tre donne…di Daniela Domenici

Tre donne che hanno operato a Firenze pur non essendone originarie lasciando un segno indelebile nella storia della cultura letteraria e artistica.

Denominatore comune: per mia fortuna, dato il loro contributo alla mia cultura, sono state tutte e tre, in tempi diversi, mie insegnanti…

–      Helle Busacca (San Piero Patti, 21 dicembre 1915 – Firenze, 15 gennaio 1996) è stata una poetessa, pittrice e narratrice italiana.

–      Nata in un famiglia agiata di San Piero Patti, in provincia di Messina, dopo aver trascorso parte della sua giovinezza nel paese natale, Helle si trasferì a Bergamo e successivamente a Milano insieme ai genitori. Laureata in Lettere Classiche presso la Regia Università meneghina negli anni seguenti fu insegnante di lettere in diversi licei spostandosi negli anni di città in città: Varese, Pavia, Milano, Napoli, Siena e, infine, Firenze, dove morì il 15 gennaio 1996.  Le sue carte (che contengono corrispondenza, bozze e prime stesure di opere pubblicate, nonché numerosi manoscritti inediti) sono conservate in un Fondo speciale presso l’Archivio di Stato di Firenze.

–      Poetica:« mi accorgo che, prosa o poesia, quasi tutti i miei scritti sono scritti di guerra, dove chi cercasse la lirica pura perderebbe tempo. […] La poesia è il culmine delle infinite stratificazioni che dal primo bang ci hanno creati come siamo: per questo, a memoria d’uomo, possiamo “ritrovarci” in essa: dove non ci ritroviamo non c’è poesia. » (da un curriculum vitae del 1988). La sua opera, poetica e narrativa soprattutto, mostra una profonda originalità e incisività, che parte spesso dall’intensa testimonianza di un dramma personale e dalla coscienza di un destino tragico.  L’autrice, nutrita di profonda conoscenza della classicità, entra in relazione e si fa influenzare dalla poesia moderna delle più diverse provenienze e culture, ma con particolar predilezione per quella di matrice americana. Nelle sue opere si mostrano suggestioni dalla Beat generation, da Eliot, da Ezra Pound. Accanto a tante contaminazioni, la sua opera è segnata da mutevoli variazioni di registro che muovono dalla cruda violenza verbale a vette di astratto e pacato lirismo. Nota personalmente dolorosa ma poeticamente fruttuosa il ricordo tragico del fratello suicida (Aldo), dal quale la Busacca parte per giungere alle vette sublimi di un “messaggio verso le stelle” e, quasi paradossalmente, alla concreta contemporaneità di un “atto di fede sociale”.

–      Volumi

–       Giuoco nella memoria, Modena, Guanda, 1949

–       Ritmi, Varese, Magenta, 1965

–       I quanti del suicidio, Roma, S.E.T.I., 1972, ristampa: Bologna, Seledizioni, 1973

–       I quanti del karma, Bologna, Seledizioni, 1974

–       Niente poesia da Babele, Bologna, Seledizioni, 1980

–       Il libro del risucchio, Castelmaggiore, Book, 1990

–       Il libro delle ombre cinesi, Fondi, Confrontographic, 1990

–       Pene di amor perdute, Ragusa, Cultura Duemila, 1994

–       Ottovolante, a cura di Idolina Landolfi, Firenze, Cesati, 1997

–       Poesie scelte, a cura di Daniela Monreale, Salerno, Ripostes, 2002

–       Vento d’estate, Maser, Amadeus, 1987 (prosa)

–       Racconti di un mondo perduto, Genova, Silverpress, 1992 (prosa)

–       Su riviste:

–       «I bestioni e gli eroi»,

–       «L’America scoperta e riscoperta», in: Civiltà delle macchine, 1956

–       «Il mio strano amico Montale», in: L’Albero, 1986, fascicolo XXXIX

–       Opere inedite:

–       Contrappunto (romanzo autobiografico)

–       Controcorrente(romanzo autobiografico)

–       Una storia senza storia (racconto)

–       De Rerum natura (traduzione da Lucrezio).

https://it.wikipedia.org/wiki/Helle_Busacca

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–      Ketty La Rocca (La Spezia, 14 luglio 1938 – Firenze, 7 febbraio 1976) è stata una artista italiana.

