accadde…oggi: nel 1874 nasce Gertrude Stein, di Maria Laura Rodotà

«E’ tempo di andar via. Miss Gertrude scrive di notte mentre Alice dorme. Le parole turbinano magicamente dalla pagina alla macchina per scrivere di Alice quando, la mattina, le trascrive. Ore prima è arrivato Picasso… Sembra arrabbiato. Ha appena inventato l’arte moderna, che non è la stessa cosa che essere arrabbiati, però forse lo è. È duro inventare l’arte moderna». È duro raccontare Gertrude Stein, però forse no: la sua vita è diventata l’anno scorso un libro illustrato per bambini, Gertrude is Gertrude is Gertrude (parafrasi della sua frase più celebre, «una rosa è una rosa è una rosa»), di Jonah Winter; Miss Gertrude e la sua compagna Alice Toklas diventano due simil-fate burbere. È duro leggere le sue opere, però forse no: quasi nessuno digerisce i libri, a milioni amano le sue battute, secche, sorprendenti e logiche, se vivesse oggi sarebbe la regina di Twitter (tuttora è molto ritwittata). Non è duro appassionarsi alla sua attività di collezionista battistrada a Parigi; ora celebrata da una grande mostra itinerante (dal 21 febbraio al 3 giugno al Metropolitan di New York) e da una mostra sulla sua vita, attualmente alla National Portrait Gallery di Washington. E pure da Midnight in Paris di Woody Allen; anche se la brava Kathy Bates, più che una leonessa delle avanguardie, la rende un po’ una Sora Cecioni delle notti bohémien. È più duro, per le fan sincere democratiche, e per la comunità lesbica americana, fare i conti con la Stein definita da Picasso «una vera fascista». Che apprezzava Francisco Franco e rimase in Francia, ebrea ma indisturbata, durante l’occupazione, e collaborò col regime di Vichy.

L’ondata celebrativa dell’ultimo anno ha trascurato questo lato oscuro. La Stein delle grandi mostre emerge come una specie di donna-piano Marshall interattivo tra Europa e America; che come il piano Marshall è stata «molte cose per molte persone». «Una generazione l’ha considerata una scrittrice fantastica, un’altra l’ha esaltata come collezionista pioniera» spiega Wanda Corn, storica della Stanford University che ha curato la mostra The Steins Collect. «E ora una generazione più giovane incorona lei e Alice come über-coppia lesbica. È diventata così famosa perché ha fatto tante cose diverse, tutte in modo sensazionale o almeno molto bene. “Diva” non è un cattivo modo per definirla». Come molte dive e divi, lo era diventata trasformando la sua stranezza in qualità da star.

«Non c’è un lì lì»
Nata nel 1874 in una famiglia borghese ad Allegheny, Pennsylvania, ultima di tre fratelli, aveva vissuto da piccola a Vienna e Parigi e poi in California, a Oakland, sulla baia di San Francisco. A otto anni parlava tre lingue e cominciò a scrivere. Quando aveva 17 anni, gli Stein si trasferirono a San Francisco, dove si appassionò al teatro e all’opera. Nel 1893 entrò al Radcliffe, college femminile collegato ad Harvard. Il suo professore preferito era il filosofo William James, fratello di Henry. Il giorno dell’esame, sul foglio, Stein scrisse solo: «Caro professor James, sono spiacente, ma stamattina non sono dell’umore giusto per un esame di filosofia». James, che apprezzava le sue argomentazioni, le rispose che anche lui si sentiva così e le diede il massimo dei voti. La ragazza grassa, intellettuale e poco frivola stava trovando la sua laconica cifra; e testava il suo carisma. Dopo Radcliffe, Stein si iscrisse a Medicina. Ma cominciò a viaggiare per l’Europa. Ma voleva fare la scrittrice. Così lasciò gli studi e nel 1904 raggiunse il fratello Leo a Parigi, sulla Rive Gauche, nella leggendaria casa di rue des Fleurus. In America tornò soltanto trent’anni dopo. Cercò la casa di Oakland dov’era cresciuta, non la trovò, commentò: «There’s no there there», «non c’è un lì lì», gli americani cresciuti in sobborghi senza identità ancora la citano.

