accadde…oggi: nel 1889 nasce Aline Valangin, di Simonetta Fiori

Il primo incontro non fu granché, lui nascosto dal cappello a larghe falde, altero e distaccato come si conviene a un precettore; lei sorridente controvoglia, la testa alta e fiera come le avevano insegnato da bambina. Li divideva la geografia dei cervelli, lui in fondo un contadino un po’ ombroso, ancora intimamente marxista nonostante l’ abiura del Pci, lei una ricca borghese di spirito libero e d’ estrazione calvinista, salonnière per indole ed educazione. Se i caratteri assomigliassero alle stelle, tra l’ abruzzese Ignazio Silone e la svizzera Aline Valangin correva la stessa distanza che separa la Stella Polare dalla Croce del Sud. Fu un grande amore. Aline è uno dei due volti femminili che, per una singolare chimica del tempo, soltanto oggi affiorano dal cono d’ ombra in cui li aveva relegati Silone. Per pudore forse, essendo l’ autore di Fontamara assai taciturno sui sentimenti privati. O per quella dolorosa afasia con cui si cancellano i lutti della propria vita, e per Silone la rottura con il Partito comunista fu il lutto della vita. Aline e Gabriella – questo il nome dell’ altro amore – sono le donne del suo tribolato esilio svizzero, figure centrali nell’ educazione sentimentale e civile di un quindicennio tempestoso (dalla metà del 1929 all’ ottobre del ‘ 44). Temperamenti diversi eppure complementari: compagna rassicurante come una quercia Gabriella, amante sofisticata e intellettualmente inquieta Aline. Perché parlarne oggi? Mentre a Rimini un gruppo di piccoli editori si appresta a ristampare Uscita di sicurezza (su licenza Mondadori) e a ricordare Silone con un convegno (sabato 26 febbraio, introduzione di Luce D’ Eramo), dagli archivi americani e di mezza Europa – Svizzera, Francia, Spagna, Olanda e Italia – affiorano le lettere d’ amore con cui lo scrittore andò disegnando la propria biografia sentimentale. E, insieme alle carte private, rispuntano documenti di carattere politico che rivestono di nuova luce il divorzio di Silone dal partito, una separazione – come vedremo – sgradita a Togliatti. Il merito di questi ritrovamenti è di Paolo Cucchiarelli, un giornalista dell’ Ansa che da anni lavora a una biografia di Silone. Iniziativa encomiabile, se è vero che in Italia ne scarseggiano i ritratti (a parte l’ utile guida bio-bibliografia a cura di Luce d’ Eramo, il nuovo libro Ignazio Silone che la D’ Eramo presenterà a Rimini, e qualche altro lavoro di compilazione). “Scrittore italiano? No, italian writer”, sintetizzava L’ Espresso alla sua morte. Un titolo che raccontava un destino. Ma occorrerà procedere per ordine. Di Gabriella Seidenfeld Maier, la prima delle due donne, sappiamo che era un’ ebrea fiumana di simpatie comuniste. Aveva ventiquattr’ anni – tre più di lui – quando incontrò Silone a Trieste nel 1921 (allora si chiamava ancora Secondino Tranquilli). Presto cominciò un sodalizio in cui lei era un po’ tutto, segretaria, compagna, mamma, sorella, colmando la voragine affettiva nella quale lo scrittore era precipitato dopo la tragedia familiare. In una lettera (inedita) del 1924 lui le scrive: “Due anni fa ero completamente disseccato, inaridito. Per resistere alla vita orribile che avevo fatto antecedentemente, io avevo bruciato dentro di me tutto ciò che vi era di pescinese, paesano, seminarista, famigliare… Allora sei arrivata tu. Ora io non sono più quello di prima. Io sono fisicamente rinato, cioè nato di nuovo… Avviene un fatto curioso: rinascendo io sto tornando com’ ero una volta, cioè un pescinese. Così tu, ebrea rossa, mi hai ricondotto nelle condizioni di spirito di quando io entrai in seminario o di quando facevo la campagna elettorale per Sellingo, deputato dei poveri”. L’ “ebrea rossa”, come lui la chiama, capisce e giustifica tutto. Lo segue in Svizzera, dopo anni di non facili peregrinazioni in Spagna, in Francia e nell’ Italia fascista. Lo segue a Davos, dove Silone va a curarsi i polmoni malati. Gli è vicino durante la stesura di Fontamara, delicato passaggio dalla politica militante all’ arte del romanzo. Gli è interlocutrice paziente ed assorta nel lucido percorso di autocoscienza. “Ti avevo detto altre volte”, lui le scrive nel luglio del 1930, “che il tempo di produrre per me non era ancora arrivato e che mi consideravo sempre nel periodo della preparazione. Ora credo che il tempo di produrre è giunto. Qualcosa nuovo è in me. Non mi preoccupo affatto del giudizio che sarà dato di Fontamara. Non sono mai stato così sicuro di me stesso” (la lettera è inedita). Silone sapeva che i suoi personaggi, i contadini, “sono così vivi che io parlo con essi. Credo che siano i primi