È stata una delle più importanti artiste italiane del Novecento ed esponente di primo piano della Body art a livello internazionale. La sua ricerca si alimenta di una profonda riflessione sull’universo della comunicazione. Le sue prime opere sono riconducibili all’interno della poetica della poesia visiva portata avanti negli anni ’60 dal Gruppo 70 a Firenze. Successivamente l’artista si confrontò pionieristicamente con le tecniche espressive più avanzate della sua epoca, quali il videotape, l’installazione e la performance. Si concentrò infine sul linguaggio del corpo e sul gesto arrivando a servirsi delle radiografie del suo cranio e della sua stessa grafia. La sua ricerca ultima, vicina all’arte concettuale, approdò alle Riduzioni in cui le immagini vengono ricondotte, per graduale trasfigurazione, a segni astratti.

–       Nel 2011 “Craniologia” (1973) è stata esposta alla mostra “Autoritratte”, Firenze, Galleria degli Uffizi, Sala delle Reali Poste.

–      Pubblicazioni

–       Ketty La Rocca, I suoi scritti, a cura di Lucilla Saccà, Martano Editore, Torino, 2006.

–       Mostre

–      Sue mostre postume sono state organizzate in Italia, Europa e Stati Uniti:

–       Centre d’art contemporain, Ginevra (1992)

–       Kunstlerhaus, Stoccarda (1995)

–       Kunsthalle, Vienna (1995)

–       College Marcel Duchamp, Chateauroux (1996)

–       Fondazione Cassa di Risparmio, La Spezia (1999)

–       Museo di arte contemporanea e del novecento, Monsummano Terme (2001)

–       Palazzo delle Esposizioni, Roma (2001)

–       Istituto Italiano di Cultura, Los Angeles (2002)

–       Palazzo Fabroni, Pistoia (2002)

–       Galleria Martano, Torino, mostra personale antologica, 2011

https://it.wikipedia.org/wiki/Ketty_La_Rocca

–      Luigina Stefani (1942 – 1998) è stata una delle più competenti studiose della letteratura teatrale italiana compresa tra Quattrocento e Cinquecento.