«Uno scrittore dovrebbe scrivere con gli occhi e un pittore dipingere con le orecchie»
A Parigi si sperimentava. Occhi e orecchie e nasi venivano dislocati creativamente nei quadri degli amici cubisti. Gertrude e Leo li ospitavano ogni sera e compravano le loro opere, che occupavano ogni spazio sui muri. C’erano Picasso, Georges Braque, Guillaume Apollinaire, Max Jacob, Juan Gris. Nel 1906 Picasso dipinse il ritratto di Gertrude, «l’unica riproduzione di me in cui sono io, secondo me». Quando gli amici andavano via, Gertrude scriveva. Nel 1903 aveva finito il suo primo romanzo Q.E.D., ai tempi impubblicabile, che uscì dopo la sua morte: era la storia di un triangolo tra donne, da lei vissuto quando studiava Medicina alla Johns Hopkins di Baltimora (le due amiche si fidanzarono, lei capì molte cose). Nel 1904 scrisse un altro romanzo lesbico, Fernhurst, un altro triangolo, sempre non pubblicato. Nel 1909 uscì Tre esistenze, tre storie di donne in stile ripetitivo anzi «insistente», con linguaggio scarno a effetto. Nel 1912, Stein pubblicò Tender Buttons e la sua amica Mabel Dodge scrisse che la sua prosa «è così squisitamente ritmica e cadenzata che, se leggiamo ad alta voce, è una sorta di musica sensuale. Come quando ci si ferma davanti a un quadro di Picasso». Il suo romanzo più ambizioso, The Making of Americans, arrivò nel 1925; ed era la storia di due famiglie, un’analisi esaustiva (che esaurisce il lettore) dei personaggi e dei legami intergenerazionali. Ma il suo libro più famoso, la storia della sua vita e dei suoi amici, era meno apparentemente sperimentale e fu scritto in sei settimane per fare soldi. Si intitolava Autobiografia di Alice B. Toklas, dal nome della sua fidanzata.

«L’America è il mio Paese e Parigi la mia patria»
L’Autobiografia uscì nel 1933 e fu un grandissimo successo. Anche per la prima coppia lesbica della storia quasi allo scoperto, Stein e Toklas. Incontrata nel 1907, quando Alice arrivò a Parigi da San Francisco, ospite del maggiore dei fratelli Stein, Michael. Toklas fu subito coinvolta in viaggi in Toscana, vacanze in Spagna, compravendite di Matisse per finanziare le vacanze e travolta da Stein. Però forse no: nella biografia Two Lives. Gertrude and Alice, Janet Malcolm descrive la gran donna «il cui charme era cospicuo come la sua grassezza» più che dipendente — come un marito disorganizzato — dalla «sottile, brutta, intensa, acida» Alice. La quale, dedita e passivo- aggressiva, allontanava Gertrude dalle amiche che le piacevano troppo e limitava l’invadenza dei giovani amici scrittori. Come Francis Scott Fitzgerald, di cui Stein scriveva «continueranno a leggerlo anche quando molti suoi celebri contemporanei saranno stati dimenticati». E come Ernest Hemingway, conosciuto dopo la Grande guerra. Incoraggiato da Stein (come capita con Owen Wilson in Midnight in Paris) e suo amico, tra alti e bassi, per un quarto di secolo.

Comunque, nel 1935, anche Stein era famosissima. Arrivò in America con Alice e tenne decine di conferenze, acclamata come una patriottica portaerei delle avanguardie diventate passione delle classi medie; e come autrice che forniva un accesso ai salon parigini (anche pettegolo; e il fratello Leo, con cui aveva rotto, le dava della bugiarda). Poi tornò in Francia. Poi ci fu la guerra. Gertrude e Alice rimasero, nella casa di campagna, in buoni rapporti con intellettuali collaborazionisti. Nel 1944 tornarono nella Parigi liberata. Nel 1946, a Stein fu diagnosticato un cancro. Prima di essere operata, sicura di non sopravvivere, disse ad Alice: «Qual è la risposta? E in caso, qual è la domanda»?

Buona domanda. Ci sono tante domande possibili sulla multiforme Stein. E tantissime contraddittorie informazioni. Stein scriveva anche «la gente riceve così tante informazioni che perde ogni senso comune». Succede a chi cerca di raccontare la sua vita, anche, probabilmente.

http://lettura.corriere.it/lenigma-gertrude-stein/

Annunci