contadini di carne ed ossa che appaiono nella letteratura italiana”. Come talvolta accade, la molteplicità dei ruoli rivestiti da Gabriella avrebbe spento la passione, per dar vita a un’ amicizia solida, punto di riferimento di Silone in un momento difficile. Siamo arrivati al luglio del 1931, data del clamoroso divorzio dal Pcd’ I. “Ormai mi ritengo maturo per l’ espulsione”, Silone scrive ad Angelo Tasca nel giugno del 1931. “Ho un’ ideologia differente da quella del partito, e ho perfino un linguaggio differente. Parliamo e non ci comprendiamo…”. I risvolti luttuosi di quella scelta sono stati raccontati in Uscita di sicurezza. Meno noto è il ripensamento dello scrittore, il quale dopo l’ incontro con la delegazione del Pcd’ I, guidata da Ruggero Grieco, chiese una seconda riunione nel tentativo di trovare una conciliazione almeno formale. Il partito rispose subito che non c’ era più nulla da fare. Altro risvolto sconosciuto. Palmiro Togliatti, in un primo tempo, non desiderava l’ allontanamento di Silone, e diede incarico a Grieco di “salvare” quel compagno recalcitrante che non si era allineato alla svolta staliniana. Grieco glielo ricorderà in una lettera inedita del 1949: “Devo aggiungere che il mio mandato non era quello di provocare l’ espulsione di Pasquini (ndr Silone), ma piuttosto di salvarlo, obbligandolo a una pubblica denuncia delle sue posizioni. Fu solo il contegno del Pasquini che mi consigliò di proporre al P.C.S. (ndr partito comunista svizzero) l’ espulsione, che poi venne confermata anche dal P.C.I.”. Togliatti avrebbe poi trattato l’ ex compagno con la consueta durezza adoperata verso i “traditori”. E’ un Silone alla deriva che approda nel 1931 nell’ antica casa padronale de ‘ La barca’ , a Comologno, in Svizzera, riparo per molti perseguitati politici. Vi trascorre le estati Aline Valangin, donna di gran fascino, scrittrice, concertista, psicoanalista, ricca sposa di uno degli avvocati più importanti di Zurigo (è recente una biografia di entrambi, Aline e Wladimir Rosembaum, a cura di Peter Kamber nelle edizioni zurighesi di Limmat Verlag). “Con un sentimento di strana eccitazione attesi il suono del campanello”, avrebbe raccontato Alin che l’ aveva mandato a chiamare perché facesse da precettore al nipote. “Io scesi, tranquilla, la testa alta e sicura, un sorriso sulle labbra. Due occhi grandi, un po’ stanchi, mi guardarono scrutandomi. La sua voce era debole, e lui era formale, manteneva le distanze, ma dalla mia vibrazione particolare, che sul momento non capii, mi resi conto che sarebbe accaduto qualcosa…”. Accadde. Per quella strana alchimia che unisce i diversi, ne nacque una storia d’ amore intensa, nutrita di complicità intellettuale. Fu Aline ad adoperarsi per far pubblicare Fontamara. E fu Aline la sua prima lettrice. Ma per la stessa chimica degli opposti, le differenze presto prevalsero. “Era talmente cauto da sentirmi sempre come borghese, nemica, in ogni caso un’ appendice inutile, anche se piacevole”, ha scritto Aline. “Lo sfiorava sempre il pensiero che io non appartenessi al suo mondo, al suo destino. Sicuramente i suoi sentimenti, di qualsiasi tipo fossero, mi eccitavano”. Si amavano molto anche per iscritto, Aline e Secondino, litanie d’ amore appassionate, lettere in cui “mi venera e mi loda quasi come la Madonna”. Ma la sofisticheria intellettuale di lei finì per spaventare Silone, lui che nutriva una “concezione vecchia della donna, si potrebbe definirla biblica”, avrebbe spiegato Aline. “Ecco dove porta tutta la vostra psicologia”, lui la rimprovera quando il rapporto è già logoro. “Invece di fare l’ amore, non avete fatto che della psicologia ed avete obbligato me, innocente, a fare dela psicologia mentre io preferisco l’ amore. Se voi sapeste, amica mia, come è dolce, e gentile, e terribile l’ amore senza psicologia, l’ amore terrestre, l’ amore capronesco, che si può fare una, o due, o tre, o dieci volte in una notte, senza mai stancarsi, poiché la testa (il ragionamento, la psicologia) riposa…”. La storia si conclude nel 1933. Silone s’ innamorò di una ragazza molto più giovane. Aline proseguì il suo cammino di ricca intellettuale borghese non priva di eccentricità (“Ma un’ ardente passione come quella per Silone non l’ avrei più provata”). E Gabriella, la compagna forte d’ un tempo, che intanto s’ era sposata con un vecchietto allo scopo di ottenere la cittadinanza svizzera, inseguiva un antico sogno inconfessato: rientrare in Italia e unirsi a Secondino. Ma le cose andarono in altro modo.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1994/02/24/due-donne-per-silone.html

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