Fondamentale un suo studio apparso nel 1981 sulla rivista «Belfagor» dedicato alle Coordinate orizzontali nel teatro comico del primo Cinquecento, che era stato il consuntivo di due importanti edizioni critiche, non a caso dedicate a testi teatrali che solitamente si definiscono «minori»: prima (nel 1978, per la casa editrice D’Anna di Firenze) c’era stata la pubblicazione della commedia Eutichia di Nicola Grasso, andata in scena a Urbino nel 1513, in una messa in scena di Baldasar Castiglione in concomitanza con il più celebre allestimento della Calandria del Bibiena; quindi (nel 1980, per le edizioni ferraresi di Italo Bovolenta) la Stefani aveva pubblicato l’edizione critica di un testo di Publio Philippo Mantovano, Formicone, composto prima del 1506 per la corte dei Gonzaga, forse la «prima commedia ‘regolare’ del nostro teatro cinquecentesco» come la stessa Stefani argomentava in un’ampia contestualizzazione di quella drammaturgia prototipica. A quei libri fece seguito, un altro libro dedicato a Tre commedie fiorentine del primo Cinquecento, Ferrara – Firenze, Corbo editore – Università di Firenze, 1986): edizione critica di una drammaturgia, quella fiorentina dell’inizio del XVI secolo, fortemente ‘sperimentale’: L’amicitia  e I due felici rivali di Jacopo Nardi (opere di difficile reperimento e conservate in rare stampe d’epoca) e l’inedita Iustitia di Eufrosino Bonini.  Tutti lavori che segnalavano l’intenzione dell’autrice di procedere secondo quelle che allora furono le indicazioni metodologiche della migliore storiografia letteraria, tesa a ricostruire meno le ideologie e più le concrete prassi testuali dei nostri autori, guardando cioè – come scriveva Carlo Dionisotti nel suo celebre libro su Geografia e storia della letteratura italiana (1967) – meno le vette (gli scrittori maggiori) e più le pianure (gli scrittori minori) del nostro panorama letterario per comprendere, in polemica con la critica idealistica o ideologica, la nostra storia. Sulla base di queste edizioni, puntigliosamente chiosate, e degli studi critici che le accompagnarono, Luigina Stefani venne compiendo un censimento delle energie creative che avevano mosso il quadro dello spettacolo italiano tra XV e XVI secolo, registrando – con la cura e la precisione del dato testuale analizzato – il progressivo comporsi di un nuovo panorama storiografico.  In quegli stessi anni l’autrice aveva avviato, quasi a voler portare al culmine la sua ricerca sulle radici della drammaturgia rinascimentale, lo studio del massimo autore italiano del tempo, Ludovico Ariosto, giungendo a pubblicare presso l’editore Mursia (1997) un primo volume dei quattro previsti per l’edizione integrale delle sue commedie, poco prima che la morte le impedisse di portare a compimento il suo progetto. Oggi, per merito dell’editore Morlacchi di Perugia e di Giovanni Falaschi (che insieme a Alessandro Tinterri dirige la collana perugina) quel progetto è stato ripreso e portato a compimento. Sono infatti usciti – così come li aveva preparati la Stefani – in una veste accurata e a un prezzo economico, i primi due volumi delle Commedie ariostesche, cui un terzo seguirà prossimamente. La bibliografia è aggiornata sulla base dell’edizione recentemente apparsa, a cura di Andrea Gareffi, presso la Utet di Torino. Ma la maggiore ricchezza del lavoro della Stefani giace nelle pagine dell’Introduzione al primo volume. Assai ben documentato è l’assunto di fondo dell’operare drammaturgico dell’Ariosto che oggi diremmo, con esplicito anacronismo, ‘riformatore’, basato cioè sull’adattamento e sull’attualizzazione delle trame e della lingua derivate dai classici (primo fra tutti Terenzio) nella prospettiva della costruzione di una lingua teatrale nuova. Una questione di grande rilievo che la studiosa analizza in rapporto alla tradizione ferrarese (e non solo) dei volgarizzamenti dal teatro latino, cui Ariosto si dedicò forse anche come attore. Ancora più interessante è la ricostruzione del percorso che conduce l’autore dalle commedie in prosa (esercizio di stile e di lingua) alle commedie della maturità: un percorso lungo il quale «Ariosto fondava, insieme alla ‘nuova commedia’, anche una nuova socialità dell’evento drammaturgico» (p. 22 dell’Introduzione al vol. I). La quale non deve essere svalutata rispetto al modello engagé di Machiavelli o Aretino, ma osservata nella peculiarità ideologica di uno scrittore che agisce dall’interno del perimetro cortigiano. E trattando questo tema la Stefani suggerisce riferimenti assai cólti della drammaturgia ariostesca alla tradizione umanistica – dall’Alberti a Erasmo, per esempio – come anche puntuali rinvii ai testi maggiori dello scrittore (in primo luogo il Furioso) che forniscono «la prova inoppugnabile dell’interferenza […] tra Libro teatrale e poema». Ricca di spunti è la trama di riflessioni che la studiosa tesse muovendo dall’analisi della ‘costruzione dei personaggi’ delle commedie in un percorso intertestuale assai dettagliato. In un’epoca – quale fu quella ormai lontana e alle nostre spalle – di insistito strutturalismo, l’attenzione a questa indagine in una chiave polemica rispetto ad altre tendenze ermeneutiche, quale traspare con tutta evidenza nelle pagine della Stefani, appare di grande interesse per lo studioso di drammaturgia, anche quando sia digiuno di filologia. Il puntiglio con cui la studiosa, affiggendo continuamente rimandi intertestuali, ci richiama all’ordine del giorno del suo lavoro (calare i testi d’Ariosto nel complesso panorama della corte ferrarese), è un buon esempio di come l’edizione di opere teatrali possa oltrepassare i confini dell’evento ed essere un capitolo della storia intellettuale. Di Siro Ferrone.

http://drammaturgia.fupress.net/recensioni/recensione2.php?id=4073

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