiate Albert Einstein che Marie Curie indipendentemente dal vostro genere. Questo accade perché prendiamo le decisioni basate su inconsci pregiudizi e precoci condizionamenti che ci fanno pensare alla scienza soprattutto come un tentativo maschile, dice Gaston. Ed ecco perché il sessismo nella scienza è pervasivo e sistemico.

Il libro ha già provocato una campagna crowfunding di successo per combattere il problema. La campagna Pledgeme ha raccolto 4.549 dollari, ben oltre il target di 3.000, per distribuire le copie a centinaia di studiosi nei ruoli “decision-making” per incoraggiarli a iniziare a fare la differenza.

Delle 169 persone che hanno contribuito 85 hanno risposto a un’indagine e di queste il 60% erano donne e il 40% uomini e circa due terzi lavorano nel mondo accademico. Quasi un terzo di coloro che hanno risposto hanno detto che hanno sperimentato sfacciato sessismo e due terzi hanno detto di aver sperimentato forme più sottili correlate a pregiudizi inconsci. Quasi l’80% ha detto che avevano visto colleghi/e trattati/e in un modo sessista.

Nel suo libro Gaston si riferisce alla ricerca che ha esplorato i pregiudizi inconsci chiedendo a un gruppo di persone di valutare i CV di due persone per un posto di capo della polizia. Una delle due aveva un alto livello di istruzione mentre l’altra aveva più esperienza nel lavoro. Nell’esperimento il genere di queste persone fittizie era scambiato ma nonostante questo il pannello di assunzione preferiva sistematicamente il candidato maschile.

Ai/lle partecipanti è stato chiesto anche di valutare quanto considerassero se stessi/e essere oggettive/i e lo studio mostra che “le persone che si considerano essere i/le più oggettivi/e risultano essere coloro che prendono le decisioni più sbagliate e più prevenute”.

Gaston afferma che questa connessione tra oggettività auto-percepita e dipendenza dimostrata da pregiudizi inconsci va al cuore del problema del sessismo nella scienza, una professione nella quale il concetto di oggettività ha valore.

Il risultato è che le donne rimangono sottorappresentate a tutti i livelli della ricerca e dell’indagine ma in particolare nelle posizioni di leadership.

Per risolvere il problema dice che è importante rendersi conto che ne trarremo tutti beneficio se possiamo cambiare lo stereotipo di cosa sia uno/a scienziato/a.

“Questo significa trattare il sessismo nella scienza come una malattia, un’infestazione che mangia le fondamenta di quello che facciamo. Non è ancora chiaro che ci sia una cura ma i sintomi possono essere trattati: possiamo gestire attivamente i pregiduzi incosci, fornie consapevolmente e deliberatamente uguali opportunità di mentoring e di sponsorship che non dipendano dal genere e lavorare tutti verso la formazione di una nuova comprensione della malattia”.

http://www.radionz.co.nz/national/programmes/ourchangingworld/audio/201787738/sexism-in-science

 

 

 

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