scelgo la verità del narrato, di Loredana De Vita

 

Continuo a pensare che la storia di “Maria” in “Non scavalcare quel muro” (Nulla Die), possa essere e sia un elemento di “rottura” dei luoghi comuni e del silenzio da una parte e dall’altra del muro dei pregiudizi e della paura.

Purtroppo, ci sono sempre “pregiudizi” verso le donne che subiscono violenza fisica e/o psicologica. Sono pregiudizi che la circondano e la soffocano per nascondere la verità della mancanza di coraggio nell’affrontare le storie che si svolgono attorno a noi ma che fingiamo di non vedere.

Sono pre-giudizi, sono formulati prima di conoscere e il loro diritto di esistere è pari a nulla.

Poi c’è la paura, di chi subisce e di chi osserva e tace. Entrambe pericolose perché alimentano il silenzio, ma la seconda ostenta una certa protervia nella simulazione del falso fino a quando le storie, certe storie, non ci colpiscano più da vicino. Entrambe devono essere sconfitte, entrambe devono essere superate, a entrambe deve essere posta una fine… non nella morte o nel silenzio profondo (peggiore della morte stessa), ma nella “morte” del silenzio.

Nelle diverse presentazioni mi è capitato di osservare un atteggiamento “ambiguo” da parte dei presenti: da una parte coinvolti pienamente e dolorosamente, dall’altra infastiditi dalle verità nascoste e dal richiamo a doversene assumere una responsabilità, a dover impiegare la propria coscienza per invertire il piano del reale e del simulato.

La storia di “Maria” non è una storia di morte, ma di scelte e superamenti, di coraggio e di sopportazione, di violenza e di dolore, ma anche di resurrezione e di reazione. Sembra che non si abbia il coraggio di soffrire e che basti negare la sofferenza perché questa smetta di esistere.

Sembra che non si voglia incontrare la sofferenza con l’alibi che già soffriamo troppo… è molto brutto questo, perché la negazione è una ulteriore condanna per chi sulla propria pelle porta i segni e le lacerazioni interne ed esterne del dolore e della paura che nessuno vuole nominare.

Sembra che qualsiasi cosa si debba leggere o vedere sia qualcosa che “deve fare ridere” perché già i tempi sono cupi… come si fa a sconfiggere l’oscurità, a modificare la cultura dell’orrore, senza lasciarsi coinvolgere? Forse questa è un’ulteriore violenza perpetrata contro tutti e a favore di nessuno, neanche di chi la pratica; è un’ulteriore modalità per lasciare che le cose restino come sono e, anzi, vadano anche peggio perché tanto non le vediamo; è un ulteriore modo di sconfiggere se stessi e di lasciare che la violenza si perpetui come forma e stile della nostra stessa vacuità.

Tra il silenzio di paura che diviene complice e la verità del narrato, io scelgo la seconda, non importa quanta solitudine, quanto tempo e quanto dolore essa porti con sé; non importa il sacrificio e la sofferenza, conta solo saper interrompere il silenzio vuoto e dare una possibilità alla verità e all’ascolto.

Annunci