“Aspettando il 9999 – poesie e scritti dall’ergastolo e dal 41 bis” di Giovanni Farina, edizioni Sensibili alle Foglie, recensione di Daniela Domenici

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Quale giorno migliore, oggi che molte persone detenute sono state ricevute da papa Francesco, per recensire il libro più recente di Giovanni Farina, detenuto nel carcere di Catanzaro, con cui ho intrattenuto a lungo una corrispondenza cartacea (che riprenderà con l’invio di questa mia recensione), le cui opere sono contenute nel mio secondo libro “Voci dal carcere” e che ho anche conosciuto de visu un giorno di qualche anno fa durante un colloquio nel carcere di Catanzaro, appunto.

L’amico Giuliano Capecchi, che firma l’introduzione e le conclusioni, mi ha fatto dono di una copia nella quale ho ritrovato, con grande emozione, alcuni degli scritti di Giovanni che sono anche nel mio libro come, per esempio, la fiaba del cinghiale fico; la prima parte è costituita da moltissime sue poesie e la seconda da innumerevoli sue riflessioni sugli argomenti più vari che commuovono e fanno riflettere, che rimangono dentro e risuonano a lungo.

Giovanni è in carcere da 35 anni, ha scontato anche lui il 41 bis nel circuito di Alta Sicurezza 1; nella sua vita prima del carcere era un pastore di origine sarda trasferito da bambino con la famiglia in Toscana, alla Calvana, sopra Prato, da dove è cominciata la sua odissea da detenuto che conosco molto bene grazie alle lettere che ci siamo scambiati in quegli anni ma che potete conoscerla anche voi leggendo queste parole di Francesca De Carolis

http://www.ristretti.org/Le-Notizie-di-Ristretti/giustizia-giovanni-farina-ha-vinto-era-allergastolo-per-un-errore

e così ho saputo che finalmente a Giovanni è stato tolto l’ergastolo ma questo suo libro è uscito prima di questa notizia, nel febbraio 2015; ecco perché in quarta di copertina si legge che “vuole essere una testimonianza e denuncia del sistema giuridico e penale italiano, attraverso la voce di un uomo il cui fine pena è indicato, nel sistema informatico, con il codice 9999 nella casella che contempla l’anno di scadenza della carcerazione”.

Bellissime le tre testimonianze in appendice: quella di Elisabetta Conti, di Giuseppe Soffiantini e di Maria Teresa Borghi alla quale “rubo” le seguenti parole “…per Giovanni Farina, autodidatta, il recupero delle parole è stato un mezzo di interpretazione e di purificazione della propria storia…se è vero che il pieno possesso della parola, come sosteneva don Milani, è la possibilità di essere veramente uomo tra gli uomini e, dunque, strumento di libertà, possiamo concludere che questo è il senso dell’esperienza esistenziale e poetica di Giovanni Farina nel carcere…”

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